
Il contesto in cui abitiamo, con i suoi elementi e persone, condiziona parte del nostro stato d’animo, oltre che parte del nostro vivere. Un vivere sempre più autoreferenziale dovuto alla frenesia quotidiana, che rende difficile la rete delle relazioni sociali e familiari. All’ordine del giorno, infatti, sono le discussioni e i contrasti con il vicinato, anche maggiori delle controversie all’interno del nucleo familiare.
Nasce così l’esigenza di vivere in un ambiente accogliente, fatto di reti e relazioni positive, i cui soggetti siano in accordo tra loro. Emblema di questo stile di vita è il Cohousing, un modo di abitare collaborativo, composto di spazi privati, coadiuvato da aree e servizi a uso comune. Uno stile di vita co-residente, il cui obiettivo è quello di creare reti di relazioni e reciprocità, adottare pratiche ecologiche, ma anche ottenere risparmi economici ed agevolazioni.
In sé, il cohousing dal termine anglofono “cohouser”, ovvero coresidente, definisce gli insediamenti abitativi privati, corredati da ampi spazi comuni destinati all’uso collettivo e alla condivisione tra i coinquilini. Si tratta di un contesto urbano, simile ad un condominio o insieme di abitazioni, composto da diverse residenze collegate tra loro, i cui coresidenti condividono gli stessi principi fondanti e finalità.
Si tratta di aggregazioni non accomunate da credo o ideologie, ma solo dalla coresidenza partecipata, intesa come un contesto sociale privilegiato, paragonato dagli studiosi a quello di un villaggio dove le persone si conoscono bene, fanno rete e si aiutano reciprocamente. Vivere in cohousing dunque significa vivere secondo un equilibrio tra la propria abitazione privata e la socialità degli spazi comuni che rappresentano un valore aggiunto per i cohouser come spazi gioco per bambini, asili nido, spazi per gli anziani, orto, palestra e quanto altro può venir fuori dalla co-progettazione architettonica.
Non solo, la rete che si instaura tra i cohouser permette loro di collaborare nelle attività quotidiane e organizzazione della vita. I servizi che i cohouser cercano sono per lo più indirizzati a ridurre i tempi di spostamento, ricreare aree più vivibili anche per i più piccoli, migliorare la qualità dei prodotti generalmente consumati, socializzare e condividere esperienze di vita quotidiana. Dunque, se un condominio tradizionale è composto da abitazioni private unite solo dalla compresenza in un determinato contesto, nel caso del cohousing le abitazioni sono unite tra loro da spazi comuni che permettono di coniugare vita sociale e comunitaria mantenendo la propria riservatezza e ritmo di vita.
La prima esperienza nasce in Danimarca negli Anni ’60, e si è particolarmente diffuso in Svezia, Norvegia, Olanda, Inghilterra, Germania, Francia, Stati Uniti, Canada, Australia, Giappone. Solo negli ultimi anni si sta diffondendo anche in Italia, dove struttura e modalità sono ancora in forma sperimentale. Coloro maggiormente protesi verso tale forma di aggregazione condominiale sono le persone della terza età, non sono con fini relazionali ma anche con una particolare visione sostenibile.
Di fatti, la condivisione di beni e servizi consente non solo di organizzare la propria quotidianità in comunione a quella del vicinato, ma anche di risparmiare sul costo della vita e sull’economia familiare. Partendo da tali presupposti, nel 2008 a Ferrara, l’associazione Solidaria ha dato vita ad una struttura abitativa le cui famiglie, intenzionate a favorire relazioni e mutuo aiuto tra vicini di casa, hanno scelto di condividere tempi e progetti sulla scia dei valori di “Riciclo, Riutilizzo e Rispetto” al fine di migliorare la vita quotidiana.
Sono molti gli aspetti positivi per chi sceglie questo stile di vita: incoraggiamento della socialità, aiuto reciproco, rapporti di buon vicinato, riduzione della complessità della vita, miglior organizzazione e diminuzione dello stress, riduzione dei costi di gestione delle attività quotidiane. Sebbene esistano già molti esempi che funzionano da anni, vi è ancora un certo scetticismo nei confronti di simili organizzazioni sociali. In ogni caso, non si tratta di luoghi dove si va tutti d’accordo, ma dove le persone partono già da un’idea di apertura mentale, di condivisione e collaborazione. Quindi, si è più inclini a dialogare e a risolvere problemi e controversie, cercando la soluzione migliore per tutti ed evitando il più possibile scontri e litigi. Nel coadiuvare l’abitazione privata con i vantaggi di servizi, risorse e spazi condivisi, si ottiene inevitabilmente come risultato una migliore qualità della vita, relazioni positive e stabili tra i cohouser e con il quartiere, che si riversa anche con la città di appartenenza.



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