
Di Lara Vanni
Un ragazzo tranquillo e rispettato da tutti che ama la bella vita, le auto costose e le belle ragazze. I suoi amici, sempre al suo fianco, lo adorano e per lui farebbero qualsiasi cosa. Il suo nome è Pietro Maso. Sempre in giro per locali alla moda, non bada a spese per fare bella figura con gli altri e per essere ammirato. È uno dei ragazzi più conosciuti e in vista del paese, molto apprezzato, sempre molto elegante e curato, un capo indiscusso nel suo gruppo di appartenenza, con poca voglia di lavorare e tanta di divertirsi.
È un giovane molto amato anche dai suoi genitori, una coppia unita: Antonio (56 anni), un agricoltore molto laborioso, e Maria Rosa (48 anni), casalinga. Pietro abita con loro a Montecchio di Crosara, un piccolo paese in provincia di Verona, in mezzo alla campagna. È il più giovane della famiglia, viziato sia dai genitori che dalle due sorelle: tutti in famiglia tollerano le sue continue richieste e tutto gli viene concesso.
Quel paese così tranquillo viene sconvolto nella notte tra il 17 e il 18 Aprile 1991: una persona allerta le forze dell’ordine raccontando di aver visto qualcosa nell’appartamento vicino. Una scena raccapricciante si presenta agli occhi degli agenti: una donna stesa a terra e poco più in là un uomo, entrambi sotto una coperta; la stanza è piena di sangue che ricopre il pavimento e le pareti. Sotto le coperte, gli agenti scoprono che i due corpi sono straziati da innumerevoli ferite, la testa fracassata sotto i colpi di un pesante oggetto contundente, di metallo o di legno. Le due vittime non sono morte subito, sotto i pesanti colpi inferti, e l’aggressore ha dovuto infierire su di loro per molto tempo, prima che cedessero ed esalassero l’ultimo respiro.
Immediatamente gli inquirenti che si aggirano in quella stanza degli orrori pensano che ad aver compiuto un’azione del genere possa essere stato qualcuno per motivi di lucro poiché le stanze della casa sono nella confusione più totale: cassetti aperti, vestiti sparsi in giro. In fondo, nelle abitazioni di quella zona si sono già verificate diverse rapine. Il vicino di casa, che ha dato l’allarme, non è l’unica persona che può aiutare a fornire i dettagli del ritrovamento: un giovane, infatti, ha suonato alla sua porta per chiedere aiuto. È il figlio delle vittime: Pietro.


Agli investigatori il ragazzo racconta di essere tornato a casa, quella notte, alla guida della macchina del padre e di aver avuto subito delle strane sensazioni: aveva notato le porte del garage aperte, cosa che non avveniva mai, e la casa al buio, ma c’era la luce dell’atrio accesa. Racconta di essere entrato in casa e di essersi fermato sulla soglia della cucina e, nell’istante stesso in cui aveva visto nell’ombra parte di un corpo steso in terra, era corso dal vicino che aveva chiesto aiuto immediatamente.
Da questi racconti gli inquirenti ricostruiscono le ultime ore di vita delle povere vittime del massacro, Antonio Maso e Maria Rosa Tessari: quella sera la coppia è uscita per andare ad un incontro con un gruppo di preghiera in un paese vicino per poi tornare a casa e consegnare l’auto al figlio che doveva uscire. Vengono notati anche da un vicino di casa, quindi il delitto dev’essere avvenuto nell’intervallo di tempo tra l’uscita e il rientro di Pietro. Stranamente, però, in quel lasso di tempo i vicini non sentono niente, anche se la lotta per ridurre in quel modo le due vittime non può certamente essere stata silenziosa, ma proprio quella sera imperversa un forte temporale.
Pietro racconta agli inquirenti di aver passato la serata con i suoi tre migliori amici (Giorgio Carbognin, Paolo Cavazza e Damiano Burato) in un locale della zona e, dopo aver preso l’auto del padre, di essere andato in discoteca, dove tra l’altro usava recarsi spesso. Inoltre, dichiara che negli ultimi tempi di frequente ha notato un’auto sospetta aggirarsi intorno a casa sua e che il padre aveva avuto dei problemi di prestiti non restituiti proprio con il proprietario di quella macchina. Si viene a sapere che le vittime erano abituate a nascondere un mazzo di chiavi in giardino e, probabilmente, lo sapeva anche l’aggressore.
Vengono ascoltate dagli inquirenti tutte le persone coinvolte, compresi gli amici di Pietro, i vicini e i compaesani. Ma qualcosa non convince gli agenti addetti alle indagini: il quadro complessivo del crimine presenta molti lati oscuri, non sembra il classico furto in quanto le porte dell’abitazione non presentano alcun segno di effrazione e non è stato portato via nulla. Inoltre, il buio in casa era stato causato dallo svitamento delle lampadine e questo indica, chiaramente, una preparazione del fatto criminoso. Per questi motivi, le indagini si dirigono verso qualcuno che poteva entrare facilmente in quella casa e che la conosceva bene. Notoriamente, la persona che commette una rapina in un’abitazione, si sforza di ottenere subito denaro e oggetti di valore, ma non si accanisce in modo brutale sulle persone che trova in casa, se non messa alle strette o minacciata.
Il delitto indica un movente di vendetta: l’aggressore voleva punire le vittime per qualcosa che aveva subito e, per questo, era stato così crudele e impietoso. Gli inquirenti notano un certo distacco nell’atteggiamento di Pietro: come fa a comportarsi così dopo che il destino gli ha sottratto i genitori in modo così cruento e orrendo? Certamente un semplice atteggiamento non poteva far sospettare quel povero figlio di un delitto così atroce, soprattutto sapendo che la sua vita era agiata e che da quei genitori non riceveva mai un rifiuto. Gli agenti continuano a interrogare quel ragazzo così freddo e distaccato, gli comunicano che nel corso delle indagini è stato rinvenuto in casa un suo paio di pantaloni macchiati di sangue e un assegno, riportante una grande somma di denaro, incassato nella banca del paese il giorno successivo al delitto. L’emissione di quell’assegno necessita spiegazioni perché lo stesso è stato firmato dalla madre in favore di Giorgio Carbognin, il migliore amico del figlio che tra l’altro tutti i giorni le consegnava la spesa.
Gli inquirenti incalzano Pietro con continue domande e ad un tratto arriva la svolta: quell’assegno è stato falsificato proprio da lui, ma il ragazzo racconta anche che, insieme ai suoi tre amici del cuore, ha ucciso i suoi genitori. Lo fa senza alcun coinvolgimento emotivo, come se fosse la trama di un film visto in tv. Il movente di quel delitto tanto efferato sta solo nell’interesse ad avere la sua parte di eredità, nel suo spasmodico bisogno di soldi. Pietro, come lui stesso confessa, correva il rischio che i suoi genitori vivessero ancora per molto e per questo era necessario accelerare il corso naturale degli eventi.
E le due sorelle? Pietro, in modo molto candido e senza esitazioni, sostiene di aver pensato di uccidere anche loro e non solo: voleva eliminare anche i due complici ai quali era meno legato in modo da poter dividere tutto con il suo migliore amico, completamente dipendente da lui. Per tutto il tempo di quell’interrogatorio così incredibile, il giovane non cerca minimamente di giustificarsi né per il delitto né per i propositi che non aveva potuto mettere in atto.
Quel giovane tanto tranquillo e ammirato da tutti, racconta di aver cominciato a pianificare lo sterminio della sua famiglia già a partire dall’autunno del 1990, circa sei mesi prima del delitto. Non aveva voglia di consumarsi lavorando nelle vigne o in qualche capannone, voleva solo divertirsi passando le sue serate in discoteca, per questo comincia a calcolare a quanto può ammontare il patrimonio familiare.
In un primo momento pensa di mettere delle bombole di gas in casa per farla saltare in aria, ma ben presto decide che avrebbe potuto eliminare tutti in un colpo solo durante un pranzo di famiglia e incassare i soldi dell’assicurazione. Non riuscendo a portare a termine il suo piano criminale, elabora un’altra soluzione: uccidere la madre durante un viaggio in macchina, con la complicità di Giorgio Carbognin, ma anche questa volta non riesce nel suo intento. Pietro decide, allora, di porre in atto un’altra strategia omicidiaria, ma questa volta coinvolgendo anche gli altri due amici, promettendo loro parte dei soldi dell’eredità. Dopo aver falsificato l’assegno, avendo il timore che i genitori si accorgano dell’ammanco in banca, decidono di realizzare quel piano in fretta.
Il commando omicida aspetta al buio il ritorno di Antonio e Maria Rosa, del tutto ignari che quelli sarebbero stati i loro ultimi momenti di vita. La coppia trova tutte le luci spente, essendo state svitate le lampadine, e ben presto i due vengono raggiunti dalla mano del figlio, armata di spranga di ferro, che si abbatte subito sul padre. La madre, invece, viene colpita da altri oggetti contundenti che armano le mani dei complici, ma spinta dallo spirito di sopravvivenza riesce a dirigersi verso la cucina: qui viene finita con l’ausilio di una busta di plastica posta sul viso e con una forte sprangata, vibrata proprio da Pietro. Tutto dura quasi mezz’ora: senza pietà, senza rimorsi, con una ferocia inaudita tra sangue, strazio e urla.
Il padre ha il cranio fracassato, la mandibola spezzata in due parti (uno dei ragazzi teneva il piede sulla gola dell’uomo) e vastissime emorragie. La moglie viene percossa con violenza anche maggiore. Compiuto il delitto, i quattro amici si lavano in fretta e mettono a soqquadro l’appartamento per simulare una rapina. Poi vanno a divertirsi in discoteca, spensierati come sempre, credendo di essere finalmente liberi da ogni ostacolo.
In seguito sui giovani sono state fatte delle perizie psichiatriche che hanno evidenziato disturbi della personalità e immaturità. Per quanto riguarda Pietro Maso, la perizia ha diagnosticato un grave disturbo narcisistico e forte anaffettività, analizzando anche tutti i comportamenti precedenti, compreso quello di parlare agli amici del suo proposito di commettere quel delitto.



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