
Durante una puntata del Maurizio Costanzo Show dedicata a Rocco Chinnici, magistrato assassinato dalla mafia il 29 luglio 1983 a Palermo, Pippo Baudo in diretta nazionale attaccò duramente i boss di Cosa Nostra. Come emerso nel processo Capaci-bis, durante una riunione tra le famiglie mafiose di Catania si decise di far saltare in aria la sua villa a Santa Tecla, frazione di Acireale. L’attentato avvenne nella notte tra il 2 e il 3 novembre 1991: in casa per fortuna non c’era nessuno, il conduttore infatti era volato a Roma per condurre una puntata di Domenica In.
I vigili del fuoco impiegarono più di due ore per domare le fiamme, divampate dopo la forte esplosione. Un ufficiale dei carabinieri raccontò a Valter Rizzo, autore della cronaca di quella notte sulle pagine de “L’Unità”:
Abbiamo trovato persino dei pezzi di miccia a lenta combustione… È stato un lavoro da professionisti: chi ha colpito, ha colpito duro. Non ha certo l’aria di essere un avvertimento, piuttosto sembra una spedizione punitiva.
Nel 1989 c’erano già stati due episodi molto preoccupanti: prima un ordigno rudimentale fatto esplodere nel giardino della villa, poi un tentativo di incendio con benzina versata davanti all’abitazione. Nonostante questo, il noto conduttore decise ugualmente di denunciare i mafiosi in diretta televisiva, invocando leggi speciali contro i clan. Dopo la distruzione della sua villa, Baudo non si perse d’animo facendola ricostruire in breve tempo senza mai ottenere un risarcimento dallo Stato, nonostante in seguito sia stata riconosciuta la natura mafiosa dell’attentato. Non tornò mai più a vivere in quella casa, ma il suo fu un atto di resistenza civile: il coraggioso gesto di un uomo che non si piegò alle intimidazioni mafiose.
Secondo la Procura di Catania quell’attentato fu una punizione per la partecipazione di Baudo alla celebre Staffetta Antimafia organizzata da Samarcanda di Michele Santoro e dal Maurizio Costanzo Show per ricordare Libero Grassi, l’imprenditore ucciso da Cosa Nostra il 29 agosto 1991 a Palermo perché si era rifiutato di pagare il pizzo.
Ci vollero 4 anni di indagini e 5 collaboratori di giustizia per ricostruire la vicenda: l’ordine venne dato dal boss Marcello D’Agata, con l’assenso di Nitto Santapaola. Inoltre, tra i mafiosi qualcuno propose di colpire anche Maurizio Costanzo, ma il boss Aldo Ercolano, nipote di Santapaola, spiegò che ci stavano “già pensando altri” e in effetti, già nella primavera del 1992, Totò Riina inviò a Roma un gruppo di killer guidato da Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano: l’obiettivo era quello di organizzare un piano per uccidere il magistrato Giovanni Falcone, il Ministro della Giustizia Claudio Martelli e lo stesso conduttore Mediaset.



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