
Di Giulia Panico
O vvoglio di pè scrupolo ‘e cuscienza: io scrivo ‘e fatte comiche d’ ‘a ggente… E’ a ridere, truvate cunvenienza?
Eduardo de Filippo
“La comicità può essere considerata una specie di oggetto trasversale che ha a che fare con l’intera dimensione della quotidianità” (Tunesi, 2012). Tutti i giorni la utilizziamo, per “rompere il ghiaccio”, per conoscere l’altro, per connetterci all’altro, insomma serve a “scaldare le relazioni” (Bergson, 1989). Non solo ognuno di noi ha un modo diverso di esprimerla, la comicità dipende soprattutto dai modi di viverla, dal contesto in cui siamo cresciuti e viviamo, dalla nostra rete sociale a “maglia stretta” (la famiglia di origine) dalla nostra rete sociale a “maglia larga” (amici, conoscenti, vicini) ed infine dalla nostra cultura e subcultura di appartenenza (Bott, 1971).
In particolar modo, nel nostro paese prevale un tipo particolare di comicità: popolare, immediata, rassicurante e basata per lo più sul linguaggio verbale (Tunesi, 2012). Questo tipo di comunicazione è basata sull’allusione ed è particolarmente efficace in quanto utilizza una modalità indiretta: “costringe” il destinatario a un lavoro attivo di reinterpretazione, rispetto alla cultura di appartenenza e alla propria esperienza, partecipazione e coinvolgimento. La comicità è quindi qualcosa che ci appartiene, che si radica e cresce dentro di noi. La principale conseguenza della comicità è sicuramente quella di innescare il riso.
Cosa provoca il riso?
Secondo Erving Goffman, riuscire a ridere, o meno, in determinate situazioni, dipende dalla nostra concezione della realtà, ossia dal nostro senso dell’umorismo. L’atto del riso quindi scaturisce dall’esercizio umoristico, che dipende a sua volta da un esercizio di riflessione e osservazione della realtà circostante. La differenza sta quindi nella modalità che utilizziamo per osservarla, che può dipendere da caratteristiche individuali o da abilità che si apprendono dalla cultura di appartenenza. Ridere ci fa sentire vivi, più partecipi, è il contrario dalla passività.
Qual è la finalità del riso?
Henri Bergson nel suo celebre saggio Il Riso (1901) assegna al riso “una funzione di coesione sociale facendola derivare da un meccanismo naturale, da una sorta di istinto culturalizzato” (Genovese, 1985). Il riso ha quindi la funzione di connettere, far interagire un gruppo di persone che condividono le stesse norme e valori culturalmente interiorizzati. Tant’è che Bergson afferma che il riso è un “gesto sociale”. Gesto che si acquisisce solo se i membri di una società sono attenti a ciò che li circonda, assorbendo la realtà circostante e non richiudendosi in se stessi. Quasi come se l’atteggiamento del riso rappresentasse una risposta agli atteggiamenti che dimostrano “una certa inadattabilità […] della persona alla società ambiente” (Bergson, 1989). La comicità è il prodotto del contrasto tra meccanicità di un comportamento, “come un movimento senza vita” e la vita stessa che, invece, si presenta come un qualcosa che è in costante movimento (Bergson, 1989).
Luigi Pirandello, nel saggio L’Umorismo (1908), distingue tra la comicità intesa come “avvertimento del contrario” e l’umorismo come “sentimento del contrario”.
Dall’avvertimento derivato dall’assistere a una situazione che non rientra in determinati canoni culturali, come ad esempio la signora anziana “tutta imbellettata”, scaturisce il riso. Osservando meglio la signora, si potrebbe pensare che per lei quello è un modo di esprimere una giovinezza ormai perduta o magari trattenere a sé l’amore di un marito. Ed è qui che si passa dall’avvertimento (livello superficiale che provoca il riso) al sentimento (livello più profondo che provoca l’umorismo), che riguarda l’aspetto più amaro, più veritiero della vita stessa.
Nel 1933, al teatro “Sannazaro” di Napoli, Pirandello conosce Eduardo de Filippo, massimo interprete del teatro del ‘900. Dalla loro amicizia nascerà una significativa produzione teatrale. Eduardo racconta storie di vita di persone comuni ambientate tra i vicoli di Napoli, sviluppando inizialmente una storia seria tragica, plasmandola poi con contorni tutti comici. “Pertanto, egli agisce con scaltrezza trascinando lo spettatore direttamente nella vicenda, per via logica e razionale, in modo da non produrre cesure nella fruizione; così da una situazione comica si passa al dramma, senza contraccolpi” (Venturi).
L’attore partenopeo inscena Napoli con le sue contraddizioni, usanze, credenze e superstizioni, con il suo umorismo, riuscendo a presentare l’immagine di un napoletano “la cui precarietà e senso dell’identità vengono bilanciati dall’ironicità e dall’attaccamento talora morboso a credenze e superstizioni” (Buommino).
Eduardo si fa quindi interprete del pensiero pirandelliano, come ad esempio nella trasposizione teatrale della novella L’abito nuovo (1937). A Napoli, il signor Michele Crispucci vive con la figlia Assuntina. Un giorno, con il circo equestre per cui lavora, arriva in città la ex moglie, che aveva abbandonato la famiglia diversi anni prima e si era arricchita concedendosi a facoltosi amanti. Concettino, il fidanzato di Assuntina, confida a un amico di voler rinunciare al matrimonio con la ragazza, per la cattiva fama della madre di lei. Nel frattempo, la madre della ragazza muore, calpestata dai cavalli, lasciandogli tutta la sua eredità. Crispucci decide di rinunciare all’eredità della donna, per preservare il buon nome della figlia. Ma durante l’assenza di Crispucci, giungono a casa i bauli con i vestiti e i gioielli della ex moglie, così Concettino, convinto dal valore del patrimonio, spinge la ragazza a fuggire con lui. Il povero Michele torna indossando un abito nuovo, che simboleggia l’accettazione dell’eredità lasciata dalla ex moglie. Ma, alla vista della figlia adorata con i gioielli della madre pronta a scappare con il fidanzato, rivede in lei sua moglie e stroncato dal dolore muore.
In questa storia il dramma ha radici legate a problematiche sociali innescate dal contrasto tra le classi, tra ricchezza e povertà. Infatti, per la società la scelta del signor Crispucci è quella di un pazzo perché permette alla figlia di godere dell’eredità della ex moglie ma in realtà il protagonista, immergendosi completamente nella “maschera” di folle, che gli è stata assegnata dagli altri, brinda alla ricchezza ottenuta senza fatica. Il riso che ne scaturisce è quello amaro, di un uomo tradito. La “follia” pirandelliana si allaccia all’“ironicità tragica” tipica di Eduardo. In questo caso ritroviamo quindi l’“avvertimento del contrario”, rappresentato dalla follia del signor Crispucci che innesca il riso, e poi il “sentimento del contrario” che innesca un umorismo amaro scaturito della sua stessa condizione.
La comicità è il modo attraverso il quale scegliamo di guardare il mondo, gli occhiali che decidiamo di indossare, la gamma di colori che adottiamo per affrontare la realtà complessa e diversificata che ci troviamo a vivere quotidianamente. La comicità è parte della vita, che è intrinsecamente connessa all’amarezza. Allora, forse, Eduardo aveva ragione: “e’ a ridere, truvate cunvenienza?”


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