
L’opera Vita e Morte delle grandi città, che ha reso famosa Jane Jacobs, si presenta come un saggio ricco di suggestioni e affronta una varietà di temi che toccano l’urbanistica, le politiche federali e regionali, le banche e i progetti di finanziamento dell’edilizia, il traffico e la vita cittadina, i settimanali e le riviste femministe, ecc. Si tratta di una critica radicale ai metodi di pianificazione e ristrutturazione di architetti e urbanisti che si ispirano alla moderna urbanistica ortodossa. Gli interventi dall’esterno dei pianificatori hanno creato isolamento, standardizzazione, monotonia, incentivando situazioni di degrado sociale. La motivazione risiede nel fatto che:
Urbanisti e architetti ci hanno consegnato una città rigidamente stratificata secondo occupazioni e classi. Hanno una visione statica ed effetti sociali ottenuti, tra qualità degli alloggi e tipo di comportamento degli abitanti. Presumono di poter pianificare e razionalizzare, attraverso soluzioni tecniche, la vita sociale degli abitanti, senza che questi ultimi partecipino in alcun modo ai progetti che riguardano la loro vita e il loro ambiente. Le considerazione economiche e tecniche e quindi il profitto sono stati i principi ispiratori dei progetti di rinnovamento e risanamento che hanno interessato vaste aree delle città americane. (Piselli, 2012)
L’autrice propone un nuovo approccio per comprendere la vita urbana. Attraverso un metodo di osservazione diretta, vuole occuparsi di come funzionano le città nella vita reale: indagare perché certe strade sono sicure e altre no; perché certi parchi sono sicuri e altri no; qual è il funzionamento del vicinato urbano; ecc. Con il fine di comprendere il complesso ordine sociale ed economico che esiste sotto l’apparente disordine della città, l’antropologa esamina da vicino:
- il comportamento sociale degli abitanti;
- il funzionamento economico della città;
- la diversificazione degli usi;
- il funzionamento della città, e come appare;
- gli esempi di decadenza e di rigenerazione urbana.
Le grandi città sono un immenso laboratorio sperimentale, sono generatrici di diversità e di nuove iniziative. La città è il punto da cui si parte per l’innovazione rispetto a quelle che avevano sostenuto molti studiosi, secondo cui la città era il luogo del caos, mentre la Jacobs sostiene la necessità di mescolare. In particolare, per creare una ricca mescolanza, bisogna che vi siano 4 condizioni:
- un quartiere deve servire a più funzioni primarie (uffici, fabbriche, scuole, centri di spettacolo), il che porta la gente a frequentare la strada in ore diverse. Ne risulta un effetto stimolante e un ambiente favorevole per la diversità secondaria, riguarda a sua volta gli usi secondari: cioè le attività che nascono in relazione alla presenza di usi primari e che sono destinate a fornire servizi;
- la maggior parte degli isolati devono essere piccoli, corti in modo che le strade e le occasioni di svoltare gli angoli siano frequenti. Ciò evita agli abitanti la monotonia di servizi dello stesso percorso, apre loro la prospettiva di un vero e proprio vicinato. Aumentando cosi le occasioni di incontro fra gli abitanti e quindi le opportunità di scambio, relazioni di vita collettiva;
- nel quartiere devono coesistere edifici di diversa età e condizioni, compreso un buon numero di vecchie costruzioni; in tal modo nel quartiere si potranno insediare attività diverse;
- la densità di popolazione di un quartiere deve essere sufficientemente elevata.
La Jacobs ci fa notare che se c’è una netta separazione tra spazi pubblici e privati, in particolare tra i marciapiedi come sedi di vita collettiva e le case come luogo della privacy, se le strade sono sorvegliate dai loro «naturali proprietari» come i negozianti e se i marciapiedi sono frequentati con sufficiente continuità lungo tutto l’arco della giornata, allora la strada è sicura. Ciò aumenta i contatti umani e i ragazzi acquisiscono naturalmente le forme di vita e il costume della città. Quanto più vasta e ricca sarà la gamma d’interessi legittimi che le strade urbane riusciranno a soddisfare con le loro iniziative commerciali, maggiore sarà la sicurezza e il senso civico della città.
La città sono piene di persone con le quali può essere utile, o gradevole, un certo grado di contatto umano. Ma per realizzare questo tipo di contatto vi è bisogno di fiducia, che nasce con il tempo da un’infinità di piccoli contatti che si svolgono in pubblico sui marciapiedi. Il risultato di questi contatti pubblici occasionali, a livello locale, è la formazione di una sensibilità e di un tessuto connettivo costruito sul rispetto e la fiducia reciproca. Si tratta in effetti della creazione di un buon vicinato che l’autrice concepisce come indipendente da strutture, status sociale e servizi. I vicinati sono organi normali di autogoverno, il cui fallimento, o il successo, è il risultato dell’autogoverno a livello locale.
A tal riguardo bisogna precisare che il vicinato delle grandi città è diverso dal vicinato di comunità, che sono più fluide e aperte. Questo è il campo dei fatti che dipendono dal reticolo urbano, e questo dovrebbe essere l’oggetto dell’urbanistica come scienza. Ragion per cui la pianificazione ideale dovrebbe prevedere:
- una rete di strade vivaci;
- parchi e verde come modi di connessione;
- esaltare identità funzionale delle zone;
- favorire la stabilità dei vicinati.
Per concludere, la Jacobs ci mostra una concezione dinamica di capitale sociale. Quest’ultimo assume le forme più diverse, è il risultato di un processo di interazione dinamica: si crea, si mantiene, si distrugge. Il capitale sociale si concretizza in una forma costituita da reti aperte verso l’esterno, fluide, inclusive, che generano identità e reciprocità più ampie di quanto non avvenga con le forme di capitale sociale caratterizzate dalla chiusura.
Questo non esclude, anzi si integra col fatto che esistono particolari addensamenti delle interazioni in punti specifici dello spazio su cui si fonda il riconoscimento e l’autoriconoscimento di una identità locale; che creano l’atmosfera e il senso di appartenenza ad un vicinato, ad un quartiere. Secondo la studiosa americana, quindi, ogni progetto di rinnovo urbano, di intervento sul territorio, non deve disperdere, ma anzi preservare, potenziare quello straordinario patrimonio di relazioni e di vita collettiva che costituisce, il capitale sociale di una città.


Interessante e utile! Grazie