
Di Martina Piscitelli
Da 17 giorni la giornalista Cecilia Sala è in prigione, arrestata senza un’accusa. Si può essere arrestati senza motivo? La risposta è NO, ma evidentemente in Iran (come in Russia del resto), funziona così! In Iran troppo spesso, si ricorre alla carcerazione preventiva per evitare il proliferare di movimenti “rivoluzionari” femminili contro il regime. Dal 2022, da quando è nato il movimento “Donna, vita, libertà“, promosso dalle donne iraniane dopo la morte di Masha Amini, sono stati arrestati 79 giornalisti. Va ricordato anche l’arresto della blogger Alessia Piperno, avvenuto a Teheran il 28 settembre 2022, liberata dopo 45 giorni di prigionia.
Dunque, appare chiaro che l’arresto di Cecilia Sala non sia un caso isolato. Le ipotesi sulle ragioni della cattura della giornalista sono le più disparate: c’è chi ricerca il motivo della carcerazione nell’intervista fatta ad una comica iraniana, Zeinab Musavi, arrestata dal regime per gli sketch di uno dei suoi personaggi oppure nel dialogo con Hossein Kanaani. Altra ipotesi è quella della pubblicazione del suo ultimo podcast del 16 dicembre dal titolo “Una conversazione sul patriarcato a Teheran“, in cui la giornalista parlava della nuova legge iraniana sull’hijab e sulla castità con una barista 21enne di nome Diba (ragazza con il velo solo durante il lavoro, capelli cortissimi rosso fuoco, fumatrice, studentessa di economia).
La Sala racconta la storia di Diba, vera testimonianza di resistenza e libertà. Questa giovane donna è andata via di casa senza sposarsi, vive in un dormitorio ed è arrivata a lavorare fino a 14 ore al giorno per poter far fronte alle spese che aumentano di giorno in giorno a causa dell’inflazione (al 34,5%). L’alternativa al lavoro sfiancante sarebbe stato un matrimonio combinato oppure il rientro a casa del padre. Ha prevalso in lei la voglia di libertà. Nonostante la precarietà, Diba si è licenziata 3 volte e sempre per lo stesso motivo: il capo ci provava. Un uomo, secondo Diba, è legittimato a molestarla. Il motivo? Beh, vive da sola, non porta il velo, ha i capelli corti ed “è normale che passi per mignotta”.
Le donne in Iran hanno un problema in più: tenere da parte dei soldi per le multe per chi non indossa correttamente lo hijab. Come fa la polizia a multarle? Ci sono delle telecamere cinesi che girano per la città scattando foto alle donne che non indossano il velo correttamente. Fatta la foto, viene fatta una ricerca all’anagrafe utilizzando l’intelligenza artificiale e, rintracciata la donna, viene inviata una notifica sul cellulare della stessa con l’indicazione dell’importo della multa da pagare. La cifra varia (cartellino bianco, giallo, rosso) e, se la donna non paga subito e in contanti, viene arrestata. Dunque, per la donna iraniana è importante avere sempre dei soldi da parte.
La legge di cui parla la Sala è una legge nuova, proposta dal vecchio Governo e voluta del defunto presidente Raisi (morto nello schianto dell’elicottero il 21 maggio scorso), approvata dal Parlamento (conservatore), che inasprisce le pene. Non sono previste solo pene pecuniarie ma anche corporali (come frustate) e non obbliga le donne solo a coprire il capo e i capelli: sia nella vita reale che online, sono vietati anche “indumenti succinti o attillati, che mostrano parti del corpo più in basso del collo, sopra le caviglie o sopra gli avambracci”. La legge prevede sanzioni anche per chiunque (anche uomo) protesti contro il governo, non collabori con le autorità, o inciti le donne a non rispettare le regole.
Al nuovo Presidente riformista Masoud Pezeshkian, questa legge non piace perché, secondo lui, non si può obbligare una donna a coprire il suo corpo. Questo è stato uno dei temi della sua campagna elettorale. Elezioni vinte, vorrà pur dire qualcosa. Purtroppo, però, il provvedimento è stato approvato ed ha acquistato efficacia, una volta pubblicato sull’equivalente iraniano della nostra “Gazzetta Ufficiale”. Qualcosa, però, è andato storto perché la legge sarebbe dovuta entrare in vigore il 13 dicembre, ma il parlamento iraniano l’ha formalmente sospesa, proponendone la modifica. Non sono chiare le motivazioni che hanno spinto alla sospensione, ma una cosa è certa: le donne iraniane risparmieranno i soldi messi da parte per pagare le multe. Almeno per ora.
Dunque, l’arresto della giornalista italiana pone ancora una volta i riflettori sulla condizione della donna in Iran: chiunque osi dare voce alla condizione delle donne finisce per essere dichiarato “nemico dello Stato”. Va rimarcato che questa condizione di disuguaglianza di genere non è presa in considerazione a livello globale, limitandosi a parlare delle nostre sorelle iraniane per luoghi comuni, frasi fatte, oppure a condividere testate giornalistiche. Analizzando l’atteggiamento del regime iraniano rispetto alle donne, ci si pone davanti ad una storia di regressione piuttosto che di progresso. Questo deve farci riflettere.
Agli inizi degli Anni ’70, la donna iraniana era una donna libera e senza velo. Con la rivoluzione khomeinista, nel 1979, l’Iran, da Stato laico è stato trasformato in una Repubblica islamica. Un Paese dove le bambine, le ragazze e le donne avevano meno diritti e più limitazioni rispetto a bambini, ragazzi e uomini. Il 28 febbraio 1979 tutti i tornei sportivi femminili furono annullati, uno alla volta, limitando fin da subito la partecipazione delle donne al mondo dello sport. Il 2 marzo 1979 venne vietato alle ragazze di frequentare la facoltà di giurisprudenza e tutte le giudici vennero sollevate del loro incarico. Il 7 marzo 1979, Khomeini annunciò l’obbligo di indossare il velo per tutte le donne che uscivano di casa. Questa imposizione fu contestata fin da subito e il giorno dopo (precisamente l’8 marzo, giornata internazionale per i diritti della donna) oltre 100mila manifestanti (velate e non) scesero in piazza a Teheran per protestare.
Ma quali sono, ad oggi, i diritti negati alle donne e alle ragazze iraniane. Sebbene la Costituzione iraniana riconosca parità di diritti alle donne, queste vengono tutt’ora discriminate nelle questioni legate al matrimonio, al divorzio, all’eredità e alle decisioni relative ai figli. In base al Codice civile, il marito ha il diritto di scegliere il luogo in cui vivere e può impedire alla moglie di svolgere determinate professioni se le ritiene contrarie ai “valori della famiglia”.
In base alla legge, una donna sposata non può ottenere un passaporto o viaggiare fuori dal Paese senza il permesso scritto del marito, che può revocarlo in qualsiasi momento. Sempre il Codice civile consente alle ragazze di sposarsi all’età di 13 anni e ai ragazzi all’età di 15 anni, una condizione che coinvolge persino bambine di 10 o 11 anni (unioni che sono possibili nei casi in cui un giudice dia la sua autorizzazione). In Iran non è mai stata approvata una legge sulla violenza domestica per prevenire gli abusi e proteggere le donne sopravvissute da un fenomeno che è sempre più pervasivo.
Le donne iraniane continuano a battersi per il riconoscimento della propria libertà, anche pagando un prezzo molto alto. É il caso di Masha Amini, che nel settembre 2022 viene uccisa barbaramente in una centrale di polizia perché non indossava correttamente il velo, oppure dell’avvocata Nasrin Sotoudeh, condannata in diverse occasioni a lunghe pene detentive e frustate per “incitamento alla corruzione e alla prostituzione”, per essere apparsa in pubblico senza velo e per aver preso le difese di donne che avevano protestato contro l’obbligo di indossarlo.
Nel settembre del 2022 si sono susseguite numerose manifestazioni di donne “con e senza velo” per porre fine alla violenza, al grido di “Donna, vita, libertà”, che hanno portato alla morte di migliaia di donne e bambini. Il ciclo si ripete e questo non deve essere dimenticato. Prendiamo spunto dalle donne iraniane, dalle giornaliste, e continuiamo a lottare per la libertà in cui crediamo. Chi si espone, paga. Questo è chiaro. Grazie Cecilia, a nome di tutte le donne.
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