
Sono prossime alla chiusura le indagini sul caso di Manuela Teverini, la donna scomparsa da Capannaguzzo, in provincia di Forlì, nel lontano aprile del 2000. Manuela svanì nel nulla, senza una ragione apparente, lasciando la figlioletta di appena 4 anni. Nessuno, in famiglia, riuscì a spiegarsi quella strana sparizione. Chi conosceva bene la donna, infatti, non aveva dubbi sul forte senso di attaccamento che la legava alla figlia. Per Manuela la maternità aveva rappresentato il coronamento di un sogno.
Dopo un fidanzamento lungo 14 anni, la giovane 35enne sposò Costante Alessandri, l’unico uomo della sua vita. La nascita della loro bimba, Lisa – oggi 21enne – fu uno dei momenti più felici vissuti dalla coppia. Una serenità ben presto turbata dai continui tradimenti di Costante. Manuela, infatti, non tardò a scoprire che il marito frequentava con assiduità le prostitute. La donna cercò di accettare quella condizione al fine di salvaguardare l’integrità del matrimonio, ma i suoi sforzi si rivelarono inutili. È così che maturò nella giovane madre l’idea della separazione, unica alternativa percorribile. Il marito per diverso tempo rifiutò l’idea del divorzio. Dopo mesi di tentativi, tra ripensamenti ed indugi, l’uomo sembrava aver finalmente acconsentito. Assieme, i due, dovevano solo recarsi da un avvocato per siglare la separazione consensuale. Quel giorno non è mai arrivato.
Manuela scomparve misteriosamente la notte tra il 5 e il 6 aprile del 2000. I familiari della giovane madre si allarmarono subito. L’unico che si recò tranquillamente a lavoro, senza preoccuparsi di sporgere alcuna denuncia di scomparsa o – comunque – di adoperarsi nelle ricerche, fu proprio Costante Alessandri. L’uomo raccontò agli inquirenti che la sera della sparizione di Manuela si era addormentato assieme alla figlioletta, dopo averle letto una favola, senza accorgersi di nulla. Soltanto l’indomani si era reso conto che la moglie non era più in casa. Non si allarmò affatto, tanto è vero che andò prima a lavorare per poi recarsi in banca. Voleva accertarsi delle posizioni finanziarie condivise con la moglie.
Non è tutto. Da alcune testimonianze si apprese che, quel 5 aprile, Alessandri uscì anticipatamente dal lavoro per incontrare un amico che lavorava in banca a cui chiedere ragguagli in merito ad alcuni libretti intestati alla moglie. L’uomo scoprì che la donna, in vista della separazione, aveva messo da parte una cifra attorno ai 100 milioni delle vecchie lire. A sua insaputa. Questo, all’epoca, venne considerato un elemento strettamente correlato alla sparizione della Teverini. Il fratello di Manuela, tra l’altro, trovò l’auto della donna parcheggiata nei pressi della stazione di Cesena. All’interno dell’abitacolo mancavano il sedile posteriore e i coprisedili. Inoltre, il veicolo era ricoperto di polvere, sia dentro che fuori.
Come mai? A cosa servì quell’automobile? Fu Manuela a parcheggiarla lì, o si trattò di un depistaggio? Il quadro probatorio non sembrava lasciare dubbi, infatti Costante Alessandri – che presentò la denuncia di scomparsa soltanto tre giorni dopo l’allontanamento della moglie – venne indagato per omicidio ed occultamento di cadavere. Gli inquirenti decisero di intercettarlo e, tra le tante intercettazioni, fu carpita la prova che portò all’arresto dell’uomo. Quest’ultimo, durante una conversazione telefonica, confessò alla sua amante di aver ucciso Manuela:
Sono stato io, non è stato nessun altro. Cosa vuoi che ti dica? Ho fatto un buco e l’ho messa sotto terra. Avevamo litigato, allora l’ho presa per il collo e l’ho strangolata.
Così, il 27 dicembre 2002, l’uomo venne arrestato per poi essere rilasciato dopo neppure un mese. I terreni attorno alla sua proprietà furono scandagliati approfonditamente alla ricerca del corpo di Manuela, ma non emerse nulla. Alessandri venne, dunque, scagionato dal Tribunale del Riesame per mancanza di prove. Nel 2015, a seguito della dichiarazione di morte presunta di Manuela Teverini, le indagini furono riaperte nuovamente. Costante Alessandri tornò ad indossare le vesti di indagato a distanza di ben 16 anni.
Lo scorso ottobre, sono stati effettuati ulteriori scavi in tutta la zona antistante l’abitazione dell’uomo. Gli agenti della Squadra Mobile hanno rinvenuto diversi brandelli di stoffa e frammenti ossei, occultati con particolare cura. Le analisi del DNA, però, non hanno consentito di arrivare ad alcuna conclusione. Il tempo ha intaccato i reperti. La situazione probatoria, dunque, non sembra aggiungere nulla di nuovo rispetto a quanto già riscontrato 17 anni fa. L’esito di questa nuova riapertura del caso è atteso con apprensione da tutta la famiglia della donna che non si è mai rassegnata alla tesi di allontanamento volontario.


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