
Di Ferdinando Terlizzi
Mi sono occupato di questo caso il 13 ottobre del 2014, raccontando le gesta di quello che fu definito dai media dell’epoca La belva di Vico di Pantano. Ci ritorno oggi, con una prima puntata, raccontando altri inediti particolari e concludendo, nella prossima puntata, con tutti i risvolti dei tre giudizi e delle risultanze delle due perizie psichiatriche e con molte fotografie. Rispolvero, per l’occasione, come molti lettori anziani ricorderanno, il cosiddetto “feuilleton”: il romanzo d’appendice diffuso nei primi decenni dell’Ottocento pubblicato a puntate sui giornali.
Perché ritorno sullo stesso delitto? Lo spiego. Nella mia prima ricostruzione – che avevo appreso facendo una ricerca sul sito de “La Stampa” di Torino – fui affascinato dall’argomento trattandosi di un uomo che aveva ucciso 4 persone, ferito un conoscente e quasi ammazzato il fratello perché si contendevano la stessa donna. Lo stesso si costituì presso il suo avvocato Giuseppe Garofalo, nascosto nel cofano di una Aprilia, e fu condannato soltanto a 30 anni di reclusione.
In questi due anni ho incominciato a studiare i processi della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (a partire dal 1950) e mi è capitato il fascicolo processuale che è ricco di foto, testimonianze e atti giudiziari dell’epoca. Quindi, per una più completa rivisitazione del caso di uno dei serial killer della nostra provincia ritorno sull’argomento in due puntate.
Dopo questa breve premessa ecco il fatto. L’8 Maggio 1953, il Comando provinciale dei Carabinieri segnalava alla Procura della Repubblica che la sera precedente l’agricoltore Salvatore Capoluongo, di anni 21, da San Cipriano d’Aversa, aveva ucciso in contrada “Martino” di Villa Literno il contadino Raffaele Martino, di anni 31, e il suo garzone Michele Fabozzi di anni 16; in contrada “Altomonti” il contadino Michele Martino di anni 32; e in contrada “Fomara” un altro contadino Giuseppe Diana di anni 25. Il Capoluongo aveva nel contempo ferito, nella propria masseria, il fratello Antonio Capoluongo e l’agricoltore di anni 20 Corrado Capoluongo, omonimo ma non parente. Il primo, ricoverato presso l’ospedale dei “Pellegrini” di Napoli, il secondo presso la Casa Santa dell’Annunziata di Aversa.
Perché quattro morti e due moribondi? Per una questione di donne e, sia subito detto, di donne di malaffare. Il sanitario di guardia dell’ospedale di Aversa riferì che il Capoluongo era ferito in più parti del corpo (regione sternale, fossa sottoclavicolare sinistra, tre ferite di arma da fuoco penetranti in cavità toracica) ed era in “prognosi riservata”, in pericolo di vita. Marcantonio Capoluongo – interrogato dal magistrato inquirente, per le gravissime condizioni in cui versava – escluse di essere stato ferito dal fratello ed asserì che era stato “uno sconosciuto” ad esplodergli contro alcuni colpi di pistola. Fedele all’osservanza che “il sangue dei consanguinei si mastica ma non si sputa”.
Corrado Capoluongo, invece, non esitò a indicare in Salvatore Capoluongo il suo aggressore dichiarando che lo stesso gli aveva esploso contro, alla distanza di circa 3 metri, un colpo di fucile senza alcun motivo, sparando poi contro il suo garzone anche con una pistola. Sulla base di questi elementi, i carabinieri denunciarono Salvatore che si era intanto dato alla macchia, e la magistratura inquirente emise un mandato di cattura per quadruplice omicidio e duplice tentato omicidio.
Nei luoghi in cui furono consumati i delitti, gli inquirenti inventariarono: 3 cartucce di fucile cal. 12; 6 pallottole dello stesso tipo, ammaccate e sporche di calcinacci; una pistola mod. 89 cal. 10,35 a tamburo a sei colpi, carica di cinque cartucce percosse e non esplose; 5 cartucce esplose per fucile da caccia cal.12.
Per le modalità dei delitti erano stati interrogati due garzoni dell’azienda agricola dei Capoluongo, testimoni oculari dell’eccidio: Vittorio Schiano di anni 13 e Giovanni Veneziano di anni 15. Nonché due contadine che lavoravano alle dipendenze dei Capoluongo: Rosa D’Aniello di anni 19 e Annunziata Caterino di anni 40.
Tutti furono concordi nel raccontare che il pomeriggio del 7 maggio si era verificato tra Salvatore Capoluongo (l’assassino) e il suo “fratellastro” Marcantonio, di qualche anno più grande, un grave alterco. La lite era scaturita dal fatto che Marcantonio, durante una breve sosta nel lavoro dei campi, era riuscito ad ascoltare – non visto – un poco benevolo discorso nei suoi riguardi, tra il fratello e le donne. Queste si lamentavano con Salvatore – che mostrava di condividere il loro pensiero – del comportamento irriguardoso e prepotente che il fratello serbava nei loro confronti, esprimendo in proposito il più vivo rammarico e censurando anche la condotta di Marcantonio che pubblicamente manteneva una prostituta, tale Iolanda Iorio.
Marcantonio Capoluongo era sbucato improvvisamente da un cespuglio e aveva dato in escandescenze. Prima aveva apostrofato con gli epiteti più oltraggiosi le due donne “In campagna siete tutte puttane”; poi se l’era presa col fratello rimboccandogli che egli aveva relazione intima con la D’Aniello. L’altro aveva contestato questa affermazione aggiungendo che, in ogni caso, non avrebbe dovuto vergognarsi di questa intimità posto che la D’Aniello era una brava ed onesta giovane, al contrario della Iorio – nota prostituta della zona – che era divenuta l’amante ufficiale di lui, pur continuando a concedersi a Raffaele Martino, Michele Fabozzi, Corrado, Luigi e Renato Capoluongo, Michele Martino, Giuseppe Diana e i fratelli Luigi e Nicola Reccia.
Il Marcantonio – in preda all’ira – aveva replicato che nessuno si era mai permesso di togliergli la donna, che solo lui, Salvatore, aveva osato farlo senza alcun riguardo per il fratello maggiore, anzi, aggiunse che di tanto era venuto a conoscenza proprio ad opera di tutte quelle persone che egli aveva nominato. I due allora erano stati sul punto di venire alle mani, ma il tempestivo intervento di un loro zio, Giuseppe Capoluongo, il quale confermò il particolare, aveva impedito un più increscioso sviluppo dell’alterco. Ma durante tutto il pomeriggio Marcantonio non aveva smesso di molestare le donne e il fratello, canticchiando e mormorando frasi salaci.
Verso le 18:30, pertanto, quando il lavoro volgeva al termine e le donne e i garzoni erano intenti a trasportare l’erba nella stalla, Salvatore, che fino allora non aveva proferito più parola dopo il diverbio, era salito sul vano superiore della masseria impadronendosi della pistola del fratello cal. 7.65. Con essa aveva raggiunto il fratellastro esplodendogli contro tutti e sette i colpi di cui l’arma era carica, allontanandosi poi di corsa appena accortosi del sopraggiungere del padre e dello zio.
Ulteriori e più raccapriccianti particolari si seppero dalle testimonianze del guardiano Antonio Cavaliere e del ferito (in via di ripresa) Corrado Capoluongo. Il guardiano dichiarò di abitare in una masseria vicino a quella dei Capoluongo e di aver percepito indistintamente dei colpi di pistola e, dopo circa un quarto d’ora, tre colpi di fucile sparati dalla masseria di Raffale Martino, distante dalla sua una settantina di metri. Dopo brevissimo tempo, una quindicina di minuti, altri tre colpi di fucile erano echeggiati dalla casa colonica di Stefano Capoluongo, ove più tardi era stato rinvenuto il cadavere di Michele Martino.
Verso le 19 e trenta erano sopraggiunti i garzoni Schivo e Veneziano i quali – ancora spaventati per l’aggressione del Salvatore Capoluongo al fratello – ne avevano informato il guardiano. Antonio Cavaliere chiarì anche che egli spesso aveva ospitato nottetempo Marcantonio Capoluongo e la sua amante Iolanda Iorio, allo scopo di agevolare la loro tresca durante il periodo in cui, pernottando il Salvatore Capoluongo nella masseria paterna, non era possibile ai due dare sfogo al loro desiderio. Precisò, inoltre, che la Iorio era una prostituta e che era stata condotta in automobile, una sera, da Salvatore Capoluongo e da Luigi Capoluongo, fratello di Corrado Capoluongo, nella sua casa colonica per trascorrervi qualche ora piacevole; che alla epoca egli conviveva con un’altra donna di facili costumi, tale Vita Maria Gismonti, che in seguito si era concessa a Salvatore Capoluongo, a Raffaele Martino, a Michele Fabozzi e a Marcantonio Capoluongo.
Dell’infedeltà della donna egli era venuto a conoscenza proprio ad opera del Salvatore Capoluongo, il quale – “per togliergli la femmina” – lo aveva informato della cattiva condotta di lei, giungendo fino a fargli confermare l’accaduto dai vari interessati – sotto la minaccia di una pistola – perché Cavaliere non gli prestava fede. Il fratellastro ferito, Corrado Capoluongo, affermò che egli si trovava a riposare – disteso sul letto – verso le 18:30 allorché aveva fatto ingresso Salvatore Capoluongo, armato di fucile. Questi, dopo avere chiesto al suo garzone Michele Martino, 65 anni, che era intento a consumare un frugale pasto nel vano antistante, se in casa vi fosse suo fratello Renato, ed essendo stato informato dal vecchio della presenza di Corrado, era entrato nella camera mentre lui – che aveva udito il breve colloquio – si era affrettato a chiedergli se avesse bisogno di qualche cosa. L’altro aveva appena risposto negativamente e, imbracciato il fucile, gli aveva esploso contro un colpo rivolgendo subito l’arma contro il garzone.
Per quanto ferito, il Capoluongo aveva trovato la forza di darsi a precipitosa fuga per la campagna invocando soccorso, inseguito dal fratello che voleva finirlo e che, brandita una pistola, aveva cercato invano di esplodere qualche colpo perché l’arma non aveva funzionato esclamando con voce alta:
Corrado… sei vivo per miracolo, ma non finirà qui!
Ed infatti non finì. Vi furono altri 4 morti ed un ferito grave. Iolanda Iorio, la “bocca di rosa” che allietava le serate dei contadini della zona, innanzi al magistrato inquirente ammise di essere l’amante di Marcantonio Capoluongo, di avere esercitato per lungo tempo “il mestiere più antico del mondo”, di aver avuto rapporti sessuali intimi con Luigi e Patrizio Capoluongo, ma non con Michele Martino, perché vecchio e cieco ad un occhio. Ammise, infine, di essersi congiunta carnalmente con Salvatore Capoluongo “ma prima di divenire l’amante del fratello”, spiegando che i rapporti con Salvatore Capoluongo erano stati in seguito di pura amicizia.
Interrogato a suo volta, l’autore dei delitti, dopo essersi costituito presso il suo avvocato e tradotto in carcere, ammise le sue responsabilità chiarendo che effettivamente la Caterino e la D’Aniello – durante il percorso per ritornare al lavoro nei campi – si erano lamentate con lui del comportamento irriguardoso del fratello, il quale le maltrattava, le faceva oggetto di volgare ingiurie ed aveva tentato più di una volta di fare violenza alla giovane D’Aniello. Egli le aveva invitate ad avere pazienza perché il fratello era un poco di buono, aveva per amante una prostituta, ed era il disonore della famiglia.
Marcantonio, seminascosto nel grano, aveva tutto udito. Poi era comparso davanti a loro in preda alla più viva agitazione ed aveva rivolto alle donne frasi da trivio, rivolgendosi poi a lui, incolpandolo di avere rapporti con la giovane contadina D’Aniello. Egli aveva negato simile accusa ed aveva ribattuto che in ogni caso di ciò non poteva fargli addebito dato che lui manteneva la Iorio, che notoriamente si concedeva a tutti i contadini della zona. Marcantonio aveva replicato che proprio Salvatore gli aveva mancato di rispetto circuendo la sua donna e possedendola nella casa di Antonio Cavaliere, così come aveva appreso dai Martino, dai Capoluongo, dal Diana e da altre persone. Egli non gradiva che gli altri “mangiassero nel suo piatto”. Quanto alla D’Aniello, appena se ne fosse presentata l’occasione, l’avrebbe fatta sua ed era disposto a “far saltare le cervella” a chiunque si fosse opposto alla sue brame.
L’incidente era stato sedato dall’intervento della zio Giuseppe, ma durante tutto il pomeriggio il fratello non aveva smesso il suo atteggiamento provocatorio insultando le donne e rivolgendo loro frasi licenziose. Per il che, dopo lunga sopportazione e al colmo dell’ira, egli era andato ad armarsi della pistola nel vano superiore della masseria. Si era poi avvicinato al fratello, tenendo nascosta l’arma, e gli aveva detto che non intendeva oltre tollerare. Marcantonio, con fare canzonatorio, aveva risposto che avrebbe fatto ciò che gli pareva e che la D’Aniello sarebbe stata sua. Fu a quel punto che scaricò contro il fratello tutti i sette colpi dell’arma, allontanandosi dalla masseria per il sopraggiungere del padre e dello zio.
L’epilogo della tragedia
Sbarazzatosi dell’arma, si era diretto verso la vicina masseria di Raffaele Martino. Questi e il garzone Fabozzi, nel vederlo sopraggiungere, gli avevano chiesto la ragione della sua presenza, ma lui non aveva risposto dirigendosi verso la casa colonica, seguito dal Martino. Salito poi nel vano superiore della masseria, “non notando il fucile nel vano a pianterreno” e scorta l’arma ad uno spigolo del muro, aveva esploso contro il Martino due colpi di fucile giacché al primo sparo la vittima dava ancora segni di vita. Era accorso allora il Fabozzi, armato di pistola, il quale aveva cercato di puntargliela contro, ma lui che aveva ricaricato il fucile, si era rapidamente disfatto del giovane con altri due colpi.
Impadronitosi quindi della pistola dell’ultima vittima, si era portato nella masseria “Alberolungo” per continuare la sua implacabile vendetta e quivi aveva rinvenuto, nel primo vano a pianterreno, il vecchio garzone Michele Martino, che stava mangiando e, nella seconda stanza, nella quale si era subito diretto, il Corrado Capoluongo sdraiato su un letto. Aveva fatto fuoco immediatamente contro il Capoluongo e poi aveva esploso un secondo colpo contro il Michele Martino, che nel frattempo aveva tentato di impadronirsi di un fucile appeso al muro.
Dell’intervento del Martino ne aveva approfittato, per fuggire, Corrado Capoluongo portando con sé l’arma che era riuscito a staccare dalla parete mentre Salvatore lo aveva inseguito cercando di far esplodere i colpi della pistola che, invece, non aveva funzionato. Compiuti questi ultimi delitti si era diretto in località “Fornara”, ove aveva fatto incontro con Giuseppe Diana, il quale era armato di fucile. Il Diana gli aveva chiesto ove fosse diretto, ma egli nulla aveva risposto cercando di allontanarsi finché indispettito dall’insistenza del Diana – il quale lo seguiva – aveva atteso che questi si avvicinasse fino ad un paio di metri per ucciderlo con due colpi di fucile che lo avevano raggiunto in pieno.
Subito dopo, impossessatosi dell’arma del morto, si era allontanato dalla zona per darsi alla latitanza e trovando rifugio – dopo essersi sbarazzato delle armi – in Quarto di Marano presso un suo conoscente tale “Vincenzo ò scarparo”, ivi trattenendosi fino alla sera precedente al suo arresto; allorché, prelevato con un’automobile da un suo zio, Saverio Capoluongo, si era diretto a Santa Maria Capua Vetere ove si fece arrestare sotto lo studio del suo difensore al corso Umberto I.
Alla fine del suo interrogatorio il Capoluongo ci tenne a rimarcare che Michele Martino, Corrado Capoluongo e i fratelli, il Diana, il Raffaele Martino ed anche i germani Reccia avevano riferito al fratello che lui, tre o quattro volte, si era congiunto con la Iorio; che gli stessi erano anche al corrente – per indiscrezione della Iorio – che una volta non era riuscito a consumare il coito “forse perché preso dalla preoccupazione”, che dopo l’aggressione a Marcantonio aveva pensato di vendicarsi di tutti quelli che avevano informato il suo congiunto di questi fatti “avendolo essi costretto ad uccidere il fratello”.
Nei successivi interrogatori, il Capoluongo omise ed ampliò alcuni aspetti della vicenda. Egli specificò, infatti, che già da qualche mese il fratello Marcantonio aveva posto gli occhi sulla D’Aniello che lui corteggiava, per il che egli aveva raccomandato alla Caterino di non lasciare mai sola la ragazza, anche perché il fratello gli aveva espressamente rivelato che le sue intenzioni dicendo che “era il re di tutte le femmine e se le doveva ripassare una alla volta”. Ma, colpo di scena, la ragazza Rosa D’Aniello dichiarò ai giudici che era stata sedotta da Salvatore Capoluongo nella stalla della masseria, qualche mese prima del delitto.
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Fonte: Archivio di Stato di Caserta



Perché non pensi ai cazzi tuoi e ne fai a meno di raccontare stronzate. Sono passati 70 anni da quei delitti e vi viene in mente ancora di scrivere e ricordare articoli di all ora. Scrivi cose importanti dell era di oggi che c’è ne sono anche tantissime, giornalismo di merda che siete.