
La Tripofobia, dal greco τρύπη (buco) e φοβία (fobia), è la paura dei buchi, dei fori e di precisi schemi geometrici che si ripetono, come la costruzione ad alveare delle api. Il termine, che indica tale paura assai diffusa ma poco conosciuta, è stato coniato nel 2005 dagli studiosi Arnold Wilkins e Geoff Cole, i primi ad essersi interessati al problema e ad averne messo in risalto le caratteristiche scientifiche.
La Tripofobia non è inserita nel Manuale dei Disordini Mentali, quindi attualmente non è riconosciuta come disturbo psichico, si manifesta alla sola vista di oggetti animati o inanimati che presentino buchi e pattern geometrici particolari. Non importa che si tratti di piante, animali, oggetti, costruzioni o innocue superfici: tutto ciò che presenta fori, nei soggetti affetti da Tripofobia, è in grado di provocare forti attacchi di panico, vomito, nausea, crisi respiratorie, prurito e svariate sensazioni di fastidio a livello epidermico.
Uno dei primi studi su questa fobia è stato compiuto da un gruppo di scienziati dell’Università dell’Essex che ha esaminato un vasto campione di individui. Durante l’esperimento, il team di ricercatori ha confrontato 76 immagini a contenuto tripofobico con altrettante fotografie di buchi non associate a questa paura: dall’indagine è emerso che le prime risultano avere una struttura visiva simile a quella delle strisce, la cui vista può causare mal di testa ad alcune persone. Gli scienziati hanno osservato che il 16% dei partecipanti mostrava reazioni di tipo tripofobico ed hanno dimostrato che tale paura non dipende da cause psichiche, ma da motivi che sembrano risalire al DNA umano.
Secondo il dott. Cole, pur non essendone a conoscenza, tutti avremmo tendenze tripofobiche. Infatti, anche le persone che non presentano tale fobia gradiscono meno le immagini a contenuto tripofobico rispetto alle altre. Questo supporterebbe la teoria in base alla quale saremmo “programmati” per avere paura delle cose che ci hanno danneggiato durante l’evoluzione della specie.
Secondo il professor Cole, alla vista di una particolare trama di buchi, il nostro cervello farebbe scattare uno stato di allarme poiché l’immagine richiamerebbe alla mente quella di animali estremamente velenosi come il polpo dagli anelli blu, lo scorpione giallo ed alcuni ragni e serpenti. L’essere umano reagirebbe con terrore alla vista di buchi a causa del cervello che, memore di antichi pericoli legati ad essi, invierebbe al corpo un impulso automatico di difesa: una reminiscenza dei primordi dell’umanità, quando la sopravvivenza dipendeva dagli animali che uscivano dalle tane (buchi) attaccando l’essere umano.
Uno studio pubblicato nel 2013 su Nature Neuroscience, secondo cui la paura sarebbe trasmissibile attraverso l’evoluzione del DNA, confermerebbe tale ipotesi. L’esperimento, condotto su tre generazioni di cavie da laboratorio, ha mostrato risultati davvero significativi: dopo aver condizionato la prima generazione, sottoponendo i topi a scariche elettriche associandovi l’odore dei fiori di ciliegio, gli scienziati hanno rilevato che i figli ed i nipoti della generazione originaria avevano una paura istintiva nei confronti dello stimolo olfattivo dei suddetti fiori, pur non avendo mai subito in prima persona il condizionamento con le scosse elettriche. Il risultato dell’esperimento è che la paura è una reazione che si può apprendere, che modifica la percezione della realtà e che può sfociare nella fobia. Per curare questo tipo di paura, Geoff Cole suggerisce di osservare le immagini, per gradi, fino a desensibilizzarsi rispetto ad esse.



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