
Di Nunzia Procida
Stati Uniti, 1961. Lo psicologo Stanley Milgram (1933-1984) conduce alcuni studi sull’obbedienza all’autorità. Nella sua ricerca principale, i soggetti sperimentali sono 40 adulti volontari, uomini, lavoratori, di età media sopra i trent’anni, reclutati con un annuncio su un giornale locale, dove si chiede di partecipare a un esperimento sulla memoria, della durata di un’ora, presso il Dipartimento di Psicologia dell’Università di Yale. È garantito un compenso di 4,50 dollari per il solo fatto di essersi presentati.
All’arrivo, il soggetto riceve il denaro, poi lo sperimentatore (in camice bianco) gli chiede se è disponibile a fare come se fosse un insegnante che interroga quindi di punire con degli shock elettrici – sempre più violenti – un allievo volontario, sconosciuto al soggetto sperimentale, che si trova dietro un vetro, se questo non è capace di rispondere alle domande di un esame a quiz.
Prima di cominciare al soggetto sperimentale viene fatto provare, con una carica elettrica reale, il dolore prodotto dal livello minimo della punizione.
L’allievo-vittima (un attore, segretamente d’accordo con Milgram) sbaglia le risposte e quando gli viene somministrato lo shock elettrico (che, però, a questo punto, è solo simulato) mostra di soffrire molto, si agita e implora pietà. Se il soggetto sperimentale dichiara delle perplessità, lo sperimentatore continua con decisione a dirgli di somministrare la punizione.
Nell’esperimento, solo una minoranza di 14 soggetti (35%) a un certo punto se ne va in seguito ai lamenti dell’allievo; la maggioranza (65%) rimane per tutta l’ora e arriva a somministrare le scariche elettriche fino al livello massimo possibile (potenzialmente mortali) mentre l’allievo batte in modo crescente le mani sul vetro, fino che a un certo punto smette del tutto. Molti soggetti, pur continuando a somministrare la (presunta) punizione, manifestano crescenti segni di grande nervosismo o chiedono spiegazioni ma poi continuano, per le insistenze dello sperimentatore o dopo che questi ha spiegato loro che non saranno ritenuti responsabili di quanto accade.
Gli esperimenti di Milgram sono stati confermati anche da vari altri ricercatori e nel 1976 sono stati raccontati in un film per la televisione: The Tenth Level. Gli studi di Milgram hanno colpito molto anche l’opinione pubblica, in quanto sembrano dimostrare che molti statunitensi (mediamente normali) hanno una notevole propensione a seguire delle suggestioni anche solo moderatamente autoritarie se provengono da figure di prestigio, pure quando i comportamenti indicati sono evidentemente violenti e in contrasto con la propria educazione morale. È da notare che i soggetti sperimentali obbediscono consapevolmente, fino quasi a consegnare la propria volontà nella mani dello sperimentatore, pur trovandosi in condizioni di assoluta libertà d’azione e nel pieno possesso delle proprie capacità di coscienza.
Quando Hannah Arendt si trovò ad osservare il processo intentato a Gerusalemme contro Adolf Eichmann, uno dei principali architetti della Endlösung der Judenfrage, la “soluzione finale alla questione ebraica”, si rese conto che quell’uomo non era matto, né diverso da noi. Anzi, era alquanto comune. Era questo il senso dell’espressione “la banalità del male” che lei coniò: fattori ordinari che vanno a concorrere a un crimine.
È proprio in questo filone che possiamo collocare gli esperimenti di Milgram, che dimostra “l’obbedienza all’autorità” di gente comune (i volontari sani), e quello della “prigione di Stanford” (1971), ideato da Philip Zimbardo, nel quale ad alcuni studenti venivano assegnati casualmente il ruolo di guardia o di detenuto in una prigione simulata. Coloro che avevano il ruolo di guardia iniziavano subito ad agire con crudeltà. Zimbardo riprese alcune idee di uno dei padri della Psicologia Sociale, Gustave Le Bon (1841-1931); in particolare la “teoria della deindividuazione”, la quale sostiene che gli individui di un gruppo coeso costituente una folla, tendono a perdere l’identità personale, la consapevolezza, il senso di responsabilità, alimentando la comparsa di impulsi antisociali. Da quest’ultimo esperimento e dal romanzo Black Box di Mario Giordano (1999) prende il via il soggetto di The Experiment – Cercasi cavie umane (Olivier Hirschbiegel, 2001).
Il film si apre su un tassista tedesco, Tarek Fahd (Moritz Bleibtreu), che trova sul giornale un annuncio: Cercasi volontari per un test: 4.000 marchi per un esperimento di 14 giorni in una finta prigione. Fahd decide di tentare la fortuna e, per inciso, fare qualche soldo extra portando con sé una telecamera nascosta nei suoi occhiali con l’obiettivo di vendere in seguito la storia a un giornalista. Il giorno della convocazione, la dottoressa Grimm (Andrea Sawatzki), assistente del professor Thon, illustra ai volontari l’esperimento:
Non sarà traumatico e non dovrete assumere medicinali […]. Sarete divisi in due gruppi distinti, lo farà il computer. Condurremo su di voi una serie di test per valutare le vostre condizioni psicologiche ma prima c’è una cosa che dovete sapere: se vi capiterà di essere scelti come detenuti, devo avvertirvi che dovrete sacrificare gran parte della vostra privacy e dei vostri diritti civili.
A queste argomentazioni si aggiungono quelle del professor Thon ai soggetti sperimentali, che verranno monitorati 24 ore su 24:
Le prossime due settimane farete una nuova esperienza: potrete subire ed esercitare pressione. Alcuni di voi, in questo periodo, dovranno rinunciare ai diritti civili, non sottovalutate la cosa. […] La vostra sicurezza è in cima alle nostre priorità, vale per ognuno di voi che la violenza non potrà essere usata. Atti di violenza di qualsiasi natura provocheranno la vostra immediata espulsione.
A questo punto vengono nominati i gruppi. Le guardie devono indossare le uniformi perché da quel momento non giocheranno a fare le guardie: saranno le guardie. Il loro compito è garantire la tranquillità e l’ordine e far sì che siano rispettate le regole della prigione:
1) I prigionieri tra di loro si chiameranno sempre e soltanto per numero;
2) I prigionieri dovranno rivolgersi rispettosamente alle guardie, dicendo “signor agente di custodia”;
3) Allo “spegnete le luci”, i prigionieri dovranno smettere di parlare;
4) I pasti vanno consumati interamente;
5) Qualsiasi ordine dato dagli agenti di custodia va eseguito immediatamente dai prigionieri;
6) Non osservare le regole comporterà una punizione.
I prigionieri vestono, invece, ampie divise chiare con un numero sul taschino: la loro identità si riduce a delle cifre, i riferimenti alle persecuzioni nazifasciste contro gli ebrei si fanno sentire attraverso questi elementi oltre alla scena in cui la testa di Fahd viene violentemente rasata dalle guardie, prima che queste gli urinino addosso. Tutti erano stati rassicurati che non ci sarebbero state delle violenze, ma a poco a poco l’esperimento comincia a degenerare e i carcerieri assumono un atteggiamento sempre più sadico verso i prigionieri, li umiliano e li sottomettono in ogni modo. Le guardie si sono trasformate in veri e propri aguzzini che si preoccupano esclusivamente di sedimentare e conservare il proprio potere.
Il potere come processo di deindividuazione, costituitosi all’interno del carcere – inteso come istituzione – spinge l’individuo a fare proprie le regole dell’istituzione stessa, dimenticando la propria personalità e responsabilità di azione e facendo venir meno la consapevolezza di se stessi come individui e la personale responsabilità connessa alle azioni compiute che si annullano, identificandosi esclusivamente con quelle del gruppo per una “ridefinizione della situazione”. Col passare dei giorni, delle ore, la tensione generale tra i detenuti e le guardie aumenta a tal punto che al quinto giorno la dottoressa Grimm, ritenendo che l’esperimento stia prendendo una piega pericolosa, propone di interrompere tutto.
Ritornando all’esperimento di Zimbardo, al quinto giorno i prigionieri mostrarono sintomi evidenti di disgregazione individuale e collettiva: il loro comportamento era docile e passivo, il loro rapporto con la realtà appariva compromesso da seri disturbi emotivi, mentre per contro le guardie continuavano a comportarsi in modo vessatorio e sadico. A questo punto i ricercatori interruppero l’esperimento suscitando, da un lato, la soddisfazione dei carcerati, ma dall’altro un certo disappunto da parte delle guardie.
In The Experiment, invece, il professor Thon lascia che l’esperimento vada avanti. Il giorno seguente, infatti, aumenta la dose di stress mettendo nella palestra la black box, una sorta di cassaforte che permette di rinchiudere al suo interno un detenuto. Le situazioni di tortura sono denunciate dai prigionieri che sperano in un intervento degli studiosi, ma si accorgono che la situazione è ormai fuori controllo: gli aiutanti del professor Thon sono stati imprigionati anch’essi e addirittura una guardia, Eckert, tenta di stuprare la dottoressa Grimm e ammazza con la scacciacani, che ha introdotto violando egli stesso le regole, Thon prima di essere colpito mortalmente con un estintore da un’altra guardia.
Al termine dell’esperimento, si contano due morti e numerosi feriti nel corpo e nell’anima; danni che, come si ascolta dalla voce fuori campo della giornalista, “potevano essere contenuti ai primi episodi di violenza”. Il fenomeno della deindividuazione è stato chiamato in causa anche per provare a spiegare (seppure in parte) il comportamento delle SS nei campi di concentramento nazisti: le condizioni particolari in cui si trovavano le guardie naziste ne avrebbero favorito il comportamento violento e crudele. Le testimonianze e gli accertamenti medici stabilirono che, come già osservato dalla Arendt, le guardie naziste erano nella quasi totalità uomini comuni e sani di mente.
Al processo di Norimberga molti imputati nazisti, protagonisti di azioni criminose, si sono difesi sostenendo di avere commesso le stesse azioni compiute da tutte le altre guardie naziste o attribuendo le responsabilità ad altri: “ho solo eseguito degli ordini”. Il processo di deindividuazione prevede una perdita di responsabilità personale e un’aumentata identificazione con le azioni del gruppo. Il gruppo è altro da sé, anche se lo contiene: l’Io si fonde nel Noi, depotenziando la coscienza che così si tramuta in incoscienza, incapacità, banalità.



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