
Di Nunzia Procida
Era una ragazza dedita agli altri, al volontariato… una ragazza normale.
Poche parole, queste di mamma Marisa, per descrivere la sua Cristina.
Cesena, 1° Settembre 1992. Verso le 14.00, Cristina Golinucci esce di casa dicendo di dover incontrare don Lino, il suo confessore, al Convento dei Cappuccini. Sale in macchina e parte. Nel piazzale del Convento viene ritrovata la sua auto, una Fiat 550 azzurra, ma della giovane nessuna traccia.
In serata, non vedendo tornare la figlia, Marisa va a suonare al campanello dei frati, che dicono alla donna di non averla vista. Due giorni dopo i familiari di Cristina tornano dai sacerdoti per cercarla con l’aiuto di un cane, ma padre Lino non permette loro di entrare. Nelle prime ore dalla scomparsa la polizia non avvia alcuna indagine seguendo la pista dell’allontanamento volontario, pertanto nessun tipo di ricerca viene effettuata. Di Cristina non si hanno tracce, nonostante i genitori facciano di tutto per ritrovarla. Insistono sulla testimonianza di don Lino, che secondo loro può essere a conoscenza di qualche elemento importante, ma il sacerdote resta in silenzio.
È il 1995 quando, durante la trasmissione televisiva Chi l’ha visto?, arriva in redazione il racconto di una giovane donna stuprata in una zona non lontana dal Convento. L’autore della violenza è l’operaio Emanuel Boke, all’epoca dei fatti ospite presso i frati. Il collegamento con la scomparsa di Cristina Golinucci è evidente, ma passa circa un anno prima che l’uomo, in carcere per stupro, confessi a don Lino di essere il responsabile dell’uccisione e della sparizione della donna. Il sacerdote, però, riporta la confessione di Boke ai carabinieri solo un anno dopo.
Successivamente Emanuel smentisce la sua confessione e nel 1998 esce di prigione. Convinti della sua colpevolezza, i genitori e la sorella maggiore di Cristina tentano più volte di incontrarlo per farsi rivelare il posto in cui la donna sarebbe stata abbandonata. Boke ribadisce la propria innocenza e di lui, da lì a breve, si perdono le tracce.
Nel 2010 il fascicolo di Cristina viene riaperto e, dopo 8 mesi di indagini, il pubblico ministero Alessandro Mancini chiede l’archiviazione del procedimento: “Polizia e magistratura hanno fatto tutto il possibile” – commenta al nuovo capolinea delle indagini l’avvocata della famiglia Golinucci, Carlotta Mattei – “ma è all’epoca che non si fece tutto il possibile, privilegiando l’ipotesi della fuga volontaria. Non si presero nemmeno eventuali impronte sull’auto di Cristina, né si indagò con i giusti mezzi il luogo della sparizione”.

Marisa lotta ogni giorno per conoscere una verità che non le viene raccontata ma che in cuor suo ha saputo sentire:
Sono convinta che le ossa di Cristina siano sempre state nei sotterranei del convento. Non abbiamo mai avuto una pianta della costruzione e so per certo che durante la Resistenza erano stati edificati cunicoli dove si nascondevano i partigiani. Chi sa in quali meandri sarà finito lo scheletro di mia figlia. Ho paura che non lo saprò mai.
Dopo la morte di Padre Lino, Marisa è diventata referente dell’associazione Penelope Italia, con cui condivide il dolore di un’assenza a cui non si è potuta mettere la parola fine.
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5 settimane dopo la scomparsa di cristina, a distanza di neanche un km in linea d’aria, scomparve un’altra ragazza diciottenne Chiara Bolognesi, anche lei studentessa di ragioneria, anche lei impegnata nel volontariato…. Il suo corpo fu ritrovato nel fiume Savio. Catalogato come suicidio….