
Di Lara Vanni
Quando veniamo a conoscenza di una violenza subita da una donna o da un uomo in ambito domestico, in genere le sensazioni che proviamo sono contrastanti: non sappiamo cosa fare, come comportarci, come agire. Oltre a provare rabbia, può capitare anche di non credere a quello che ci viene raccontato, oppure crediamo che una parte di quello che accade, o è accaduto, sia colpa della vittima.
Se sussistono dubbi su eventuali violenze domestiche subite da una persona che conosciamo o con la quale veniamo in contatto, dobbiamo avere presenti degli indicatori di massima da seguire:
- indicatori comportamentali: ritardi o assenze al lavoro, agitazione esagerata per l’assenza da casa, racconti incongruenti sulle ferite/contusioni, forte insicurezza nelle relazioni, o addirittura ricerca dell’isolamento sociale;
- indicatori fisici: contusioni, bruciature, lividi, fratture, occhi neri, o disordini alimentari;
- indicatori psicologici: ansia, stress, attacchi di panico, depressione, perdita di autostima, agitazione, autocolpevolizzazione.
Ma tali segnali, sia ben chiaro, non devono portare ad allarmismi inutili o a vedere violenze ovunque. Alcuni fattori, soprattutto comportamentali, potrebbero essere normali in una persona. La cosa migliore da fare è cercare di approfondire il rapporto che la sospetta vittima ha a livello relazionale, chiedendo consiglio a chi di competenza. Ricordiamoci che non siamo salvatori di nessuno, non abbiamo la sfera magica e non possiamo nemmeno più di tanto intrometterci nelle scelte di vita degli altri.
Innanzitutto, dobbiamo ricordare che una donna che subisce violenza è sottoposta a stress psicologici notevoli, spesso ad isolamento, chiusura alla fiducia verso l’esterno. Quindi chiederle direttamente se subisce o meno violenza, potrebbe spaventarla e farla chiudere ancora di più in se stessa: per questo, è importante far sentire la presunta vittima a suo completo agio, parlandole in toni confidenziali, trovando il momento ed il luogo adatto.
Non deve essere utilizzato un atteggiamento giudicante, tanto meno di compatimento o di accusa aperta verso il compagno, perché non siamo sicuri che quella donna stia subendo violenza, né quale possa essere il tipo di violenza subito. Al contrario, bisognerebbe cercare di tenere un atteggiamento di supporto e comprensione, ascoltando cosa questa persona sceglie di dirci, cercando di valorizzarla e di non obbligarla a dire niente se, in quel momento, non vuole dire determinate cose. Ovviamente, prima di offrire un certo tipo di aiuto, bisogna essere sicuri di avere tempo e modo di poterla supportare anche in un eventuale percorso successivo, evitando, quindi, di abbandonarla quando magari ha più bisogno di noi.
Inoltre, purtroppo, bisogna rendersi conto che non esistono soluzioni rapide, semplici e sicure: la strategia da utilizzare dovrà essere adattata alle esigenze e ai bisogni della vittima stessa, con i suoi tempi e con le sue modalità, in modo da non metterla in pericolo di ritorsioni o minacce da parte del presunto aggressore. Cosa importante, quindi, è assicurarci di avere tutto il tempo necessario per ascoltare la presunta vittima, che non racconterà mai le cose private nel tempo di un caffè, o mentre siamo fuori ad aspettare i figli davanti alla scuola. Avrà, al contrario, bisogno di tempo per essere sicura di parlare con una persona di cui può fidarsi, e non è detto che racconti qualcosa in modo chiaro e diretto.
Se abbiamo la fortuna che la vittima parli con noi e racconti quello che sta accadendo, è probabile che non sia un racconto chiaro e dettagliato, ma dobbiamo ugualmente credere a quello che dice, senza imporre niente, senza dare giudizi o consigli, anche se noi avremmo agito in modo diverso da come si è comportata lei. Potrebbero emergere sentimenti contrastanti nei confronti del compagno come amore, odio, rabbia, speranza e disperazione, e non bisogna stupirsi, ma comprendere; potrebbero emergere bisogni immediati ed urgenti per piccole cose.
Non ci si deve stancare di dirle che quello che accade non dipende da lei: non è colpa sua se il compagno tiene un comportamento violento, anche solo dal punto di vista psicologico. Dobbiamo aiutare la vittima ad aumentare la sua autostima: cercherà di colpevolizzarsi, cercherà di dire che ha provocato il compagno o che ha sbagliato qualcosa e che si è meritata quel comportamento, ma dobbiamo dirle che quello che pensa non è giusto nei suoi confronti, cercando di convincerla che è padrona della sua vita, e nessun altro può e deve decidere per lei.
Se ci accorgiamo che la persona con cui stiamo parlando è vittima di violenza domestica ma non possiamo aiutarla, non facciamocene una colpa, ma cerchiamo consiglio presso i Centri Antiviolenza, i Servizi sociali del territorio, o chiedendo aiuto a Polizia e Carabinieri.


Lascia un commento