
Ficuzza, piccola borgata a pochi chilometri da Corleone, è il 20 Agosto1977. Sono le 21:30 di una calda sera d’estate, il Tenente Colonnello dei carabinieri Giuseppe Russo, in vacanza con la moglie Mercedes Berretti e la figlia Francesca Benedetta, si unisce al professore Filippo Costa per una breve passeggiata in cerca di refrigerio. I due si dirigono verso un bar, dove il colonnello si ferma per fare una telefonata mentre il professore lo aspetta all’esterno. Poco dopo i due amici riprendono a passeggiare, nel frattempo una Fiat 128 di colore verde imbocca il viale principale della borgata procedendo lentamente. Raggiunta la parte alta della piazza, l’auto fa un’inversione a “U” e si ferma vicino alla casa del carabiniere.
Dalla macchina scendono Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca e Giuseppe Greco che, a volto scoperto, si dirigono verso Russo e il professore Costa. Sono le 22:15, l’ufficiale non fa nemmeno in tempo ad accendere una sigaretta che una scarica di proiettili calibro .38 lo colpisce senza lasciargli scampo. Il professore, invece, viene massacrato a colpi di fucile. Nella concitazione del momento uno degli assassini cade addosso al carabiniere perdendo gli occhiali, poi si rialza e lo finisce con un colpo alla testa. L’auto utilizzata dal commando omicida viene trovata completamente bruciata e in seguito si scoprirà essere stata rubata a Palermo, 26 giorni prima dell’agguato.
I carabinieri cominciano le indagini, che sin da subito si presentano assai difficili a causa dell’omertà imperante a quel tempo e per l’assenza di un movente chiaro. Secondo alcuni, Russo sarebbe stato ucciso perché stava indagando sulla misteriosa morte di Enrico Mattei, fondatore e presidente dell’ENI; mentre altri sostengono che l’ufficiale sarebbe stato massacrato perché con le sue inchieste aveva dato fastidio alla feroce cosca dei Corleonesi.
Alla fine si propende per la seconda pista perché Giuseppe Russo, a capo del Nucleo Investigativo di Palermo dal 1969 al 1977, aveva inflitto numerosi colpi alla mafia siciliana guidando anche le indagini che portarono al famoso Rapporto dei 114 del Giugno del ’71 (Albanese Giuseppe + 113), redatto congiuntamente da polizia e carabinieri, che denunciava per “associazione per delinquere” centinaia di mafiosi, tra i quali boss del calibro di Gaetano Fidanzati, Stefano Bontate, Gaetano Badalamenti, Gerlando Alberti e Giuseppe Calderone.


Sotto pressione per l’incessante attività di indagine dei militari, i corleonesi organizzano la confessione di Casimiro Russo, pastore 51enne che indica come complici altri due pastori: Salvatore Bonello e Rosario Mulè. Alcuni giorni dopo, però, Russo ritratta affermando di essere stato picchiato dai carabinieri affinché confessasse. Nessuno gli crede e, giudicato infermo di mente da una perizia psichiatrica, viene condannato a 27 anni di carcere mentre Mulè e Bonello all’ergastolo.
Solo a partire dal 1984, grazie alle dichiarazioni di Tommaso Buscetta e di altri collaboratori di giustizia, tra i quali Giovanni Brusca che ammette la sua partecipazione all’omicidio, viene chiarita la matrice mafiosa del delitto e si individuano esecutori e mandanti. Si scopre, infatti, che il duplice omicidio era stato deciso e ordinato da Totò Riina e Bernardo Provenzano. Nel 1997, in un successivo processo, i tre pastori vengono assolti e la II Sezione della Corte di Assise di Appello condanna all’ergastolo Bagarella come esecutore materiale, Riina e Provenzano in qualità di mandanti.
Nemmeno da morto Giuseppe Russo viene lasciato in pace: qualcuno, infatti, cerca di macchiarne la reputazione, infangando la sua figura di integerrimo servitore dello Stato. Fortunatamente, le dettagliate ricostruzioni contenute nelle successive sentenze fanno giustizia e al Tenente colonnello dei Carabinieri viene assegnata la Medaglia d’Oro al Valor Civile alla memoria, con la seguente motivazione:
Comandante di Nucleo investigativo operante in ambiente ad alto rischio e caratterizzato da tradizionale omertà, si impegnava con coraggio ed elevata capacità professionale in prolungate e difficili indagini relative ai più eclatanti episodi di criminalità mafiosa verificatisi tra gli anni ’60 e ’70 nella Sicilia Occidentale. Proditoriamente fatto segno a colpi d’arma da fuoco in un vile agguato, immolava la sua esistenza ai nobili ideali di giustizia e di difesa delle istituzioni democratiche.
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