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Parapsicologia e Indagini Criminologiche

7 Luglio 2015 da admin Lascia un commento

39Shares

Di Luisa Minichiello

Da sempre la parapsicologia è oggetto di critica. Ciononostante, quando nel corso di un’indagine, in particolare in caso di omicidio o scomparsa, gli inquirenti si ritrovano in un vicolo cieco, battono strade alternative affidandosi anche a canali non ufficiali come i cosiddetti sensitivi. Sebbene spesso ci sia diffidenza nei confronti delle informazioni acquisite attraverso questo strumento, tanto che ad esse non è attribuito valore legale di prova, in alcune occasioni si sono rivelate determinanti per la risoluzione di un caso.

Vernon J. Geberth, comandante in pensione del Dipartimento di Polizia di New York, che ha seguito centinaia di indagini per omicidio, ha avuto occasione di lavorare con diversi sensitivi. Afferma che costoro hanno imparato a “controllare una parte del cervello che non viene generalmente utilizzato”. Sebbene alcune informazioni da loro fornite si siano rilevate irrilevanti o poco accurate, dal punto di vista investigativo “ogni elemento che si sia rivelato utile in una data indagine deve essere preso in considerazione anche nelle altre”.

Il detective del Bronx stila anche delle linee guida per chi voglia avvalersi della consulenza di un sensitivo:

  • le sue capacità devono essere valutate in base ai risultati,
  • il sensitivo ha un metodo diverso di operare (rispetto a quello della polizia),
  • il sensitivo dovrebbe essere considerato come un aiuto in grado di fornire indizi utili allo sviluppo alle indagini,
  • la polizia dove verificare tutte le informazioni fornite,
  • dato che non esistono linee guida scientifiche, la polizia deve stabilire se le affermazioni del sensitivo sono legittime, se vale la pena seguirle,
  • gli agenti che non accettano il lavoro di un sensitivo non dovrebbero essere coinvolti, in quanto il loro atteggiamento scettico potrebbe bloccarne l’efficacia,
  • il sensitivo deve offrire informazioni che non sono già di pubblica conoscenza in modo da provare le sue capacità,
  • tutte le conversazioni con il sensitivo devono essere registrate.

Non manca, però, chi neppure prende in considerazione la questione. Finora, infatti, non è stata accertata l’affidabilità di alcun sensitivo per le forze dell’ordine. Alcuni studi condotti in materia hanno evidenziato che il risultato positivo era attribuibile più a un calcolo delle probabilità che alle oggettive capacità di queste persone. Nonostante alcune informazioni fornite siano state impressionanti e sorprendenti, nulla può essere stabilito sull’utilizzo dei sensitivi quali risorse utili per risolvere un crimine. Gli scettici nonché ricercatori che si interessano di eventi di questo tipo, insistono categoricamente sul fatto che è assurdo dar credito a tali “visioni” fino a quando non siano soddisfatti i più elevati standard scientifici.

Ma, non potrebbe essere la diffidenza verso ciò che è ignoto a rendere ciechi? Se noi esseri umani fossimo in grado di vedere oltre il tangibile e magari esercitare una certa influenza sul mondo fisico, potremmo contribuire a sciogliere molti nodi. Cosa accadrebbe, però, se non fossimo capaci di sfruttare tali capacità in modo disciplinato? Ci sono ragioni per pensare che, se ciò fosse reale, si tratterebbe di un vaso di Pandora che è meglio lasciare precluso al genere umano, anche se il prezzo da pagare è la nostra ignoranza.

L’esperimento Philip

Questo è uno dei più affascinanti – e forse uno dei più importanti – esperimenti di parapsicologia. Suo scopo fu quello di dimostrare che il soprannaturale è il prodotto di una costruzione mentale. Per verificare questa idea, un gruppo di ricercatori composto da otto persone e guidato da Iris May Owen sotto la supervisione scientifica del marito, il professor  A.R.G. Owen, matematico e genetista, si impegnò in un progetto di ricerca. Così nel 1972, con il patrocinio della Società di Toronto per la Ricerca Psichica (TSPR), il team diede vita al suo fantasma.

Primo compito del gruppo fu quello di creare il loro personaggio storico, scrivendone una breve biografia, a cui dettero il nome di Philip Aylesford. Philip era un aristocratico inglese, vissuto nella metà del XVII secolo al tempo di Oliver Cromwell. Era stato un sostenitore del re ed era un cattolico. Era sposato con una bella ma frigida donna, Dorothea, figlia di un nobile dei dintorni. Un giorno, mentre cavalcava ai confini delle sue proprietà, Philip si imbatté in un accampamento di zingari dove vide una giovane ragazza dai capelli corvini e dagli occhi scuri, di nome Margo, di cui si innamorò immediatamente. In segreto la portò a vivere nella casa del custode vicino alla Diddington Manor, la sua casa di famiglia. Per un po’ riuscì a tenere il nido d’amore segreto, ma Dorothea insospettita, scoprì il tradimento e accusò Margo di averle rubato il marito con la stregoneria. Philip, temendo di perdere la sua reputazione e i suoi possedimenti, non disse nulla durante il processo contro Margo, che fu condannata e bruciata sul rogo. Philip dilaniato dal rimorso per non aver difeso Margo, in preda alla disperazione si aggirava sui bastioni di Diddington fin quando, una mattina, il suo corpo fu ritrovato ai piedi di quelle mura, da cui si era gettato in un impeto di angoscia e rimorso.

Il team “Owen” diede anche un volto a Philip attraverso la matita di uno dei suoi membri. Ora l’opera creativa era conclusa e non restava che darle vita. Ebbe inizio la seconda fase dell’esperimento, quella di contattare Philip e indurlo a manifestarsi. Le loro “sedute” – incontri informali in cui si discuteva della vita di Philip così da “visualizzarlo” in modo più dettagliato,  condotte in una stanza completamente illuminata, andarono avanti per circa un anno senza risultati. Alcuni membri del gruppo sostennero che occasionalmente si sentiva una presenza nella stanza, ma non c’era niente di rilevante che facesse pensare a una forma di comunicazione da parte di Philip. Il gruppo decise allora di cambiare schema e di provare con una seduta spiritica. Smorzato le luci della stanza, seduti intorno a un tavolo, circondati da immagini del castello in cui avevano inventato che Philip avesse vissuto, nonché da oggetti appartenenti alla sua epoca, iniziarono ad evocarlo. Funzionò. Durante una di quelle sedute spiritiche, il gruppo ricevette la sua prima comunicazione da Philip sotto forma di un distinto colpo sul tavolo. Poi cominciò a rispondere a domande poste dal gruppo – un colpo per il “sì”, due per il “no”. Ci furono anche una serie di fenomeni che non potevano essere spiegati scientificamente. Il suo fantasma fu in grado di spostare il tavolo, facendolo scorrere da un lato all’altro della stanza nonostante il pavimento fosse ricoperto di tappeti spessi, e farlo “ballare” su una gamba sola.

Che Philip fosse una creazione dell’immaginario collettivo del gruppo era evidente nei suoi limiti. Anche se poteva rispondere con precisione alle domande su eventi e persone del suo tempo, tali informazioni erano già in possesso del gruppo. In altre parole, le risposte di Philip provenivano dal loro subconscio. Le sedute furono filmate ma, sebbene alcuni membri sostennero di aver udito sussurrare in risposta alle domande, nessuna voce fu incisa sul nastro.

I poteri psicocinetici di Philip, però, furono incredibili e completamente inspiegabili. Il fantasma dava segni della sua presenza, ad esempio abbassando e spegnendo le luci su richiesta, oppure rendendo “vivo” il tavolo o portando del vento freddo nella stanza. L’esperimento poteva dirsi riuscito, sebbene nessuno fosse in grado di spiegare come tutto ciò potesse accadere.

All’esperimento partecipò anche uno psicologo, il dott. Joel Whitton, in qualità di osservatore. Egli racconta che, inizialmente, c’era molta diffidenza tra i membri del team, temevano che qualcuno potesse barare. Inoltre le risposte di Philip erano nette quando si trattava di cose di cui i componenti del gruppo erano a conoscenza, ma diventavano vaghe quando si chiedeva qualcosa di più specifico. Non c’erano dubbi, il fantasma era frutto della loro mente. Nel libro che Iris Owen, insieme con un altro partecipante alle sedute, ha scritto qualche anno dopo, è raccontata nel dettaglio ogni fase dell’esperimento.

Restano comunque molti interrogativi. Alcuni sostengono che l’esperimento è stato prova dell’inesistenza dei fantasmi. Altri, invece, ritengono che abbia soltanto provato che i fantasmi possono essere creati dal nostro inconscio, ma ciò non esclude la loro esistenza. Come la maggior parte di tali indagini, che lasciano più domande che risposte, l’unica conclusione certa è che ci sia ancora molto di inspiegabile.

Bibliografia

Geberth J.V., Practical Homicide Investigation, CRC Press, 1996.

Owen I., Sparrow M., Conjuring Up Philip: An Adventure in Psychokinesis, Hardcover,1976.

© Riproduzione riservata

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