
Ci sono fatti tanto brutali da segnare trasversalmente un’intera comunità, con la stessa forza di un terremoto. Per l’ennesima volta il sangue di vittime innocenti bagna la provincia di Caserta, quotidianamente martoriata dalla criminalità organizzata. La sera del 18 Settembre 2008, Castel Volturno diventa teatro di una delle pagine più violente della storia criminale italiana: sei giovani africani vengono barbaramente uccisi dall’ala stragista del Clan dei Casalesi, facente capo al boss Giuseppe Setola, detto “O’ Cecato”.
La strage incompiuta: l’assalto armato all’Associazione Nigeriana Campana
É il 18 Agosto del 2008, esattamente un mese prima della Strage di San Gennaro. Verso le 19.00 sei uomini armati fino ai denti, a bordo di due moto (una Transalp nera e una Honda CBR rossa) e un furgone Fiat Scudo, arrivano davanti alla sede dell’Associazione Nigeriana Campana in via Cesare Battisti a Castel Volturno. In casa sono presenti 14 persone, tra cui donne e bambini. All’improvviso si scatena l’inferno: una pioggia di proiettili investe Teddy Egonmwan, presidente dell’associazione che spesso lavora come interprete per la polizia, e i suoi ospiti.
Secondo il collaboratore di giustizia Oreste Spagnuolo, oltre a lui, ci sono: Giuseppe Setola, munito di Kalašnikov; Giovanni Letizia, armato di pistola calibro 9×21; Davide Granato con una calibro 40; Antonio Alluce, alla guida del furgone; e Alessandro Cirillo, giudicato in seguito non responsabile della tentata strage. Indossano tutti dei caschi integrali ad eccezione di Setola, che appena sceso dal mezzo comincia a sparare attraverso l’inferriata del cancello d’ingresso mentre Letizia entra all’interno del cortile e si dirige verso l’abitazione. Dopo le prime raffiche entrambe le armi si inceppano, circostanza che impedisce al gruppo di criminali di compiere un massacro. I feriti sono 6, tra cui la moglie di Egonwman. I bambini si salvano perché sono in casa a giocare.
Il movente viene individuato dagli investigatori nella volontà di mandare un messaggio forte e chiaro alla mafia nigeriana che, oltre a non corrispondere più la percentuale concordata sulla vendita degli stupefacenti nel territorio di Castel Volturno, ha osato mettere in discussione l’autorità del clan dei Casalesi.
L’Omicidio di Antonio Celiento e la Strage di San Gennaro
18 Settembre 2008, il giorno della Strage di Castel Volturno conosciuta anche come la Strage di San Gennaro. Verso le ore 21:00 Antonio Celiento, ritenuto un informatore delle forze dell’ordine, viene investito da una pioggia di proiettili all’ingresso della sala giochi che gestisce in via Giorgio Vasari a Baia Verde (frazione di Castel Volturno). Ricoverato d’urgenza presso la clinica Pineta Verde, muore poco dopo.
Nemmeno mezz’ora più tardi, gli assassini raggiungono la sartoria Ob. Ob. Exotic Fashions, sita al Km 43 della Strada statale Domitiana, in località Ischitella. Si scatena l’inferno, sei cittadini ghanesi cadono sotto i colpi di una vera e propria azione di guerra che dura meno di 30 secondi: sulla scena del crimine vengono repertati ben 125 bossoli riconducibili a due mitra calibro 7×62 tipo AK-47, una pistola mitragliatrice calibro 9 parabellum, 4 pistole semiautomatiche (due calibro 9 parabellum, una 9×21 ed una 9×17). Molti altri bossoli vengono dispersi dalle tantissime persone accorse immediatamente sul posto per capire cosa fosse successo, generando momenti di forte tensione con la polizia, prima ancora che la stessa riuscisse a transennare la zona.
Le vittime della mattanza:
- Kwame Antwi Julius Francis nasce nel 1977 in Ghana, paese da cui scappa nel 2002. Formalizza la sua domanda di asilo politico a Crotone per poi trasferirsi a Castel Volturno, ottenendo dopo diversi anni la “Protezione Umanitaria”. Lavora come muratore e piastrellista, oltre a frequentare un corso di formazione per diventare saldatore. Vive in un appartamento situato sopra la sartoria dove avviene la strage, scende in strada perché Eric, un’altra delle vittime, lo chiama per offrirgli un lavoro come muratore proprio quella maledetta sera.
- Affun Yeboa Eric, 25 anni, il suo cadavere viene ritrovato riverso sul volante della sua auto, parcheggiata davanti alla sartoria. In Italia dal 2004, viene dal Ghana e da poco si è trasferito a Castel Volturno, dove lavora come carrozziere fino al giorno della sua morte.
- Ibrahim Muslim gestisce la sartoria Ob Ob Exotic Fashions ed è un onesto e apprezzato lavoratore. Vive in Italia ormai da 5 anni ed è conosciuto come punto di riferimento per gli altri cittadini africani presenti nel territorio di Castel Volturno. É il periodo del Ramadan e il sarto incontra gli amici dopo il pasto serale, il suo corpo senza vita viene trovato accasciato sulla macchina per cucire.
- Karim Yakubu, 28enne soprannominato Awanga, importa ed esporta abiti tra l’Italia ed il Ghana.
- Kwadwo Owusu Wiafe, 28 anni, fa il muratore e saltuariamente lavora anche nelle campagne del Casertano.
- Justice Sonny Abu, rifugiato politico di 26 anni, è in Italia dal 2002 e lavora come barbiere a Napoli in piazza Garibaldi. Quella sera si reca in sartoria per salutare il suo amico Ibrahim.
- Joseph Ayimbora, ghanese, è l’unico sopravvissuto alla strage, nonostante le gravi ferite riportate alle gambe e all’addome. Si salva fingendosi morto, la sua collaborazione con gli inquirenti risulta determinante per la ricostruzione dei fatti e l’individuazione degli assassini. A seguito della strage rimane invalido, tanto da essere costretto all’uso delle stampelle per poter camminare. Muore nel febbraio del 2012 per un aneurisma.
Il giorno dopo stampa e tv, sia a livello locale che nazionale, attribuiscono alle vittime della strage legami con la criminalità organizzata, ipotizzando un regolamento di conti per lo spaccio di droga. L’ipotesi, del tutto infondata, viene immediatamente smentita dalla magistratura che esclude ogni rapporto dei ghanesi sia con la camorra che con la mafia nigeriana. Rabbia e frustrazione spingono i connazionali dei morti ad organizzare una rivolta popolare a cui partecipa gran parte comunità africana di Castel Volturno: centinaia di persone in corteo percorrono la Domiziana per 10 Km, bloccano il traffico autostradale per ore, rovesciano e incendiano i cassonetti dell’immondizia, ribaltano e danneggiano le macchine parcheggiate, devastano alcuni negozi e fermano due autobus del comune costringendo i passeggeri a scendere dal mezzo.
La violenta protesta provoca grande tensione anche nella comunità italiana, tanto da temere ritorsioni nei confronti degli africani. Il 20 settembre, con l’intento di frenare l’escalation di violenza e mettere in sicurezza il territorio di Castel Volturno, il Viminale istituisce una commissione straordinaria – composta dal Ministro dell’Interno Roberto Maroni, dal capo della polizia Antonio Manganelli e da altre personalità politiche e militari – che dispone l’invio in loco di 400 tra poliziotti e carabinieri nonché l’ausilio dell’esercito.
Sul movente che ha portato il gruppo scissionista di Setola a compiere il massacro vengono fatte diverse ipotesi:
- in principio si pensa ad un regolamento di conti interno al clan dei Casalesi, diretto al controllo del mercato della droga e della prostituzione, gestito dalla mafia nigeriana per conto della camorra. Tale supposizione viene però smentita dalle indagini, che accertano l’estraneità delle vittime rispetto ai traffici illeciti.
- Invece, secondo Franco Roberti, Procuratore aggiunto e Capo della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, la strage sarebbe riconducibile ad un messaggio dei mafiosi casalesi diretto alle comunità immigrate africane in vista dei progetti di riqualificazione del Litorale Domizio, un affare da decine di milioni di euro. Dietro il massacro, quindi, si nasconderebbe la volontà di porre in atto una specie di pulizia etnica nella zona per cacciare gli immigrati con cui non è possibile scendere a patti. Si tratterebbe di un primo atto intimidatorio verso una comunità di circa 13.000 persone, tra regolari e non, che arriva a contare quasi il 60% degli abitanti di Castel Volturno.
Le indagini e gli arresti
Gli inquirenti ricostruiscono la dinamica e il ruolo degli stragisti: Alessandro Cirillo è alla guida della Fiat Punto, Davide Granato ha con sé una pistola semiautomatica 9×21, Giovanni Letizia impugna una pistola mitragliatrice e una semiautomatica, Giuseppe Setola uno dei Kalašnikov, mentre il secondo fucile è tra le mani di Oreste Spagnuolo. I tre principali responsabili della mattanza vengono riconosciuti e inchiodati grazie alle foto segnaletiche che i carabinieri mostrano all’unico sopravvissuto, il ghanese Joseph Ayimbora, durante il ricovero in ospedale. Dalla sua testimonianza, inoltre, emerge che i killer indossavano divise della polizia.
Il 22 Settembre 2008 viene prelevato in casa dei genitori Alfonso Cesarano, pregiudicato vicino al clan dei Casalesi all’epoca agli arresti domiciliari. Portato in carcere, in seguito sarà scagionato dallo stesso Ayimbora. Nello stesso mese, in una maxi operazione antimafia condotta dai carabinieri di Caserta, vengono catturati 107 elementi di spicco dell’associazione malavitosa casertana. Tra gli arrestati ci sono anche Alessandro Cirillo e Oreste Spagnuolo. Il 14 Gennaio 2009 viene preso anche Giuseppe Setola, considerato il capo dell’ala stragista dei Casalesi, condannato in contumacia all’ergastolo e ritenuto esecutore e mandante di diversi omicidi.
Il Processo
Il processo per la Strage di Castel Volturno comincia il 12 Novembre 2009 presso la Corte d’Assise di Santa Maria Capua Vetere, gli imputati sono sei: Giuseppe Setola, Davide Granato, Antonio Alluce, Alessandro Cirillo, Giovanni Letizia e Oreste Spagnuolo (divenuto nel frattempo collaboratore di giustizia). Le accuse sono: strage con finalità terroristica aggravata dall’odio razziale, omicidio e tentato omicidio. Il 14 Aprile 2011 i giudici condannano all’ergastolo Giuseppe Setola, Davide Granato, Alessandro Cirillo (assolto per la tentata strage di via Cesare Battisti del 18 Agosto 2008) e Giovanni Letizia, mentre Antonio Alluce riceve una condanna a 23 anni di reclusione. I giudici confermano le tesi dell’accusa per quanto riguarda l’aggravante dell’odio razziale e delle finalità terroristiche, un caso senza precedenti nella storia giudiziaria della camorra.
Il 21 Maggio 2013 la Corte d’Assise d’Appello di Napoli emette la sentenza di Appello confermando l’ergastolo per Giuseppe Setola, Davide Granato, Alessandro Cirillo e Giovanni Letizia. Per Antonio Alluce un aumento di pena, che passa dai 23 anni del primo grado a 28 anni e 6 mesi. La corte conferma l’aggravante dell’odio razziale, ma esclude quella delle finalità terroristiche.
Il 30 Gennaio 2014 la Suprema Corte di Cassazione conferma la condanna all’ergastolo per Giuseppe Setola, Giovanni Letizia, Alessandro Cirillo e Davide Granato e la pena di 28 anni e 6 mesi di reclusione per Antonio Alluce; viene riconosciuta anche l’aggravante dell’odio razziale, ma si esclude quella del terrorismo. Per quanto riguarda gli aspetti civili: Joseph Ayimbora viene risarcito con 200.000 euro, somma andata agli eredi vista la sua prematura scomparsa; così come è riconosciuto un risarcimento ai Comuni di Castel Volturno e Casal di Principe, al centro sociale di Caserta Ex Canapificio e all’Associazione Mò Basta.
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