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Incastri (Im)perfetti: la Violenza nelle Relazioni di Coppia

11 Aprile 2019 da Webmaster Lascia un commento

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Di Patrizia Oliverio

Per comprendere a pieno il fenomeno della violenza di coppia è necessario comprendere, sia dal punto di vista psicologico che da quello clinico, chi è la vittima, chi è il violento, come nasce la coppia, come si mantiene in vita e come mai è tanto difficile rompere un legame in situazioni di violenza.

Come misuratore generale di violenza fisica nella relazione, uno degli strumenti più utilizzati è il Conflict Tactics Scale creato da Murray A. Straus per effettuare la prima grande indagine nazionale sulla violenza domestica nel 1979. Si tratta di un questionario autosomministrato, composto da 18 domande che descrivono altrettanti comportamenti, divisi a loro volta in 3 parametri: ragionamento, aggressione verbale, violenza fisica.

Quando parliamo di violenza psicologica contro le donne, facciamo riferimento ad attacchi verbali come la derisione, la molestia verbale, l’insulto, l’isolamento, la separazione dalle relazioni sociali di supporto, estrema gelosia, controllo eccessivo del comportamento. Ci sono altri due ambiti della violenza di coppia che vengono usualmente presi in considerazione. Si tratta della violenza di tipo economico e di quella di tipo sessuale. La violenza economica consiste in comportamenti sempre basati sul controllo come limitare o negare l’accesso alle finanze familiari; nascondere le informazioni sulla situazione patrimoniale e le disponibilità finanziarie della famiglia; vietare o ostacolare il lavoro fuori casa. La violenza sessuale all’interno del rapporto di coppia presuppone invece l’imposizione di relazioni o pratiche sessuali.

La violenza sulle donne, come possiamo constatare, non è fatta solo di aggressioni che sfociano in femminicidi. Spesso nasce e si concretizza in comportamenti sbagliati, forme di violenza subdole e striscianti che è difficile riconoscere – soprattutto se perpetuate all’interno di una relazione di coppia – con il rischio che passino per “normalità”. Quando gli uomini nelle relazioni affettive usano il loro potere per ferire, punire e controllare, viene violato il diritto delle donne di vivere liberamente e al sicuro.

Ogni storia di violenza sulle donne è attraversata dal crescente bisogno di controllo del partner. Vuole sapere cosa faccia e con chi stia la “sua” donna in ogni momento della giornata, a chi telefoni, chi siano i suoi amici, anche quelli su Facebook, pretende il controllo del cellulare e dell’email. Ogni volta che la donna, per non urtare la suscettibilità del partner finisce per auto-limitare la propria libertà, attua una sottomissione tacita. La conseguenza più diretta della sottomissione al controllo è l’isolamento sociale della donna, costretta a legarsi sempre più strettamente al partner. È possibile individuare alcuni fattori che aumentano nella donna il rischio di diventare vittima di una relazione violenta:

  • relazioni e modelli relazionali disfunzionali nella famiglia di origine;
  • cure discontinue in età minorile;
  • modelli socio-educativi che vedono la donna dipendente e subordinata;
  • impossibilità nella famiglia di origine di esprimere una gamma vasta di sentimenti;
  • mancanza di contatto e fiducia con i genitori, o con chi ne fa le veci.

Ma cosa si intende per violenza di coppia?

Con questo termine indichiamo una dinamica distruttiva di potere, nella quale chi è destinatario di potere viene costretto a rinunciare ad ogni visione personale, ad avere un’idea propria, a vivere e agire secondo il sistema di valori e credenze dell’altro. Naturalmente in una simile relazione l’amore e il rispetto vengono annientati dal potere, creando un forte squilibrio tra le forze che regolano ogni tipo di relazione. Il profilo di personalità dell’aggressore rivela spesso una persona intensamente dipendente dalle relazioni intime e timorosa di essere abbandonata, ma incapace di mantenere relazioni a causa della rabbia e dell’impulsività. La relazione di coppia violenta, malgrado tutta la sua evidente imperfezione, difficilmente va incontro alla rottura del legame, se non quando si arriva a situazioni limite.

Perché di queste relazioni si dice che, oltre a essere segnate dal narcisismo, sono “perverse”?

Perché alla loro base c’è un aspetto di distorsione di ciò che è reale, un processo di distorsione che porta a rovesciare il senso vero delle cose. C’è una parola in inglese “Gaslighting”, che indica un tipo particolare di comportamento perverso, messo in atto in modo più o meno cosciente per far sì che una persona dubiti di se stessa e dei suoi giudizi di realtà, inducendo in lei confusione e sensazione di stare impazzendo. Il termine deriva da un film degli Anni ’40, “Gaslight”, in cui un uomo – in questo caso in modo intenzionale e cosciente – cerca di fare impazzire la moglie facendo in modo che essa non si fidi più delle proprie percezioni.

Per farsi un’idea degli aspetti perversi presenti nella relazione di maltrattamento (psicologico), non dobbiamo pensare a qualcosa di molto lontano e diverso dalla normale esperienza quotidiana. Sono proprio i piccoli episodi della patologia narcisistico-perversa nella vita quotidiana, che possono aiutarci a capire come funzionano i sottili meccanismi che pervadono la coppia dove domina la violenza psicologica. Per sottrarsi al danno provocato da qualcuno che esercita un atto aggressivo con modalità perverse, bisognerebbe riconoscere il pericolo e mettersi in allarme. Avere paura. Proprio quello che viene a mancare nel caso della relazione perversa: la donna non cerca di proteggersi. Si domanda se ha sbagliato qualcosa, se non sia il caso di aspettare, di soprassedere; se in fondo lui non abbia qualche ragione; se anche lei non abbia la sua colpa, perché in fondo lui è buono.

Le donne vittime di violenza spesso rintracciano, in motivi di ordine economico, o legati alla necessità di mantenere stabile il proprio nucleo familiare, la loro scelta di restare in relazione con l’aggressore. In realtà è possibile riconoscere ragioni che hanno a che fare con processi collusivi tra i partner: si può parlare di vera e propria dipendenza psicologica. Ciò che spiega la dipendenza psicologica della vittima dal suo aggressore, e che quindi non permette di rompere il ciclo della violenza, è l’alternarsi tra il senso di colpa e il bisogno di riabilitazione che la vittima vive e che, nella fase della contrizione amorosa del carnefice successiva all’aggressione, viene soddisfatta. La violenza subita diventa così riabilitante, al punto da ribaltare addirittura le posizioni: ora è il partner aggressore che deve espiare la colpa della violenza impartita ed è lui che deve essere riabilitato dalla donna vittima, che diventa così colei che perdona, che salva e che, così facendo, rinsalda sempre più il legame di dipendenza tra di loro.

La relazione di abuso è spesso di natura bidirezionale: entrambi i membri di una coppia, infatti, possono essere perpetratori e/o vittime di violenza. La Teoria dell’attaccamento di John Bowlby evidenzia quanto una relazione violenta sia caratterizzata dal fatto che le vittime di abuso si sentano, spesso, legate ai loro partner abusanti. Bowlby suggerisce che le situazioni di pericolo e di paura attivano il sistema di attaccamento e possono portare alla formazione di legami particolarmente forti, anche quando la figura di attaccamento è essa stessa fonte di minaccia.

La difficoltà ad abbandonare una relazione violenta potrebbe, inoltre, essere amplificata dalle esperienze passate che porterebbero i partner a sentire di non poter ricevere un trattamento migliore in altre relazioni o, addirittura, a incolparsi dell’abuso subito. Gli studi che hanno esaminato le caratteristiche delle vittime di abuso, hanno indicato dei modelli specifici nelle persone che non riescono a recidere un legame violento. La dipendenza e l’ansia nei confronti della separazione, caratteristiche dei soggetti con un attaccamento ansioso, giocano per esempio un ruolo essenziale rendendo difficile, per costoro, abbandonare le relazioni abusanti.

Walker ha descritto i 3 momenti del Ciclo della violenza come segue:

  1. Accumulo di tensione. È il primo momento della violenza verbale: l’uomo è irritato, sono presenti sentimenti di insofferenza e ostilità, che sfociano in forme di aggressività tollerabili e che trapelano sul piano della violenza verbale.
  2. Esplosione della violenza. Spesso inaspettatamente attivata da un’inezia, si scatena la violenza fisica, che destabilizza, confonde e terrorizza la donna.
  3. Falsa riappacificazione. È sempre il partner maschile a decidere quando inizia e quando finisce questa fase. Nei primi episodi è caratterizzata da pentimenti e richieste di perdono, con promesse di cambiamento e rinnovate dichiarazioni d’amore. Man mano che passa il tempo questa fase è sempre più breve, la donna diventa sempre più dipendente e l’uomo ha sempre più potere. La fase della falsa riappacificazione costituisce il rinforzo positivo, che spinge la donna a restare all’interno della relazione violenta e in qualche modo soddisfa un suo bisogno di riabilitazione.

Le emozioni coinvolte nell’insorgere di comportamenti violenti nella coppia sono soprattutto: rabbia, gelosia, perdita di fiducia e affetto negativo (irritabilità, ansia, umore basso). La Teoria dell’attaccamento ha fornito un grande contributo nell’analisi delle emozioni coinvolte nei processi che caratterizzano le situazioni violente. Secondo Bowlby (1979), il timore di restare soli spinge ogni individuo a evitare questa circostanza. La violenza, secondo l’autore, sarebbe dunque scatenata dalla paura. Bowlby parla di “rabbia nata dalla paura” e la descrive come una reazione istintiva alla separazione, legata alla sopravvivenza della persona, che subentrerebbe nei casi in cui vi sia una reale risposta negativa dell’altro, oppure l’aspettativa di una risposta negativa. In questi casi, il sistema di attaccamento si attiverebbe, con effetti simili alla reazione d’allarme che si verifica negli animali.

L’autore descrive poi la rabbia secondo 2 tipologie: funzionale e disfunzionale. La rabbia funzionale entra in gioco quando la stabilità e la sopravvivenza di un legame affettivo sono minacciate: in questo senso agisce per proteggere il legame stesso:

Maggiore è il pericolo della perdita, più intenso e multiforme è il tipo di reazione/azione suscitata per impedirla.

(Bowlby, 1980).

Questa tipologia di rabbia contribuisce a superare gli eventuali ostacoli al ricongiungimento con la figura di attaccamento. Quando la sensazione di perdita o i segnali di rifiuto del partner sono sentiti come continui, o come troppo pericolosi, subentra, invece, la rabbia della disperazione, una rabbia priva di funzionalità e diretta contro la persona che si sente ormai perduta: si tratta, qui, della rabbia disfunzionale. È una rabbia “cieca”, venata di forte odio, che si scatena quando la perdita è percepita come ineluttabile: è un sentimento disperato, che non tiene in alcun conto la sofferenza causata all’altro e che è così intenso e persistente, da indebolire, anziché rafforzare, il legame affettivo.

Esaminando gli uomini che esercitano violenza sulle donne, Peter Fonagy (1998) avanza l’ipotesi che la rabbia si tramuti in violenza negli uomini incapaci di concepire l’aggressività, come dinamica potenzialmente presente in una relazione affettiva. Partendo dalla constatazione che gli uomini violenti hanno spesso una storia di abuso alle spalle, l’autore sostiene che la scarsa capacità di mentalizzazione di questi ultimi possa giocare un ruolo cruciale nella messa in atto dei comportamenti violenti. La violenza si scatena spesso in reazione a una maggiore autonomia della partner femminile; il timore di abbandono che questi uomini esprimono attraverso scoppi d’ira; un comportamento controllante, che si esprime privilegiando l’azione e strategie pre-mentali; una forte rigidità di pensiero, che impedisce di contemplare le ragioni e gli stati d’animo della partner.

La correlazione tra il perdurare della violenza in una coppia e la durata della stessa, è stata messa in luce da un recente studio italiano, condotto per conto dell’Università di Bologna, da Santangelo e Colombo (2012). Gli autori, nel ricercare le cause di vittimizzazione del partner e la persistenza dello stesso nel ruolo di vittima, hanno individuato 3 fattori che, secondo la ricerca, imprigionano le donne nella relazione, impedendo loro di sottrarsi al compagno violento:

  • la presenza o meno di figli,
  • la zona geografica di residenza,
  • la durata della relazione allo scattare del primo episodio di violenza.

Non dobbiamo dimenticare, inoltre, che le donne hanno sempre ricevuto, in moltissime culture, un doppio trattamento: da un lato di esclusione, perché ritenute inferiori all’uomo; dall’altro di protezione, assieme ai bambini e agli anziani, perché ritenute il sesso debole.

Un punto deve essere chiaro a tutti: l’esistenza della donna è indispensabile e intrecciata con quella dell’uomo e, viceversa, la sorte dell’uomo è legata a quella della donna. Tuttavia, questo assunto è stato per secoli disatteso, anzi il modello maschile ha dominato a qualunque livello: religioso, politico, sociale. Il lavoro da fare per prevenire, oltre che contrastare, questi casi di violenza è ancora tanto. È necessario, infatti, un supporto legislativo e governativo concreto con misure ben definite e un supporto alle organizzazioni locali decisivo anche in termini economici.

Inoltre, è importante agire a livello psicologico, supportando le donne che subiscono abusi o violenze all’interno della famiglia, senza lasciarle sole. Riattraversare a ritroso le tappe del percorso di vittimizzazione significa capire come si è verificato l’ottundimento della normale capacità di riconoscere il pericolo. E significa, di conseguenza, recuperare una sana paura, un sentimento necessario alla salvaguardia del sé e al recupero della propria dignità di persona.

© Riproduzione riservata

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