Dal Gennaio del 2013, Roberto Berardi, imprenditore quarantanovenne di Latina, si trova in una cella minuscola, in regime di isolamento totale, nella galera di Bata, una cittadina della Guinea Equatoriale, dove subisce ogni genere di violenza, viene nutrito una sola volta al giorno e dorme a terra su un materasso lordo.
In Camerun, entra in contatto con Teodoro Nguema Obiang Mangue, figlio di Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, dal 1979 Presidente della Guinea Equatoriale, paese in rapida crescita, nonostante l’80% della popolazione viva con meno di 2 dollari al giorno. Gas e petrolio fanno la fortuna della spietata famiglia Obiang.
Quando il “Principe Teodorin“, che è anche vicepresidente, gli propone di creare una società per realizzare grandi opere in Guinea, Berardi accetta. Nasce la Eloba Construccion SA, avente come soci Berardi al 40% ed Obiang al 60, come da prassi nel continente africano. Gli affari vanno a gonfie vele, fino a quando l’imprenditore italiano non scopre buchi milionari nelle casse della Società. Immediatamente chiede spiegazioni a Teodoro che gli risponde, mandandogli a casa la polizia che lo arresta, nel Gennaio dell’anno scorso.
Il processo è una farsa. Testimoni dell’accusa che scompaiono dopo aver deposto contro Berardi, nessun documento, accuse montate sul nulla, una condanna a due anni e mezzo di carcere e 1,5 milioni di dollari da restituire. Per di più, una Corte Penale Americana appura che è stato Teodorin “il Principe” a sottrarre quei soldi dalle casse della Eloba per acquistare memorabilia di Michael Jackson, tra cui il guanto tempestato di brillanti del video di “Bad”.
Un Tribunale francese sequestra il pied-à-terre parigino di Teodorin Obiang, assieme a conti correnti ed una stratosferica collezione di auto. Inoltre, gli Stati Uniti emettono un mandato di cattura internazionale per Teodoro e Teodorin e l’Interpol comincia a studiare minuziosamente i loro torbidi rapporti con aziende e politici occidentali.
Picchiato quotidianamente, costretto a subire vessazioni, umiliazioni e torture, il caso di Berardi valica le mura del carcere. I media però cominciano ad interessarsene, solo a partire dal Novembre 2013, quando i familiari, gli amici e gli ex dipendenti dell’imprenditore pontino cominciano a manifestare pubblicamente per chiederne la liberazione. Durante la brutale detenzione, contrae più volte la malaria, il tifo, e perde 30 chili.
L’Unità di Crisi della Farnesina è attiva da tempo, ma fino ad oggi non ha ottenuto alcun risultato. Il nostro Paese non ha un’ambasciata in Guinea Equatoriale, la più vicina si trova in Camerun, ma l’ambasciatore non è ancora stato nominato e può avvalersi unicamente degli sforzi del Console Massimo Spano, al quale però viene impedito l’ingresso nell’inferno del carcere di Bata.
La famiglia Berardi si è rivolta anche al Vaticano affinché facesse pressioni sul regime degli Obiang, cattolici osservanti nonostante le pratiche criminali e le condizioni di vita drammatiche cui costringono l’intero popolo guineano. Tutto inutile, il nunzio apostolico in Guinea Equatoriale, Monsignor Piero Pioppo, dichiara senza mezzi termini di non poter fare nulla per aiutarli.
Il Presidente Obiang, nel dicembre scorso, decide di concedere la grazia a Roberto Berardi, ma l’atto istituzionale viene strappato dal figlio Teodorin. In seguito, lo stesso Presidente Obiang, in visita a Bruxelles, promette “l’imminente liberazione” dell’imprenditore italiano all’allora Commissario Europeo Antonio Tajani, così come fa in occasione della sua visita a Roma da Papa Francesco che, nel mese di Dicembre, invoca la liberazione di Berardi durante la recita dell’Angelus.
La volontà di liberare Berardi viene manifestata anche dall’Ambasciatrice della Guinea Equatoriale a Roma, sorella del Presidente Obiang, alla moglie di Berardi e al Senatore Luigi Manconi del PD, unico politico italiano a prendere a cuore la drammatica vicenda dell’imprenditore pontino. Purtroppo, come al solito, si tratta solo di chiacchiere cui non fa seguito nulla.
Come se non bastasse, il console Spano deve lottare per il ricovero di Berardi, affetto da febbre tifoide, e per fargli pervenire le medicine quando, con l’inganno, viene ritradotto in carcere. Secondo Human Rights Watch, il regime di Obiang – il più sanguinario d’Africa – detiene Berardi per paura che egli possa rivelare informazioni che non devono assolutamente trapelare.
In definitiva Roberto Berardi è prigioniero, da quasi 2 anni, di un regime sanguinario in terra straniera, trattato come una bestia e in condizioni fisiche estremamente precarie. Uno dei circa 3000 italiani detenuti all’estero il cui caso è formalmente seguito anche dalla Commissione straordinaria per la tutela e la promozione dei Diritti Umani del Senato della Repubblica.
Aggiornamento
Dopo quasi 3 anni di detenzione nel carcere di Bata in Guinea Equatoriale, il 9 Luglio 2015 Roberto Berardi è tornato ad essere un uomo libero.
All’arrivo in Italia, ha dichiarato:
È stata molto dura, ma ora sono felice. Ho resistito pensando alla mia famiglia e all’amore e alla forza di mia mamma, dovevo farlo, ho tratto energia da questo, perché volevo rivederli. – aggiungendo – Cosa ho sofferto di più? Stare in isolamento 18 mesi, al buio.



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