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Storia e caratteristiche della Pedagogia Nera

11 Settembre 2018 da Webmaster Lascia un commento

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Di Giulia Panico

L’espressione Pedagogia nera è stata utilizzata per la prima volta da una sociologa tedesca, Katharina Rutschky, che nella seconda metà degli Anni ’70 del 1900 ha pubblicato un libro in cui ha raccolto una serie di teorie pedagogiche diffuse in Germania basate sui metodi pedagogici utilizzati nella prima metà dell”800 da un medico ortopedico e pedagogo, il Dr. Daniel Gottlieb Moritz Schreber (1808-1861). L’obiettivo pedagogico del Dr. Schreber era di rendere i bambini ubbidienti e sottomessi all’adulto e, a tal fine, elaborò un complesso sistema educativo che avrebbe portato a “una società con una razza migliore”.

I concetti della sociologa tedesca sono stati ripresi da Morton Schatzman e Alice Miller. In particolare fu la psicanalista polacca a diffondere il concetto di pedagogia nera, proprio perché ne fu vittima. La studiosa racconta che la madre era capace di non parlarle per settimane: tale comportamento era una punizione, ma non spiegava mai alla figlia per cosa esattamente venisse punita. Si trattava, dirà, della situazione kafkiana di chi viene accusato senza che gli si dica esattamente per cosa, come in un vero e proprio sistema totalitario. E dato che non è facile per un bambino mettere in discussione i propri genitori, è molto più semplice pensare che siano loro ad aver ragione, addossandosi tutte le colpe. La conseguenza principale è che, crescendo, il bambino lascerà il posto ad un adulto che ha ormai rimosso i sentimenti infantili, ma si porta dietro quel senso di colpevolezza.

Un’ampia letteratura scientifica ha dimostrato come il modo in cui vengono trattati i figli, soprattutto nei primi anni di vita, determinerà il loro sviluppo affettivo e relazionale, sostanzialmente getterà le basi della loro personalità adulta. Un bambino amato, rispettato, “visto” e soddisfatto nei suoi bisogni di protezione e accudimento, sarà un adulto sereno, equilibrato, in grado di amare e di fare scelte di vita consapevoli e in sintonia con il suo sé più profondo ed autentico.

Mentre un bambino, cresciuto secondo i principi della pedagogia nera, diverrà un adulto non sereno, in molti casi psicologicamente problematico. Le conseguenze di un’educazione cattiva sono gravi e irrimediabili nella maggior parte dei casi, ma il vero problema sta nella recidiva transgenerazionale, nella ripetizione del male. Il trauma transgenerazionale deriva dall’utilizzo di metodi violenti e controproducenti attraverso: l’invisibile, il non detto, il nascosto e il latente, pensando di migliorare in questo modo il bambino. La pedagogia nera si può riassumere basandosi sui seguenti concetti, delineati dallo psicoterapeuta Alessandro Costantini:

  1. gli adulti sono i padroni dei bambini che da loro dipendono;
  2. essi, atteggiandosi a Dei, decidono che cosa sia giusto o ingiusto;
  3. la loro collera deriva dai loro conflitti personali;
  4. essi ne considerano responsabile il bambino;
  5. i genitori vanno sempre difesi;
  6. i sentimenti violenti del bambino rappresentano un pericolo per il loro padrone;
  7. si deve “privare” il più presto possibile il bambino della sua volontà;
  8. tutto questo deve accadere molto presto affinché il bambino “non si accorga” di nulla e non possa smascherare gli adulti.

Diversi sono i metodi utilizzati dalla pedagogia nera:

  • violenza fisica: sculacciate, botte e schiaffoni. La percossa è un’azione energica, che accompagna la parola e ne rafforza l’effetto. La violenza è utilizzata per educare alle virtù e ai valori.
  • mentire: per impedire che i bambini dicano bugie ai genitori, vengono spesso raccontate loro delle menzogne. Mentire è necessario per educare.
  • punizioni, incidenti, ricompense: punizione non solo violenta, ma anche come rimprovero continuo. La punizione punta a umiliare, manipolare e ammonire.
  • rifiutare i bisogni fondamentali del bambino: questo permette di preparare e abituare i bambini all’umiltà, alla vita e alle sue difficoltà.
  • ritiro dell’affetto/ritorno dell’affetto: quando i bambini sono legati ai genitori sia emotivamente che economicamente, si consolida la loro dipendenza e il senso di colpa aumenta con periodi di distacco emotivo e di conflitto.
  • manipolazione: agli occhi dei bambini i genitori devono rimanere operatori di bene anche quando compiono azioni negative. I genitori fanno solo del bene per i figli, che devono essere a loro grati anche delle punizioni ricevute.
  • controllo, sorveglianza, potere paternalista: per poter utilizzare il metodo della manipolazione è necessario conoscere gusti, disgusti, preferenze, intenzioni e attività del bambino, e conoscere chi può intromettersi nella relazione adulto-bambino.

La pedagogia nera fornisce sin da subito delle false informazioni che il bambino acquisisce a livello cognitivo ed emotivo e che verranno trasmesse di generazione in generazione. Ecco alcuni degli esempi più comuni: l’amore può nascere per senso del dovere; i genitori meritano rispetto a priori proprio in quanto genitori; i bambini, a priori, non meritano rispetto; l’obbedienza fortifica; un alto grado di autostima è nocivo; un basso grado di autostima favorisce l’altruismo; le tenerezze sono dannose, è male venire incontro ai bisogni dei bambini; la severità e la freddezza costituiscono una buona preparazione per la vita; i genitori sono creature innocenti e prive di pulsioni.

Ad un livello generale, troveremo delle conseguenze psicologiche sul bambino che andranno a rappresentare il modello delle sue relazioni adulte. Mentre ad un livello manifesto avremo:

  • aumento della rabbia rimossa e scaricata su terzi;
  • aumento di paura, ansia, disperazione;
  • riduzione della socialità, del gioco e del piacere della scoperta sociale.

In ultimo, ad un livello emotivo più profondo, avremo:

  • rimozione di emozioni e ricordi (non ricordo il danno che mi è stato inflitto, né la sofferenza);
  • minimizzazione dei traumi subiti (ricordo, ma non è stato poi nulla di così grave);
  • idealizzazione genitoriale (i miei genitori sono stati perfetti);
  • svalutazione di sé/autocolpevolizzazione (ero un bambino cattivo, ho meritato castighi e punizioni);
  • senso di “vuoto”, di “non autenticità”, di “non esistenza”.

Tali processi inconsci gettano le basi per la formazione di un “Falso sé” : non si vive realmente secondo ciò che si è e in base alle proprie emozioni e desideri, ma secondo quanto deciso da altri e dunque in base alla rimozione e alla negazione della parte più vera e autentica di se stessi. Il problema è che non si ha consapevolezza di tutto questo, ma si è semplicemente convinti di essere realmente ciò che si crede di essere.

Alice Miller ha elaborato il concetto di Bambino dotato: il bambino che, per assecondare i bisogni dei genitori, rimuove i propri bisogni per “compensare” in qualche modo la perdita del contatto con loro. Quello che i genitori non gli danno, non lo utilizza per puntare loro il dito contro, ma per puntarlo contro di sé, additandosi come soggetto non meritevole di amore e attenzione. Un “bambino dotato”, crescendo, metterà in atto su di sé e sugli altri tutto quello che in prima persona avrà assorbito e subito durante l’infanzia. Attualmente vi sono ancora forme di pedagogia nera, in una forma velata, mascherata e dunque più difficile da percepire.

© Riproduzione riservata

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