Di Andrea Manno
In base a quanto evidenziato nell’articolo precedente (Limiti metodologici e strutturali della Teoria dell’Attaccamento), abbiamo un quadro sufficientemente ampio e chiaro per poter comprendere perché la correlazione individuata da Bowlby tra deprivazione materna e comportamento deviante di furto in adolescenza sia troppo semplicistica e superficiale.
Lo studioso inglese è convinto, sulla scia di studi etologici compiuti su alcune specie di primati (per esempio Harlow 1960, 1961, 1965), che i cuccioli umani abbiano una tendenza monotropica. Il primo legame con la madre assumerebbe quindi un ruolo estremamente importante e decisivo nella formazione del loro MOI. In una prospettiva di questo tipo è chiaro come una prolungata interruzione del legame di attaccamento durante il periodo della sua formazione possa risultare traumatico, conducendo quindi alla formazione di un MOI insicuro e difensivo nei confronti dell’ “altro” e del mondo. Da qui i sentimenti di ostilità che possono poi sfociare anche in comportamenti devianti e antisociali, come quelli individuati negli adolescenti facenti parte del campione dello studio di Bowlby.
Tuttavia diversi autori (Howes, Sagi, Van Ijzendoorn, Lamb) hanno dimostrato con i loro studi che il monotropismo non è una caratteristica intrinseca all’essere umano, ma un riscontro dovuto al particolare contesto di ricerca degli studi di Bowlby. E’ normale che nelle famiglie nucleari occidentali il bambino possa stabilire un legame di attaccamento preferenziale, quando non esclusivo, con la madre, se questa è il principale caregiver. Ricerche transculturali hanno invece messo in evidenza come bambini e bambine, anche in tenera età, siano capaci di costruire più di un legame di attaccamento nel caso in cui diversi caregivers si prendano cura di loro.
Questi risultati hanno spianato la strada ad altre ricerche in cui sono stati approfonditi i legami che i piccoli costruiscono con altre figure di rilievo (insegnanti, padri, babysitter, nonni), mostrando come queste possano essere considerate alla stregua del legame di attaccamento formato con la madre, a patto che esistano due condizioni fondamentali: continuità della presenza e adeguato livello di coerenza nelle cure e nelle risposte ai bisogni dei bambini.
Van Ijzendoorn et al. (1992) sono arrivati addirittura a sostituire l’ipotesi monotropica bowlbiana con una extension hypothesis, secondo cui il contesto ideale di crescita per un infante sia un contesto di multicaregiving.
Dunque, alla luce di queste evoluzioni della Teoria dell’Attaccamento, si potrebbe ipotizzare, tornando ai 44 soggetti adolescenti del campione di Bowlby, che un fattore di rischio per il comportamento deviante in adolescenza possa essere non tanto la deprivazione di cure materne (che quando avviene e non è compensata risulta comunque disastrosa per lo sviluppo di un qualsiasi essere umano), quanto l’isolamento sociale della coppia madre-bambino nei primi anni dello sviluppo.


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