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Ti trovi qui: Home / Scienze Forensi / Il Paradosso del Carcere: Goffman e le Istituzioni Totali Desocializzanti

Il Paradosso del Carcere: Goffman e le Istituzioni Totali Desocializzanti

15 Maggio 2015 da admin 1 commento

43Shares

Di Andrea Manno

La mia laurea in psicologia, acquisita ormai qualche anno fa, tra i vari superpoteri di cui mi ha dotato, mi ha fatto dono anche di quello che mi consente di aprire le porte del carcere per entrarci da esperto psicologo ex art. 80.

Quest’articolo, appartenente all’Ordinamento Penitenziario (legge 354/75), al quarto capoverso recita che:

Per lo svolgimento delle attività di osservazione e di trattamento, l’amministrazione penitenziaria può avvalersi di professionisti esperti in psicologia, servizio sociale, pedagogia, psichiatria e criminologia clinica, corrispondendo ad essi onorari proporzionati alle singole prestazioni effettuate.

Ogni proposizione di questo estratto di legge potrebbe far aprire simposi riguardanti l’istituzione carceraria e il lavoro che si svolge al suo interno, ma ciò che più di tutto ha da sempre attirato la mia attenzione, riguarda l’attività che l’esperto, quindi ipoteticamente io, dovrebbe svolgere al suo interno: quella di osservazione e trattamento. Anche su questi due termini si potrebbe dibattere per ore per sviscerarne significati, obiettivi, metodi e quant’altro. Io però vorrei partire da un punto fermo, ovvero che l’obiettivo del trattamento di cui parla la legge sia quello del reinserimento sociale, così come recita l’art. 1 dell’Ordinamento Penitenziario.

Dunque l’esperto psicologo dovrebbe contribuire con il suo lavoro a questo processo di reinserimento sociale dei detenuti. Sulle modalità di partecipazione spero di poterci tornare in un prossimo articolo, mentre in questa sede vorrei prendere in esame il contesto in cui il lavoro di risocializzazione dovrebbe avvenire. Non bisogna essere dei geni per notare, innanzitutto, la quasi paradossalità dell’effettuare un lavoro di rieducazione al mondo esterno in uno dei contesti istituzionali più impermeabili della società moderna.

Ma non è l’impermeabilità l’unico fattore che sembra remare controcorrente nel navigare degli internati verso il reinserimento sociale. Diversi autori e autrici hanno infatti affrontato il problema degli effetti che un soggiorno in carcere più o meno lungo può avere sulla vita delle persone. Tra questi, Goffman (Asylum, 1961), con il suo lavoro pionieristico sulle Istituzioni totali, illustra in maniera molto chiara a quali trasformazioni può andare incontro il sé di chi esperisce l’internamento in una di esse. Essendo le Istituzioni totali definite dall’autore come “il luogo di residenza e di lavoro di gruppi di persone che – tagliate fuori dalla società per un considerevole periodo di tempo – si trovano a dividere una situazione comune, trascorrendo parte della loro vita in un regime chiuso e formalmente amministrato” (nella Premessa dell’autore all’opera), il carcere può essere fatto rientrare a tutti gli effetti in questa categoria.

Secondo Goffman, l’ingresso in un’istituzione totale segna per l’individuo l’inizio della sua carriera morale, ossia del “[…] progressivo mutare del tipo di credenze che l’individuo ha su di sé e su coloro che gli sono vicini” (Asylum, pag. 44) [1] . Questo percorso inizia con una spoliazione di ruoli, ovvero una serie di perdite che mortificano l’identità dell’individuo fino a cancellarla.

Si perdono infatti le cose che prima si possedevano, “[…] importante nella misura in cui le persone investono un sentimento del sé in ciò che posseggono” (ibidem, pag. 48). Si perdono alcuni ruoli che si avevano all’esterno, alcuni dei quali non si potranno più recuperare. Si perdono molte relazioni con il mondo esterno, quando non tutte. L’identità sessuale è messa in crisi, in quanto “Nelle prigioni, l’impossibilità di aver rapporti eterosessuali può indurre la paura di perdere la propria mascolinità [2] ” (ibidem, pag. 52). Si perde l’autonomia delle proprie azioni e il potere dell’autodeterminazione attraverso una “rottura della relazione abituale fra l’individuo che agisce e i suoi atti” (ibidem, pag. 64); in un’istituzione totale infatti, attraverso un processo descritto dall’autore come “irreggimentazione” o “tiranneggiamento”, “anche i più piccoli segmenti dell’attività di una persona, possono essere soggetti alle regole e ai giudizi del gruppo curante; […] Ogni regola priva l’individuo dell’opportunità di equilibrare i suoi bisogni e i suoi obiettivi in un modo personalmente efficace, e lo fa entrare nel terreno della sanzione. E’ in questo senso che l’autonomia dell’azione viene violata” (ibidem, pagg. 66-67).

Per l’autore però, tutto questo non è affatto casuale o accidentale. Tutte queste perdite, questa “spoliazione” dell’individuo, “possono essere ritenute il modo istituzionale di prepararlo a vivere in accordo con le regole di casa” (ibidem, pag. 76). Esiste infatti “un sistema di prescrizioni e proibizioni, relativamente espliciti e formali, che definiscono i bisogni dell’internato” e che “ne prescrivono l’intero, severo ciclo di vita” (ivi), e che per essere accettato ha bisogno di una sorta di, prendendo in prestito questo termine dall’informatica, “resettaggio” della persona. L’internato viene infatti continuamente impegnato in attività “le cui implicazioni simboliche sono incompatibili con il concetto che egli ha di se stesso”, gli viene imposto “un ciclo di vita  che egli considera estraneo – ciò per poter fargli assumere un ruolo in cui non abbia a identificarsi” (ibidem, pag. 52). Quello  in cui invece si deve identificare, è il sistema di regole, sanzioni e privilegi, che “sembra fornire lo schema principale entro il quale ha luogo la ricostruzione del sé” (ibidem, pag. 83).

Esiste però un grave inconveniente a questa ricostruzione, ovvero che nelle Istituzioni totali “Il concetto stesso di punizione e di privilegio non corrisponde al significato che esso assume nel mondo «civile»” (ibidem, pag. 79).  Al contrario quindi, si ha un effetto di estraniamento dal mondo esterno tale che, per l’autore, “Le Istituzioni totali sono fatali per il sé civile dell’internato” (ibidem, pag. 75), il quale, per non soccombere alla sua nuova vita, deve mettere in atto tutta una serie di “forme diverse di adattamento”, che se protratte per lunghi periodi, possono a volte risultare irreversibili: la regressione, nella quale “L’internato «ritira» apparentemente l’attenzione da tutto, riducendola ai soli eventi relativi al proprio corpo” (ibidem, pag. 88); la linea intransigente, in cui “l’internato sfida intenzionalmente l’istituzione rifiutando, apertamente, di cooperare con il personale. Ne risulta un’intransigenza costantemente espressa e talvolta un alto spirito individualistico” (ibidem, pag. 89); la colonizzazione, dove “la parte di realtà di cui l’organizzazione provvede l’internato, è da questi vissuta come se si trattasse di tutta la realtà: viene cioè a costituirsi un’esistenza stabile e relativamente felice, basata sul massimo delle soddisfazioni che l’istituzione può offrire” (ivi); la conversione, in cui l’individuo “sembra assumere su di sé il giudizio che in genere lo staff ha di lui […]” (ibidem, pag. 90), recitando quindi la parte del prigioniero modello; infine la linea del prendersela calma, ovvero un insieme di diversi adattamenti con carattere di flessibilità e opportunismo, che “subordinano i loro [degli/delle internati/e] rapporti con i loro compagni ad una finalità più alta, che è quella del «tenersi lontani dai guai»” (ibidem, pag. 92).

Si è di fronte, come si potrà notare, a processi che, se permettono ai/alle detenuti/e di riuscire a sopravvivere in carcere, sono assolutamente inadeguati per affrontare la realtà esterna con la sua complessità e la sua moltitudine di relazioni interpersonali. A ciò si aggiunga che uno dei fattori riorganizzativi del sé dell’internato, risulta essere spesso “[…] il processo di fraternizzazione, attraverso il quale persone socialmente diverse si trovano a sviluppare un mutuo appoggio e una maggiore possibilità di opporsi al sistema che li costringe ad una forzata intimità e ad un unico destino comune, uguale per tutti. […] Si tende a sviluppare un senso di ingiustizia comune a tutti e di amarezza contro il mondo esterno, il che segna un passo molto importante nella carriera morale dell’internato” (ibidem, pag. 84). Si arriva dunque ad una diffusione dell’ostilità che, oltre ad essere rivolta al luogo in cui forzatamente si è costretti a vivere, viene estesa anche al mondo esterno, di cui si rifiutano gli obiettivi.

A conferma di queste considerazioni, si trovano le difficoltà cui spesso i/le detenuti/e vanno incontro quando si tratta di essere rilasciati, soprattutto dopo un lungo periodo di soggiorno “dietro le sbarre”: molti di loro spesso entrano in ansia, “tanto che taluni giungono […] a commettere qualche guaio per essere trattenuti ed evitare la dimissione” (ibidem, pag. 97). Questo accade secondo Goffman per la concorrenza di più fattori: il primo (soprattutto quando il rilascio avviene dopo un lungo soggiorno, […] nel momento in cui l’internato ha finalmente imparato le regole dell’istituto ed è riuscito ad ottenere quei privilegi che – come ha faticosamente appreso – sono tanto importanti nella realtà istutuzionale” [3] ) riguarda il fatto che la sua posizione, ora che è fuori, sarà radicalmente diversa da quella cui si era abituato in carcere; ancora più importante però, è il fattore per cui “[…] la sua posizione sociale nel mondo esterno non potrà mai più essere quella che era, prima del ricovero” (ibidem, pag. 99), a causa della stigmatizzazione [4] cui il carcere l’ha condannato probabilmente per tutta la vita; infine, il fattore che probabilmente riassume in sé tutti i processi di cui si è scritto fino ad ora, quello della disculturazione, ovvero “[…] la perdita o la mancanza di cognizioni circa alcune abitudini ritenute indispensabili nella società libera” (ibidem, pag. 100).

Se quindi il percorso dell’internato, dal momento della sua entrata in carcere a quello della sua uscita, coincide realmente con quanto descritto da Goffman, e porta ad una disculturazione dell’individuo (cioè tutto l’opposto di quello cui auspicherebbe la legge), viene da chiedersi come possa avvenire al suo interno un processo di reinserimento sociale, quale efficacia possa avere un trattamento rieducativo penitenziario, e quale possa essere il ruolo dell’esperto psicologo in un contesto di questo tipo: ok i superpoteri, ma di fronte ad una situazione di questo genere ogni tipo di lavoro costruttivo rischia di andare contro-sistema ed essere perciò totalmente inutile.

Bisogna però fare attenzione: riflessioni di questo tipo non dovrebbero portare, come spesso accade, alla conclusione che la presenza di questa figura professionale all’interno dell’Istituzione carceraria sia obsoleta, o che il trattamento non abbia senso di esistere. Senza di essi il carcere sarebbe un posto forse ancora peggiore e più inumano di quello che risulta essere. Il vero problema sta nell’organizzazione del carcere, nel suo regime strutturato in un certo modo, nella sua idea di rinchiudere, punire, piegare e redimere allo stesso tempo un essere umano, forse nella sua stessa esistenza.


[1]
     I numeri di pagine si riferiscono all’edizione italiana dell’opera edita da Edizioni di Comunità nel 2001, con traduzione di Franca Basaglia.

[2]     La ricerca dell’autore è stata effettuata in un reparto maschile di un ospedale psichiatrico.

[3]     Goffman, 1961, tr. it. pag. 100.

[4]     Per una disamina più approfondita del concetto di stigmatizzazione cfr. Goffman, 1963, “Stigma: Notes on the Management of Spoiled Identity”.

© Riproduzione riservata

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. andrea manno dice

    20 Giugno 2015 alle 10:43

    grazie! non mi ero mai accorto di questo commento fino ad ora 🙂

    Rispondi

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