
Di Ferdinando Terlizzi
Il professore Francesco Tarsitano, con l’ausilio dei dottori Mario Pugliese e Aldo Mele, nominati dal Giudice Istruttore del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere che stava seguendo la delicata inchiesta sulla morte della signora Emma D’Ariotta, di anni 53 e deceduta in seguito alle percosse ricevute da una inquilina del suo palazzo, la 38enne Rosa De Felice, rispose ai quesiti del magistrato in modo “pilatesco”:
Tra il fatto per cui è a processo (lite-lesioni) e la morte della D’Ariotta di un nesso occasionale, e non di un nesso causale o concausale, né di un nesso puramente coincidenziale, non consente né di affermare né di escludere che la morte si sarebbe ugualmente verificata nelle circostanze di tempo nelle quali si verificò, qualora la lite non avesse avuto luogo e la D’Ariotta non avesse riportato le lesioni. Limitatamente alle lesioni, è viceversa possibile affermare che la morte della D’Ariotta si sarebbe ugualmente verificata anche in assenza delle contusioni e contusioni escoriate descritte nel verbale in esame esterno del cadavere.
San Prisco oggi è un comune modernissimo con uno sviluppo urbanistico da imitare e storicamente valido con la presenza di testimonianze di importanza quali le “Carceri vecchie” e il “Tempio di Giove Tifatino”. Il Comune, legato urbanisticamente, senza soluzione di continuità, ai Comuni di Santa Maria Capua Vetere e Curti, è parte integrante della conurbazione casertana. L’abitato, a nord del quale passa l’A1 (Autostrada del Sole), consta di vari quartieri strutturati a scacchiera, diversamente orientati. Inoltre, il suo territorio era in parte incluso nel circuito delle mura della città di Capua e pertanto seguì per molti secoli le sue stesse vicissitudini. L’espressione più monumentale è rappresentata dal mausoleo detto Carceri Vecchie, monumento funerario situato presso l’antica Via Appia: la sua costruzione risale alla prima età imperiale nel I secolo d.C.
Il delitto avvenne il 23 Agosto 1953 alla via Cavacone, al civico 14. Il maresciallo Giuseppe La Greca, comandante della stazione dei carabinieri, inoltrò un rapporto con il quale segnalava che il medico condotto del luogo era stato chiamato d’urgenza alla via Cavacone e purtroppo non aveva potuto fare altro – nella circostanza – che constatare il decesso della Emma D’Ariotta, che giaceva esanime al suolo nell’androne del cortile della sua abitazione.
I militari della Fedelissima appurarono che la donna, prima del decesso aveva sostenuto un alterco con tale Rosa De Felice, abitante nello stesso palazzo. I carabinieri, dopo aver fatto piantonare il cadavere in attesa della constatazione di rito da parte del magistrato di turno, avevano svolto una sommaria indagine a conclusione della quale avevano appurato che la vittima, assieme alle figlie, aveva avuto una violentissima discussione con la coinquilina.
Il motivo della discussione – secondo le testimonianze degli astanti – era da ricercarsi nel fatto che alcuni giorni prima del delitto si era addivenuto ad un tacito accordo, tra tutti gli abitanti del caseggiato, secondo il quale sotto l’androne del palazzo non si dovevano collocare gli attrezzi ed i telai per la lavorazione artigianale delle coperte che, in quel periodo veramente di stenti, rappresentava una risorsa di sopravvivenza per molti nuclei familiari della zona. Un chilo di pasta, infatti, costava 195 lire; un litro di vino 110, mentre un biglietto per il cinema 175 e un giornale 25 lire. Un televisore in bianco e nero costava 350mila lire mentre uno stipendio mensile di buon livello era fissato in 170mila lire.
Ma ritorniamo alla nostra storia. I carabinieri avevano appurato che la discussione, che era degenerata provocando addirittura un morto, era sorta in quanto la Rosa De Felice, contravvenendo al patto stipulato, quella mattina aveva collocato nell’androne del palazzo il telaio per fabbricare le coperte ed aveva iniziato il suo lavoro. Anche la famiglia della vittima svolgeva lo stesso lavoro e la donna si era subito portata all’ingresso del palazzo ad aveva redarguito la Rosa. Il divieto di lavorare le coperte all’ingresso del caseggiato era dovuto al fatto che, essendo il passaggio molto stretto, a volte non vi era neppure lo spazio per il transito di una persona a piedi.
Rosa De Felice nel corso del primo interrogatorio, oltre a discolparsi del fatto che pur avendo strattonato la donna non conosceva le sue afflizioni cardiache, aveva motivato la sua scelta di mettersi a lavorare all’ingresso del palazzo perché la giornata – e siamo al 23 agosto – era molto calda e all’interno si soffocava. Alle rimostranze della signora Emma D’Ariotta – secondo le indagini dei carabinieri e le testimonianze degli altri inquilini dello stabile che furono presenti al delitto – la De Felice con arroganza e poi con minacce rispondeva che lei nemmeno con l’intervento della Forza Pubblica si sarebbe spostata dall’androne.
Subito dopo, dalle parole la Rosa passò ai fatti aggredendo la D’Ariotta, graffiandola al viso, strattonandola e tirandole i capelli. A quel punto si trovò a transitare tale Luigi Iannotta, un bracciante agricolo che abitava nella stessa strada ma al civico 6 e, visto che tutti guardavano senza intervenire mentre la povera donna stava per soccombere ed era già stramazzata al suolo, e nello stesso tempo la Rosa De Felice si stava accapigliando con una figlia della Emma D’Ariotta di nome Anna, il nuovo arrivato riuscì a dividere le due donne. La Emma intanto non dava più segni di vita. Rosa De Felice, accorgendosi che la donna era morta, si diede alla fuga. Il magistrato di turno intervenne sul posto ed ordinò la rimozione del cadavere, disponendo per il giorno successivo l’esame autoptico presso la sala mortuaria del locale cimitero.
Il rapporto dei carabinieri terminava con un vero e proprio atto di accusa per la per l’assassina. La vittima presentava “evidenti segni di un morso umano al polso della mano destra ed uno al collo”. Al contempo, però, Emma D’Ariotta venne descritta come una donna “pettegola, arrogante, attaccabrighe, autoritaria e prepotente”. In seguito al rapporto e all’inizio della istruttoria formale, venne emesso da parte del Giudice Istruttore, il dottor Mario Mancuso, un mandato di cattura contro la Rosa De Felice per il delitto di omicidio (Art. 584 Codice Penale) “per avere agito con atti diretti a commettere percosse e lesioni contro Emma D’Ariotta cagionandone la morte”.
Dopo alcuni giorni di latitanza, la donna si costituì. Interrogata dal Giudice Istruttore alla presenza del suo difensore, negò la sua intenzione di uccidere la Emma ma insistette con il dire che era stata la vittima ad aggredire lei. In particolare chiarì:
Nego di aver dato un morso alla D’Ariotta, nego altresì che Orsola D’Alessandro sia intervenuta nella lite. Non so spiegarmi come la D’ariotta presentasse tracce di morso; intervenne tanta gente a dividere che non so dire.
Su precisa domanda del Giudice Istruttore la Rosa De Felice precisò ancora:
Anche la figlia della D’Ariotta, due o tre giorni prima, aveva lavorato le coperte sotto il portone. Tuttavia preciso che io non ero in buoni rapporti con la D’Ariotta, la quale, quel giorno, vedendo che io stendevo il telaio sotto il portone lo gettò per aria, e mentre io mi chinavo per riprenderlo si gettò contro di me aggredendomi ed io non feci altro che difendermi.
Dal canto suo la sorella Anna dichiarò che:
All’accordo perché non si lavorasse sotto il portone si addivenne due o tre giorni prima del fatto appunto perché avendo mia sorella Angela lavorato sotto il portone gli altri inquilini si erano ribellati. Io ero in casa ed uscii nel cortile nel sentire delle grida. Notai così che mia madre si era afferrata con l’imputata. Né io né mia sorella Angela intervenimmo e quando accorremmo purtroppo constatammo che nostra madre era morta. Mi fu riferito che mia madre si fosse doluta che l’imputata avesse rimesso il telaio sotto il portone; forse mia madre nel rimproverare la imputata dovette urtare contro il telaio e farlo cadere per terra. Per la verità io il telaio lo trovai propria a terra ma forse dovette essere qualcuno che era accorso a farlo cadere. Preciso, infine, che quando uscii mia madre e l’imputata non si erano ancora afferrate. Noi ignoravamo che mia madre avesse il cuore in quelle condizioni perché aveva lavorato fino a quel giorno.
Fu poi la volta della sorella Angela la quale – per sommi capi – confermò la deposizione della sorella, chiarendo che la madre si accapigliò con l’imputata mentre lei e la sorella stavano discutendo con la figlia della Rosa De Felice, la quale aveva pronunciato cattive parole nei confronti dell’altra sorella Anna. Confermò che l’accordo per non lavorare le coperte imbottite sotto il portone era stato raggiunto giorni addietro perché lei si era messa a lavorare sotto l’androne. Chiarì che nel palazzo erano tre le famiglie che lavoravano le coperte e naturalmente tutti i telai sotto il portone non c’entravano.
VICENDA GIUDIZIARIA
Dopo circa due anni di detenzione Rosa De Felice, 38 anni da San Prisco, accusata di omicidio preterintenzionale, comparve dinnanzi alla Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Giovanni Morfino, presidente; Renato Mastrocinque, giudice a latere; giudici popolari: Michele Campofredi, Antonio Di Caprio, Domenico Gentile, Francesco Cerreto, Paolo Acquaroli e Alberto Di Baia; pubblico ministero: il Sostituto Procuratore della Repubblica Nicola Damiani).
Nel dibattimento non emersero elementi discordanti dalla sentenza di rinvio a giudizio a chiusura dell’Istruttoria formale, ma il processo fu impegnativo: la difesa della imputata, infatti, con l’ausilio di tecnici ed esperti, con perizie medico-legali propendeva per dimostrare che “non vi era nesso di causalità tra la morte e l’evento”, in quanto la vittima afflitta da grave tachicardia sarebbe morta di lì a pochi giorni anche se non si fosse verificata la rissa.


La parte civile, con l’ausilio della pubblica accusa, ovviamente sosteneva una tesi diversa e cioè che le percosse inflitte alla Emma D’Ariotta avevano avuto un nesso “violento e diretto” sull’evento, causando la morte della donna.
Più in particolare, bisogna tenere conto del fatto che l’omicidio preterintenzionale rappresenta una fra le fattispecie penali incriminatrici di maggiore gravità ed allarme sociale tra quelle contemplate all’interno dell’ordinamento giuridico penale. Il vigente codice penale, ai sensi e per gli effetti dell’art. 43 c.p., offre una definizione normativa molto precisa e specifica in tema di preterintenzione che è proprio la seguente:
Il delitto è preterintenzionale, o oltre l’intenzione, quando dall’azione od omissione deriva un evento dannoso o pericoloso più grave di quello voluto dall’agente.
In sostanza, oltre al dolo e alla colpa, l’articolo 43 del Codice Penale sembra prevedere una terza forma di colpevolezza, non secondo né contro, ma oltre l’intenzione: la preterintenzione. Perché la fattispecie possa dirsi preterintenzionale, è necessaria la volizione di un evento e la realizzazione involontaria di un evento più grave, causalmente messo in relazione ad una condotta sostenuta dalla volontà dell’evento meno grave.
L’omicidio preterintenzionale è costituito dal fatto di chi, ponendo in essere atti diretti unicamente a percuotere una persona o a provocarle una lesione personale, ne cagioni la morte, la quale, quindi, rappresenta un “quid pluris” rispetto all’evento effettivamente perseguito dal soggetto agente.
La Corte, accogliendo le tesi dell’una e dell’altra parte, condannò la donna per omicidio preterintenzionale in danno di Emma D’Ariotta, con la concessione delle attenuanti generiche e della provocazione, alla pena di anni quattro, mesi cinque e giorni dieci di reclusione e alla interdizione dai pubblici uffici per la durata di cinque anni.
Condannò, inoltre, la stessa al pagamento delle spese processuali e a quelle di custodia preventiva nonché ai danni per la parte civile, Anna De Felice, da liquidarsi in separata sede. Dichiarò espiati anni uno, mesi sette e giorni venti della pena inflitta e condonò la restante pena per l’indulto che in quei giorni era stato proclamato. Nel processo furono impegnati gli avvocati: Ciro Maffuccini, Vittorio Verzillo e Pompeo Rendina.
Fonte: Archivio di Stato di Caserta




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