
Per Thomas Gordon, psicologo americano che focalizzò tutto il suo lavoro sul ruolo della comunicazione nei rapporti sociali e affettivi, “i conflitti non sono necessariamente una cosa dannosa: fanno parte della vita”. Sulla funzione del litigio all’interno di una coppia, però, non si è giunti ad una visione univoca: esiste, infatti, chi ritiene che esso non possa esistere in una coppia matura, e chi invece, come recita il titolo di una nota canzone “L’amore non è bello se non è litigarello”, sostiene che il litigio non debba mancare e che, addirittura, la sua assenza possa generare noia e condurre la coppia alla separazione.
Tra i motivi più comuni compaiono:
- il denaro
- la gelosia (anche riguardo ai partner precedenti)
- il sesso
- la mancanza di comunicazione
In generale, quando la divergenza comunicativa (su bisogni, desideri, punti di vista) rispetto a una stessa questione non trova una soluzione ma, al contrario, diviene occasione per imporre la propria posizione e l’obiettivo primario diventa un tentativo disperato di “massacrare” l’altro. In questo modo, si rischia di creare un conflitto che potrebbe nuocere significativamente alla relazione.
Secondo Gabriele Lo Iacono [1], i conflitti all’interno della coppia possono nascere da:
- divergenze di carattere pratico: quando c’è un problema pratico da risolvere che richiede una decisione comune perché riguarda entrambi;
- divergenze del tipo “fatti i fatti tuoi”: quando uno dei due partner vorrebbe che l’altro si comportasse in modo diverso e l’atteggiamento messo in questione può non essere visto come un problema comune che richiede una soluzione comune;
- divergenze di opinione su questioni astratte: quando non c’è una decisione da prendere per un’azione concreta e la divergenza è solo su un piano astratto;
- divergenze sul contenuto di una critica rivolta a qualcosa o a qualcuno di fondamentale importanza per l’altro: quando uno dei due rivolge una critica a qualcuno o a qualcosa di molto caro all’altro e questo si difende.
Il conflitto, indipendentemente dalla causa scatenante e se contenuto e utilizzato in modo intelligente, può rappresentare un elemento di crescita e di miglioramento per la coppia, in quanto può aiutare a capire ciò che non va nel comportamento dell’altro e/o nella relazione. È fondamentale, quindi, più che imparare a risolvere il conflitto, riuscire a gestirlo. Daniele Novara, pedagogista, spiega:
Il conflitto è una modalità di relazione con gli altri che assume la perturbazione come strumento di riconoscimento reciproco. È errato pensare che nel conflitto si interrompe la relazione perché, in realtà, il conflitto è proprio l’area dove la relazione può mantenersi evolvendo.
Litigare in maniera costruttiva, considerando anche il punto di vista del coniuge ed evitando la competizione, aumenta dunque la possibilità che la relazione duri più a lungo e che i coniugi vivano meglio al suo interno. In genere l’aspro conflitto è l’esito di incomprensioni che si sono stratificate nel tempo, che non sono state chiarite – per paura di offendere l’altro o per timore di reazioni di rabbia – e che portano uno dei due partner o entrambi a “ingoiare il rospo” per diversi mesi o anni, fino a scoppiare e ad agire in maniera distruttiva verso l’altro.
Nel libro “Pragmatica della comunicazione umana”, Paul Watzlawick definisce l’interazione simmetrica sana quando entrambi gli interlocutori tendono a porsi su uno stesso livello (uguaglianza della relazione), considerandosi uguali e confermandosi reciprocamente: così, mentre uno dei soggetti cerca di definire la natura della relazione (“Io la penso così”), l’altro risponde alla definizione che viene data confermandola (“Anche io”), rifiutandola (“Io non la penso così”) o cercando di modificarla (“Secondo me dovrebbe essere così”).
Una relazione simmetrica patologica si registra quando uno dei due attori rifiuta o squalifica il “livello di uguaglianza” dell’altro, cercando di porsi “al di sopra” (“Io sono migliore di te”, “Tu sei diverso da me”). Di fronte a questa presa di posizione il secondo interlocutore, dal lato suo, cercherà di ripristinare la posizione di uguaglianza, rifiutando o squalificando il ruolo imposto dal primo (“Tu non sei migliore di me”, “Io non sono diverso da te”).
Nella relazione di tipo complementare, al contrario, il comportamento di uno tende a differenziarsi, ponendosi in posizione opposta e complementare rispetto a quella dell’altro: avremo quindi uno che sta “al di sopra” (posizione one-up), ovvero che dirige e consiglia, e un altro che sta “al di sotto” (posizione one-down), obbedendo o accettando la definizione della relazione che l’altro ha deciso per entrambi. In situazioni simili lo scontro potrebbe nascere nel caso in cui si cercherà di puntare all’uguaglianza. Per avere una relazione matura bisogna che ciascun elemento della coppia riesca a porsi in alcuni frangenti in modo complementare. Mentre, in altri, in posizione simmetrica con lo scopo biunivoco di creare un “rapporto equilibrato”.
[1] Cfr. Gabriele Lo Iacono, D’amore e d’accordo. Guida psicologica per la vita di coppia, Erickson.


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