
Il 29 Marzo 1953 i carabinieri di Capua segnalarono che, alle ore 12:30, il 23enne Giovanni Raimondo era stato ricoverato in imminente pericolo di vita presso il locale nosocomio, a seguito di una ferita d’arma da fuoco alla regione mammaria destra e alla regione lombare. Alle ore 18:00 dello stesso giorno, il Pretore di Capua comunicò che il Raimondo era deceduto a seguito della ferita che aveva riportato ad opera di tal Igino Parente, 27 anni da Grazzanise.
In conseguenza dei fatti, il Giudice Istruttore del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere emise un ordine di cattura nei confronti del Parente, al quale veniva contestato l’omicidio; e nei confronti di Michele Cirillo, 34enne di Grazzanise, accusato di concorso in omicidio per avere organizzato e diretto l’attività dell’assassino. Veniva inoltre emesso altro ordine di cattura nei confronti di Teofilo Parente, di anni 30, accusato di avere, sotto la minaccia della propria pistola, costretto i presenti a scostarsi onde essere in grado di montare su di una motocicletta per raggiungere Michele Cirillo e Igino Parente che, dopo la consumazione del reato, l’avevano preceduto nella fuga a bordo di un automezzo. Al Teofilo Parente venne anche contestato il reato di resistenza a pubblico ufficiale per avere – con minaccia di aprire il fuoco con una pistola – ostacolato il compimento del suo arresto da parte della guardia giurata Antonio Sciaudone, che aveva tentato di bloccarlo.
Concitata e confusa la prima fase della ricostruzione del delitto. Secondo quando emerse da un primo rapporto, il carabiniere Mario Iucitto della locale Stazione aveva ascoltato l’esplosione di alcuni colpi di pistola esplosi poco lontano dalla caserma ed aveva informato subito il Maresciallo Gennaro D’Oriano. Insieme, erano accorsi verso il luogo degli spari incontrando la guardia di custodia Giovanni Mannillo che, in preda a vivo stato di agitazione, li aveva informati che Igino Parente aveva sparato contro suo nipote Giovanni Raimondo dileguandosi poi nella campagna circostante.


I carabinieri riuscirono anche a stabilire la causale del delitto. Infatti, accertarono che, nella notte tra il 6 e il 7 dicembre, si era verificato un furto di bestiame in Sant’Andrea del Pizzone in danno del giovane Agostino Nuzzolillo, e che il Lorenzo De Simone – che trattava il Nuzzolillo come un figlio – aveva formulato sospetti sul Teofilo Parente il quale, per questo fatto, era stato fermato per qualche giorno. Inoltre, la moglie del Parente in quella circostanza aveva manifestato propositi di vendetta contro l’accusatore.
Successivamente i carabinieri di Sparanise accertarono, attraverso le dichiarazioni di tale Ferdinando Palmese, che alla grave impresa delittuosa aveva partecipato anche il Teofilo Parente, che nell’occasione, per favorire la fuga dei due giovani, aveva minacciato con una pistola tutti gli aiutanti ed un certo Antonio Sciaudone, guardiano di un consorzio di bonifica che aveva cercato di intervenire in favore del De Simone.
I due però si affrettarono a negare di aver collaborato con i carabinieri, per timore di rappresaglie da parte dei Parente. Furono, perciò, ritenuti reticenti. La circostanza fu poi chiarita in dibattimento dal Maresciallo dei carabinieri Nicola Renzulli, il quale smentì in pieno le ritrattazioni ed anzi aggiunse che lo Sciaudone fin dalla vicenda aveva dimostrato un comportamento omertoso. Si accertò, inoltre, che il Michele Cirillo partecipò alla detta aggressione al solo scopo di prestar manforte all’Igino Parente.
Era inoltre il caso – spiegarono gli inquirenti – di considerare un altro episodio che si riferiva sempre al Michele Cirillo, che fu riferito da Giovanna D’Angiolella e dalla figlia dottoressa Angelina Luciano. Secondo la predetta, il Cirillo alcun tempo prima del delitto si sarebbe recato a casa loro in occasione del prossimo matrimonio di un fratello della Luciano, essendo un antico compagno di scuola di un altro fratello di lei. In occasione di tale visita, già parlandosi in paese della vendetta ai danni del Raimondo, la D’Angiolella avrebbe rivolto al giovane l’esortazione di mettersi su una buona strada e di pensare al bene della famiglia allorché il Cirillo – forse in tono di scherzo – avrebbe esclamato:
Adesso facciamo anche soldi perché è stata promessa una vacca e duecentomila lire.


Come era prevedibile, però, il Cirillo tentò di negare tale circostanza, ma gli inquirenti accertarono che:
L’assoluta fermezza e precisione con cui sono state ribadite dalle due donne le suddette circostanze di fatto, anche nel corso di un vivace confronto con il Cirillo, lascia indurre che in realtà l’episodio riferito sia esatto; anche perché – stanti i buoni rapporti che legavano il giovane alle due testimoni appare inverosimile che una donna anziana abbia potuto inserire qualche malizioso artificio in una deposizione così importante contro un vecchio compagno di scuola di suo figlio. Ma è il caso di considerare tuttavia – spiegarono ancora gli inquirenti nella loro decisione – che, esaurendosi gli elementi probatori a carico del Cirillo in queste sole risultanze, non è dato certamente argomentare con rigorosa motivazione che il Cirillo stesso collaborò in modo alcuno alla uccisione del Raimondo. E qui devesi notare che appare assolutamente inattendibile l’assunto di Antonio Raimondo – fratello della vittima – il quale pretende di essere stato avvicinato, un giorno, dal Cirillo e da Igino Parente, i quali avrebbero manifestato gravi propositi di vendetta scambiandolo per suo fratello Giovanni, ma poi accortisi dell’equivoco si sarebbero allontanati tranquillamente. Né può farsi serio affidamento alla parola del piccolo Gennaro Palazzo (di anni 12) secondo il quale il Cirillo sarebbe stato da lui visto condurre su di una bicicletta il Parente nel luogo del delitto. Dalla serie di episodi accertati non si può trarre altro che il Cirillo fu per un certo tempo orientato a collaborare con il Parente nel suo proposito criminoso di sopprimere il Raimondo e essendo indubitabile che egli partecipò all’agguato nei pressi della sua abitazione e che sicuramente avrebbe anticipato il delitto di cui ci stiamo occupando, se il giovane Raimondo non si fosse affrettato a dileguarsi. E se da una parte è legittimo il sospetto che egli abbia avuto una parte secondaria nella successiva uccisione del giovane – magari avvisando il suo amico della presenza in paese del di lui avversario, ovvero predisponendo i mezzi per un subitaneo allontanamento dopo il delitto, non è men vero, d’altra parte, che la partecipazione criminosa del Cirillo si era sempre estrinsecata negli avvenimenti precedenti in una collaborazione piena e diretta, estendendosi addirittura da lui la sua correità quasi a volerne trarre prestigio. E i particolari dell’omicidio, descritti dal Mannillo, non solo non fanno supporre che il Parente fosse spalleggiato da chicchessia durante l’improvvisa aggressione ma testimoniano, altresì, che il Cirillo non dovette trovarsi presente all’avvenimento giacché pur trovandosi il Parente ad affrontare insieme due individui che tentarono di reagire all’incombente pericolo, esplodendo l’uno e l’altro qualche colpo di pistola, contro il primo senza che altri intervenissero a favore di costui. Devesi aggiungere peraltro che, essendo interessati alla vendetta tutti i familiari di Angelo Parente, ben potrebbe darsi l’ipotesi che appunto alcuno di essi abbia avvisato il Parente dello arrivo inaspettato del Raimondo sollecitandolo ad agire contro di lui che il Cirillo fosse informato e riuscisse, comunque, a raggiungere il suo amico. Quanto al movente, solo successivamente si venne a scoprire che si era trattato di una vendetta scaturita in seguito alla precedente aggressione subito dal Rag. Angelo Parente ad opera di Giovanni Raimondo, il quale nell’agosto dell’anno prima del delitto aveva aggredito con un bastone il vecchio riducendolo a mal partito e provocandone addirittura per i colpi in testa un ricovero in manicomio.
Nel corso della vasta e complessa istruttoria si racchiusero tre fascicoli riguardanti tre fatti che – secondo la pubblica accusa – avevano determinato le ragioni del delitto di cui ci occupiamo. Nella sua requisitoria, infatti, il Procuratore della Repubblica ebbe a prospettare, elevando imputazione di concorso nel delitto, addirittura Rosa Caianiello, cognata di angelo Parente, avesse incaricato Igino Parente e Michele Cirillo di uccidere, per vendetta, il Giovanni Raimondo.
Solo grazie alla bravura del suo difensore, l’avvocato Alberto Martucci, la donna non venne poi rinviata a giudizio per la grave accusa. E nel suo foglio di “lumi” a difesa della sua cliente, il professor Martucci (padre di Alfonso, altro grande avvocato scomparso) non tralasciò di tracciare uno “spaccato” singolare della triste zona dei Mazzoni di Grazzanise e dintorni.
Quello che è certo in questo caso giudiziario – scrisse il prof. Martucci – è che la mattina del marzo 1952 s’incontrarono Igino Parente e Giovanni Raimondo: furono sparati molti colpi di pistola e quest’ultimo fu colpito a morte. Tale fatto trova la sua logica, umana spiegazione nell’età dei due protagonisti, nell’ambiente in cui si svolse, senza che ci sia bisogno di ricorrere ad ogni costo all’idea della premeditazione, peggio ancora di un mandato. Raimondo e Parente sono due giovani di Grazzanise pieni di baldanza e di orgoglio nelle cui vene scorre con tutto l’impeto della giovinezza il sangue delle presenti irrequiete generazioni. Pare che nella vita desolata che si svolge in quelle immense pianure ogni più piccolo motivo di dispiacenza assurga a tormento incontenibile che spinge fatalmente al delitto.
VICENDA GIUDIZIARIA
A chiusura dell’istruttoria formale il giudice rinviò al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere, Igino Parente da Grazzanise, manovale, pregiudicato, responsabile di omicidio premeditato in danno di Giovanni Raimondo; e Michele Cirillo, manovale, da Grazzanise, responsabile di concorso nel predetto delitto.
Igino Parente, che uccise Giovanni Raimondo, fu condannato dalla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente Giovanni Morfino; Giudice a latere, Renato Mastrocinque; Pubblico ministero, Nicola Damiani) a 24 anni di reclusione, mentre fu assolto per insufficienza di prove il Michele Cirillo, accusato di concorso nel delitto.


Nel corso del dibattimento si diede notevole rilievo alla perizia neuropsichiatrica eseguita dal professor Giulio Freda, Primario del Manicomio di Aversa, sul ragioniere Angelo Parente (nonno dell’assassino) colpito alla testa dall’Igino Parente, un anno prima, nella notte del 18 agosto il quale fu costretto in seguito alle gravi ferite riportate ad essere internato nel manicomio di Aversa. L’aggressione aveva un antefatto. Angelo Parente aveva scambiato parole offensive con Teresa Mannillo, in seguito all’episodio del piccolo Renato Raimondo, e Angelo Raimondo era stato ferito da Giovanni Raimondo. La teste Marianna Gaudiano riferì sul fatto che Giovanni Raimondo le avrebbe detto:
Nannina mia, vorrei andarmene un poco a casa ma non posso rischiare la vita con Igino Parente perché angelo Parente ha promesso ad Igino che, se mi dà una lezione, gli regala una mucca.
Ma Angelo Parente morì due mesi dopo il delitto quindi, secondo la tesi dei difensori degli imputati, non vi era nesso tra la prima aggressione e il delitto. Certo, il gesto del Raimondo contro un professionista anziano e malato affermò in Grazzanise la sua personalità bieca e prepotente. A sera inoltrata, il 18 Agosto del 1951, armato di bastone e pare anche di pistola, nei pressi dell’abitazione il giovane attese il ragioniere Angelo Parente, e con due fortissimi colpi di bastone gli spaccò il cranio, lasciandolo tramortito.
La causale apparente del fatto pare sia stata un litigio tra la madre del Raimondo ed il Parente ed alcune parole da questi proferite all’indirizzo della donna. La Corte di Assise di Appello, con sentenza del 10 Ottobre 1958, e la Suprema Corte di Cassazione, con sentenza del 10 Aprile 1961, confermarono il verdetto dei primi giudici. Nei tre gradi di giudizio furono impegnati gli avvocati: Pasquale De Gennaro, Alfredo De Marsico, Vittorio e Michele Verzillo, Alberto e Alfonso Martucci, Filippo Ungaro, Rodolfo De Marsico e Alfonso Raffone.
Fonte: Archivio di Stato di Caserta


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