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Ti trovi qui: Home / News & Storia / Giovanni Pascoli: “L’Omicidio di mio Padre non si volle Punire”

Giovanni Pascoli: “L’Omicidio di mio Padre non si volle Punire”

10 Marzo 2015 da admin 3 commenti

37Shares

Di Michela Donvito

Anche un uomo tornava al suo nido:
l’uccisero: disse: Perdono;
e restò negli aperti occhi un grido:
portava due bambole in dono…

Il delitto di Ruggero Pascoli, il padre di Giovanni, che il poeta rievocò in molte liriche, tra cui X agosto, rimase impunito per una diffusa omertà e venne archiviato dalla magistratura, dopo ben tre processi, come “commesso da ignoti”.

È il 10 agosto 1867, siamo in Romagna, sulla Via Emilia nel tragitto che va da Cesena a San Mauro (paese natale del poeta, oggi San Mauro Pascoli). Quella di Ruggero è una fine inaspettata e violenta: viene fulminato da un colpo di archibugio sparatogli da dietro una siepe mentre, guidando il suo calesse, sta facendo ritorno a casa. Muore sul colpo e il carretto, con la spaventata cavalla, prosegue ancora da solo per un tratto, trasportando il suo corpo.

Testimone del delitto fu la sua amata cavallina storna, la celebre giumenta dal mantello scuro disseminato di macchie bianche come la livrea di uno storno:

O cavallina, cavallina storna,
che portavi colui che non ritorna;
lo so, lo so, che tu l’amavi forte!
Con lui c’eri tu sola e la sua morte
O nata in selve tra l’ondate e il vento,
tu tenesti nel cuore il tuo spavento;
sentendo lasso nella bocca il morso,
nel cuor veloce tu premesti il corso:
adagio seguitasti la tua via,
perché facesse in pace l’agonia . . .

Nei pressi si trovano poche altre persone, che testimoniarono, ma non si giunse a niente di importante. Tra di loro Gino Vendemini, deputato, garibaldino e repubblicano, scrisse in una memoria che l’assassino “rimane ingnoto, almeno alle autorità”, volendo dire che la gente del luogo sapeva chi fosse il responsabile, ma taceva per paura o complicità.

Ruggero era l’amministratore della tenuta La Torre, un latifondo dei principi Torlonia, presso la quale viveva con la sua famiglia, allora composta dalla moglie Caterina e dai figli Margherita, Giacomo, Luigi, Raffaele, Giuseppe, Ida, Maria e Giovanni, che all’epoca aveva solo dodici anni. La Romagna era allora una terra difficile e in alcune zone imperversava il brigantaggio.

Chi aveva interesse ad uccidere Ruggero Pascoli?

Ruggero era un uomo rigido e fedele ad alti principi di valore morale, ma il suo carattere era anche spigoloso e questo gli procurava numerosi nemici. Le indagini furono superficiali, anzi soltanto formali, tanto che lo stesso Giovanni Pascoli in una lettera ad una sua ammiratrice di Fermo, datata 29 aprile 1903, parlò di “una vera e propria connivenza della polizia e delle autorità politiche.”

I tribunali del tempo non hanno mai portato in aula nessun imputato, né le indagini successive sono arrivate a una conclusione certa. Eppure, nomi e cognomi di mandanti ed esecutori sono sempre stati sulla bocca di tutti. Lo stesso Pascoli, che si era inoltrato nei pericolosi meandri delle indagini, si trovò di fronte a un clima ostile, al punto da scrivere:

In Romagna c’era allora uno spirito di setta, dall’apparenza politica e dalla sostanza delinquente volgare, che era tal quale è la mafia, se non peggio. La polizia volle che l’orribile delitto rimanesse impunito. E così è rimasto. Quando, giunto a una certa età, volli scoprire qualche cosa io, trovai tutte le tracce disperse, tutte le voci confuse; trovai, è spaventoso dirlo, la polizia nemica, complice postuma. E rischiai la prigione, io!

Giovanni era convinto che le autorità avessero evitato deliberatamente di far luce sull’omicidio del padre, non svolgendo indagini adeguate a vincere l’omertà che copriva l’assassino.

In una una lettera inedita del grande poeta leggiamo il suo giudizio sulla tragedia familiare che segnò la sua vita e la sua opera. La lettera è pubblicata sulla “Rivista pascoliana” nell’ambito di uno studio sul carteggio tra Pascoli e l’amico redattore del Corriere, Angelo Guido Bianchi.

Il giornalista aveva sollecitato il poeta, in quanto figlio di un assassinato, a scrivere un articolo su un caso simile. Pascoli declinò l’invito nella lettera del 29 Giugno 1904 dove diceva di non poter prendere posizione per motivi di coscienza. Poi, riguardo alla morte del padre, aggiungeva:

Vittima allora e ora e sempre, d’un delitto più atroce di tutti perché delitto a freddo, provo una severa rassegnazione di tutta l’anima al fatto che il delitto non fu potuto o meglio non fu voluto scoprire e punire. Non mitigherebbe la mia sventura e il mio dolore per niente il pensiero che ci fossero due o tre persone in galera a scontare il sangue innocente di mio padre. Lo scontino nella libertà e nella felicità! Qual felicità, qual libertà, con quel sangue nelle mani?

Il prefetto attribuì la fine di Ruggero ad ambienti del repubblicanesimo estremista che lo consideravano un “servo dei padroni” e un traditore, poiché si era politicamente schierato con i liberali monarchici, oltre a suscitare invidie fra gli altri fattori, massari e mezzadri. Il magistrato che diresse l’inchiesta indagò due agitatori politici di Cesena, in realtà due criminali comuni gravitanti intorno ai movimenti di sinistra per interesse, Luigi Pagliarani detto Pajarèn e Michele Della Rocca soprannominato Bigeca o Bigecca, che furono però prosciolti.

La tesi del movente politico fu respinta sempre dalla famiglia Pascoli, anche se Giovanni, pur essendo personalmente repubblicano come suo padre, almeno da giovane, non volle avvicinarsi al movimento in Romagna, preferendo i socialisti e gli anarchici, sospettando un’infiltrazione nei gruppi anti-monarchici di numerosi delinquenti e briganti locali, collusi con la morte del padre.

La maggioranza dei concittadini pensava, però, che l’uomo, in qualità di agente e amministratore della tenuta dei principi Torlonia, avesse ostacolato, nel suo lavoro, qualche potente malavitoso della zona, forse un contrabbandiere. Gli stessi coloni della tenuta si dedicavano al contrabbando per arrotondare i salari. L’omicidio dunque sarebbe stato una vendetta o un avvertimento in stile mafioso. Nello stesso periodo altri fattori e possidenti furono assassinati, con la stessa modalità da criminalità organizzata. Per molti, comunque, compresa la famiglia, i due sicari agirono su mandato di chi voleva succedere a Ruggero nel prestigioso incarico, il quale, secondo Giovanni, forse aveva anche avuto parte nell’esecuzione del delitto e sarebbe stato presente sul luogo.

Due altri imputati, Raffaele Dellamotta, 27 anni, e Michele Sacchini,  agenti di casa Torlonia, erano accusati di essere sicari a pagamento di un ignoto mandante; condannati in primo grado, vennero in seguito assolti. Dellamotta fu ucciso tre anni dopo, tentando di sedare una rissa tra famiglie coloniche rivali, accoltellato nei pressi della tenuta.

Pascoli e la madre, poiché Ruggero il giorno della morte doveva incontrare un inviato, un certo ingegnere Achille Petri (il quale avrebbe dovuto confermargli l’incarico, ma non si presentò), attribuirono a motivi di rivalità sul lavoro il delitto. Giovanni fece anche delle indagini personali e ritenne che i due sicari avessero agito su incarico di Pietro Cacciaguerra, uomo prepotente che aveva avuto dei contrasti con Ruggero (notoriamente uomo onesto e corretto), e aspirante amministratore della tenuta, il quale era emigrato in Sudamerica, dove fece fortuna. Ritornato a Savignano era divenuto un possidente e “signorotto” del luogo, e l’anno dopo l’omicidio, venne nominato amministratore, coadiuvato proprio da Petri, quasi confermando la “vox populi” che lo voleva responsabile. La stessa polizia del luogo era parte del colpevole silenzio, secondo l’opinione di Giovanni. È possibile anche che il principe Torlonia sapesse la verità sul delitto, e per timore di ritorsioni, avrebbe dato addirittura il suo assenso.

La vicenda di quella triste sera è  raccontata da una delle sorelle di Giovanni, Maria:

La mattina del 10 agosto del 1867, giorno di san Lorenzo, nostro padre era pronto per recarsi a Cesena per ivi aspettare un certo signor Petri, che doveva arrivare da Roma, e per condurlo poi alla Torre. Il Petri pareva che fosse incaricato dal principe don Alessandro Torlonia di nominare l’amministratore della tenuta, che dopo la morte di Giovanni Pascoli, zio di nostro padre, non era ancor stato nominato. In casa nostra non c’era nessun dubbio che quel posto non fosse riservato a nostro padre essendo già 13 anni che l’occupava con scrupolosa onestà e con piena soddisfazione del Principe. Egli fece attaccare la sua cavallina al carrettino, ma prima di salire si fermò a dire qualcosa alla mamma riguardante un sacco di grano venduto a un tale che forse sarebbe andato a prenderlo quel giorno, e poi… La scena della partenza è descritta da Giovannino in Un ricordo che si trova nei Canti di Castelvecchio. Verso sera la mamma e la Margherita erano ad attenderlo a San Mauro presso la nostra casina, come gli avevano promesso, per poi andare insieme alla Torre. Ma si faceva tardi, e non vedendolo arrivare cominciavano a pensare che gli fosse successa qualche disgrazia. Quand’ecco a un tratto udirono poco distante da loro una voce di donna che urlava: « Hanno ammazzato il signor Ruggero!» Dio mio! chi può immaginare lo schianto che fecero nei loro cuori quelle parole? Si radunò gente intorno a loro cercando di persuaderle che non era vero, che il signor Ruggero si era fatto soltanto un po’ di male per una caduta, che quella donna era matta, etc. etc.; tutte cose vane. La mamma voleva andar subito a vederlo, piangeva, si disperava, diceva di voler morire anche lei. La povera Margherita, affranta dallo strazio, corse a chiudere il pozzo di casa, e poi si buttò in ginocchio avanti la mamma dicendole con gran pianto: «Mamma, mamma, non ci abbandoni! siamo in otto nelle sue braccia!» Non so davvero chi potrebbe trovare parole per esprimere, in qualche modo, quell’atroce dolore! La tragica notizia era giunta con la velocità del fulmine a Sogliano dalla zia Rita, sorella di nostra madre, mentre era in chiesa al vespro solenne, essendo la festa di san Lorenzo patrono del paese. Essa partì immediatamente, col figlio Emilio, angosciata per tanta disgrazia. Poté riuscire, coi mezzi che suggerisce l’affetto e la partecipazione sincera al dolore, a indurla a ritornare alla Torre. Ma la mamma, poverina, era impossibile che potesse dare un po’ di tregua al suo cordoglio. Quando poi ricondussero la cavallina e il carrettino, e vide i regalini che il babbo aveva comprato per le bimbe e anche per lei, come soleva sempre quando si allontanava, oh! allora che scoppi di pianto! che desolazione! Raccontava la zia Rita che non ci fu verso in tutta la notte di farla andare a letto. Se ne stette sempre a piangere con lei e a invocare il suo Ruggero seduta in terra sotto un loggiato che non ricordo bene se fosse presso la rimessa o la scuderia.

Un illustre uomo di Savignano di Romagna, Gino Vendemini, ricordando quel funesto giorno in un suo libriccino, così descrive il ritorno della cavalla col padrone esanime fino a Savignano:

Nel tardo pomeriggio di quel giorno (10 agosto 1867) mentre io e il signor Giuliano Cacciaguerra, mio compaesano ed amico, passeggiando fuori del paese eravamo di fronte alla Villa Rasponi, scorgemmo una vettura che dalla parte del Còmpito veniva verso di noi tutta a sghimbescio e descrivendo una biscia, quasi che il cavallo fosse stato abbandonato o non obbedisse piú al conduttore. Tiratici in disparte, io notai che nel carrettino, avente il mantice alzato, vi era un uomo come in atteggiamento di dormire e a cui fossero sfuggite di mano le redini; di più non vidi e non lo conobbi; non so se il mio compagno lo riconoscesse; ma tutti e due dèmmo forte la voce ad un gruppo di persone ferme all’imboccatura del borgo perché arrestassero quello strano veicolo. Retrocedemmo che il cavallo era stato fermato, e quando già per la pietà di alcuni, parmi della famiglia Bersani, un lenzuolo aveva coperto il cadavere, che a me era sembrato un dormiente, del povero signor Ruggero Pascoli amministratore del latifondo «La Torre» … Si seppe poi che l’assassino, rimasto ignoto, almeno alle autorità, appiattato nel fosso in prossimità di Gualdo, lo aveva atteso in caccia nel ritorno dal mercato di Cesena, e còlto al volo con una fucilata. Perché ammazzarono quell’uomo che non aveva mai fatto male ad alcuno, e che lasciò una nidiata di figliuoli senza guida e senza fortuna? … Ma dunque, perché l’ammazzarono? Mistero! Bisogna che sia proprio vero quanto disse quel tale della Romagna: «terra ferax populusque ferox, et caede frequenti terribilis, semperque furens civilibus armis ».

In un primo tempo si disse che quando avvenne il delitto c’era una donna nei campi e che, appena sentito lo sparo, vide fuggire di corsa due uomini, uno dei quali con la barba, armati di fucile. Di questa testimone non pare che ne tenessero conto. Tuttavia furono arrestati alcuni uomini, tra cui il garzone di casa nostra, Jen. Per la mamma questo fu un forte dispiacere perché sapeva che Jen era innocente. Dovette essa stessa dichiarare nel suo interrogatorio che il garzone in quel giorno 10 era sempre stato in casa con lei per sbrigare delle faccende sotto la sua direzione. Fu perciò rilasciato. Le ricerche per scoprire l’autore o gli autori dell’assassinio erano condotte con tanta rilassatezza e lentezza, seguendo vie tortuose e false, da far proprio credere che non si volesse scoprire niente. La via diritta, che dovevano prendere subito, non fu mai presa. La mamma s’accorgeva di quelle manovre e soffriva indicibilmente. Essa aveva un suo intimo sospetto (per non dire certezza) ma non poteva palesarlo. Sapeva che a San Mauro si discorreva a voce bassa e si faceva anche il nome del vile autore del delitto; ma nessuno parlava forte, sia per paura, sia per essere interessato a tacere: sicché non era possibile poter avere alcun appoggio, alcuna prova. Nel tempo che la desolata mamma rimase alla Torre dopo la disgrazia, andava spesso di sera tardi a carezzare e a interrogare la cavalla che era stata presente al fatto per poter avere da lei qualche cenno significativo. Il ricordo di uno di questi suoi colloqui, se così si possono chiamare, è ne La cavalla storna dei Canti di Castelvecchio.

Le causali del delitto, chi voleva vederle nella politica, chi nel cercare di reclutare contadini per l’esercito, chi in altre cause tutte false, per nascondere la vera, l’unica, ossia la smania di succedere nel posto che occupava, e che avrebbe definitivamente occupato, la povera santa vittima. Oh! quella si guardavano bene di accennarla!

Di quel signor Petri, che doveva arrivare da Roma e che non arrivò, non se ne sentì dire più niente. Forse era un trucco combinato dagli interessati per trovare nel ritorno da Cesena il babbo solo, senza il garzone che soleva portare con sé. Se le autorità e la Polizia avessero voluto, potevano scoprire subito; ma non vollero.

E i ragazzi in collegio? erano già vari giorni che aspettavano ansiosi il loro papà. Nell’attesa Giacomo «faceva in grande un piccolo ritratto», il ritratto del babbo; voleva averlo pronto al suo arrivo. Vi lavorò per più sere senza riuscire a contentarsi, e intanto i fratellini assistevano alla sua opera impazienti di vederla compita, e si affacciavano alla finestra per esplorare nella via se finalmente arrivava la carrozza col babbo, il quale non poteva tardar più tanto, perché aveva da condurre Giacomo a casa per le vacanze, avendone diritto per essere stato promosso alla 2a liceale. Anche loro avrebbero voluto quella sorte!

Chi può dire che in quell’ora del trapasso dalla vita alla morte, lo spirito del padre non fosse volato presso i figli che l’aspettavano? Giovannino lo immagina in Il ritratto.

La triste notizia fu comunicata sollecitamente al p. Rettore affidandogli il doloroso incarico di preparare un poco i poveri figliuoli. Il che egli fece amorevolmente avvertendoli che il babbo non poteva recarsi da loro perché si era fatto male in una caduta, ma che tra qualche giorno qualcuno della famiglia sarebbe andato a trovarli e a prendere Giacomo. Essi rimasero impressionati, ma non così da sospettare qualche cosa di grave. Per dare loro il funesto annunzio della irreparabile sventura, fu mandata Margherita col canonico Federico Balsimelli, intimo di casa. Essi appena videro la sorellina vestita a lutto, pallida e mesta, le si strinsero intorno scoppiando in pianto disperato. Avevano intuito subito che il loro buon papà non c’era più. Giacomo fu condotto a casa (improvvisamente, a 15 anni, si trovò a essere il capo della famiglia) e gli altri tre, Luigi, Giovannino e Falino rimasero in collegio col cuore spezzato. Ad essi non fu detto ancora in che modo il babbo era morto: lo seppero poi.

Poco tempo dopo si recò alla Torre il principe don Alessandro Torlonia forse per fare un po’ di villeggiatura o forse per provvedere alla successione di nostro padre. La mamma, povera mamma!, pensò di andargli a far visita con tutti i suoi figli sperando che, secondo quello che si diceva della sua generosità e della sua religiosità, si potesse commuovere alla vista di quei poveri orfanelli. Sicché mandò espressamente e alla svelta a prendere i tre ragazzi che erano in collegio. La visita si effettuò subito. Il Principe accolse tutta la famiglia cortesemente, ma non diede che un borsellino con alcune monete d’oro.

Rimasero ancora alcuni giorni nella villa Torlonia tra i mesti preparativi della partenza. C’è il ricordo di quei giorni nella prefazione ai Canti di Castelvecchio. Era da cinque anni che il babbo aveva trasferita la famiglia alla Torre, dove erano nate le due ultime sue figlie Ida e Maria, quando poco più d’un mese dopo la crudele morte di lui, la mamma con tutti i figliuoli fu costretta a sloggiare e riprendere la via di San Mauro. Fu una partenza molte dolorosa per la causa che l’aveva determinata e un ritorno tanto mesto, sebbene fosse alla bianca nostra casina…

E disse un uomo; disse: e l’udiva

ella e ne pianse le lunghe notti

e ne fu trista fin che fu viva,

un anno: – Un nido, ve’, di farlotti!

Giovannino, in quelle settimane che fu a casa, non si staccò mai dalla sua mamma. Essa stessa lo diceva alla sorella. L’accompagnava sempre di stanza in stanza e dove che andasse. Nemmeno la notte voleva lasciarla, sì che essa fu costretta a mettere un lettino per lui nella sua camera, dove aveva pure le due bimbe, per contentarlo. Egli ricordò sempre di avere molte volte cullato me prendendomi a volere fin d’allora tanto bene.

Fu necessario, essendo prossima l’apertura del nuovo anno scolastico, prendere in quei giorni delle decisioni. Si riunì perciò un consiglio di famiglia con a capo lo zio Alessandro Morri, marito di Luigia sorella di nostra madre, uomo molto serio e molto ascoltato. Discussero, prima, se fosse stato bene che la mamma lasciasse il paese e si trasferisse con tutti i figli o a Urbino o a Bologna, potendoli così far seguitare gli studi e averli sempre con sé. Poteva sembrare una soluzione buona e i ragazzi ne erano entusiasti. Come la pensasse la mamma, non saprei dire: essa si lasciava guidare. Immagino però che allontanarla da casa sua e dalle sue memorie sarebbe stato un nuovo dolore per lei. Lo zio Morri però fece osservare che, se la famiglia avesse del tutto lasciato San Mauro, voleva dire perdere la possibilità d’impiegare Giacomo alla Torre, come era anche nel desiderio della mamma. E fu perciò deciso a questo modo: far troncare gli studi liceali a Giacomo e fargli seguire gli studi d’Istituto Tecnico a Urbino, levandolo però dal collegio e mettendolo a dozzina presso una famiglia nostra conoscente. Così egli poteva, quando ci fosse bisogno, recarsi a casa, e dopo due anni avere il diploma di perito agrimensore e l’impiego alla Torre. Gli altri ragazzi, rimandarli in collegio, compreso anche Giuseppe; e la mamma, la Margherita e le due ultime figlie, restare a San Mauro. Questa decisione, abbastanza conveniente, aveva però un lato penoso, quello di far troncare gli studi liceali a Giacomo, nei quali riusciva tanto bene. Era un sacrificarlo! Ma egli si adattava al sacrificio con la speranza di potere poi avere l’impiego alla Torre e sollevare la famiglia. In quanto a Giuseppe, che aveva allora otto anni, la mamma sapeva che il babbo non aveva intenzione di metterlo in collegio perché non riscontrava in lui né le qualità né le attitudini degli altri fratelli; e contava di tenerlo presso di sé e, sotto la sua guida, incamminarlo sulle sue orme. Ma ciò non essendo piú possibile, non c’era altra via da prendere che il collegio anche per lui. Così nell’ottobre tutti i ragazzi furono mandati a Urbino: Giacomo a pensione presso la di-stinta famiglia Amadori, e Luigi, Giovannino, Raffaele e Giuseppe in collegio.

Iniziato il nuovo anno scolastico, che per lui era di terza ginnasiale, Giovannino poté, nello studio che amava, riaversi dal suo grande turbamento e riprendere con serenità la vita del collegio. Continuò a essere il primo della sua classe, nonostante che avesse un bravo compagno, Cesare Mavarelli, che se la batteva con lui. Un bel giorno Giovannino non si trovò più solo nella sua celletta. Una gradita ospite vi era entrata a volo dalla finestra e rimase con lui. Una tortorina! Come ne fu contento! Come le si affezionò! E quanto piangere quando non la trovò più.”

Da un punto di vista di immaginario collettivo, la vita di Pascoli e la parte più famosa della sua opera restano indissolubilmente legate alla morte del padre e alle morti dei membri della sua famiglia che perirono immediatamente dopo Ruggero: Margherita, Caterina, Luigi, Giacomo, creando una sorta di rapporto di causa-effetto tra il delitto paterno e i successivi lutti familiari.

Un rapporto di causalità che di fatto non esisteva, dal momento che la madre e i fratelli moriranno tutti per cause naturali, e dunque è lecito ipotizzare che sarebbero morti comunque, anche a prescindere dalla scomparsa di Ruggero. Forse ci può essere un legame di dipendenza solo nel caso di Caterina che morì per un problema cardiaco, e quindi, nell’impreciso lessico medico di metà Ottocento e con un vago ricordo del melodramma, di crepacuore: “pianse poco più di un anno, e poi morì. Seguì mio padre”, scrive il poeta nella prefazione ai Canti di Castelvecchio del 1903.

…Ora là, nella casa romita,
lo aspettano, aspettano in vano:
egli immobile, attonito, addita
le bambole al cielo lontano…

© Riproduzione riservata

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Interazioni del lettore

Commenti

  1. Paolo Giglioli Ambrosini dice

    20 Dicembre 2024 alle 16:44

    Delitto Ruggero Pascoli:
    La ricostruzione è inventata, con affermazioni false (es. Cacciaguerra non c’era più alla Torre già dal 1871) e senza uno straccio di prova.
    Giovanni Pascoli, poeta che adoro, ha riportato i “si dice” senza una seria verifica.

    Rispondi
  2. Giuseppe Stella dice

    9 Agosto 2019 alle 15:48

    Bellissima la storia umana di Ruggero, padre di Giovanni Pascoli, Non la conoscevo e la sua lettura ha soddisfatto l’informazione che cercavo. Giovanni Pascoli è un grande poeta che merita gli onori dell’Italia e del mondo: X agosto la conosco a memoria da quando la studiai alle scuole medie..

    Rispondi
    • Webmaster dice

      10 Agosto 2019 alle 11:40

      Giuseppe, grazie infinite per l’attenzione e per aver condiviso le tue impressioni.

      Rispondi

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