
Di Cristina Casella
Sono giorni importanti, questi, per la famiglia Vannini. È fissata per venerdì prossimo, infatti, la seconda udienza preliminare in merito all’omicidio del giovane di Cerveteri. Una vigilia importante, ove la drammaticità dell’accaduto cerca di appigliarsi a quel senso di umanità ancora ben nascosto. O forse mai provato. Eppure, dopo quasi un anno di menzogne, i responsabili di questa tragedia dovrebbero assumersi le proprie colpe, sbarazzandosi – così – di una coscienza sporca ed emotivamente ingombrante.
Tante versioni, tra verità insabbiate e tentativi di depistaggio. Un’unica certezza: i Ciontoli, apparente e ordinaria famiglia di provincia, sembrano sottostare ad un loro meccanismo interno, inscindibile anche dinanzi al più tragico degli epiloghi. Un patto, forse, dove ciascuno scagiona vicendevolmente l’altro. Eppure, stando ai loro racconti, Marco era parte integrante di quella famiglia. «Gli volevo bene come se ne vuole a un figlio», afferma Antonio Ciontoli in lacrime durante un interrogatorio. Quella stessa disperazione, però, non trova spazio tra i toni pacati della sua telefonata al 118. «Si è bucato con un pettine a punta dopo essere scivolato in vasca», diceva all’operatrice dall’altro capo del telefono la sera della tragedia. Una cosa da niente, insomma, quasi a giustificare l’eccessiva tranquillità di quella chiamata. La realtà, purtroppo, è ben altra: quell’uomo aveva appena sparato ad un ragazzo di cui poteva essere padre.
L’intera vicenda non è mai stata del tutto chiara, a partire dal luogo dove viene fatto esplodere il colpo. È successo davvero tutto in bagno, mentre Marco stava facendo una doccia? Sembra strano che un momento così intimo possa diventare teatro di un goliardico scherzo. Soprattutto se opera del suocero. Quando poi l’intento è quello di irrompere, ostentando un’arma da fuoco, allora diventa davvero difficile comprendere cosa stia accadendo. Antonio Ciontoli ha raccontato che il bagno era il posto dove nascondeva le pistole. Quella sera, per timore che Marco – a suo dire appassionato di armi – potesse trovarle, è corso a recuperarle. Credibile? Personalmente, no. Se hai paura che un ragazzo possa solo impugnare un’arma, come puoi – anche per scherzo – puntargliene una contro? «È partito un colpo accidentalmente, pensavo che la pistola fosse scarica». Un militare come Ciontoli, membro dei Servizi segreti, non può essere così inesperto in materia di armi da fuoco.
Nella scorsa puntata del programma televisivo “Quarto grado”, per la prima volta, abbiamo potuto ascoltare l’audio dell’interrogatorio al capofamiglia Ciontoli, restandone semplicemente interdetti. Tra parole singhiozzanti e toni ancora una volta poco intrisi di rammarico, ci si è resi conto che Marco – in questa brutta storia – è ormai vittima dimenticata. È ancora una volta la famiglia il centro delle preoccupazioni di Antonio Ciontoli:
Io e la mia famiglia stiamo vivendo un momento drammatico. Stiamo ricevendo molte minacce, anche serie. Non posso più vivere a casa, ho i giornalisti piantati sotto casa. Non posso più vivere. Questa storia, inoltre, mi sta creando un danno economico allucinante. Non sono ricco, prendo uno stipendio normale. Al momento sono in convalescenza perché non sto bene. Non so fino a che punto posso arrivare.
Il dolore di mamma Marina e papà Valerio non sembra turbare così tanto l’animo dei Ciontoli. D’altronde, cosa aspettarsi da un nucleo familiare che non ha vacillato neppure dinanzi alle urla disperate di Marco? Potevano salvarlo, invece hanno pensato soltanto a salvare se stessi.
Nessuno restituirà Marco ai suoi genitori, ai suoi parenti, ai suoi amici, nessuno gli permetterà di diventare quel carabiniere che tanto sognava di essere, ma sapere perché è stato ucciso, e da chi, deve essere possibile.
Con queste parole, tratte dalla petizione online Giustizia e verità, aggiungiamo le nostre firme alle oltre 36.000 già raccolte.


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