
Di Patrizia Oliverio e Gianfrancesco Coppo
Non c’è crimine più abominevole della pedofilia: le vittime, creature innocenti, perdono la vita per esaudire i desideri immondi di adulti malati e senza scrupoli. Chi subisce questo tipo di violenza, in età adulta fa fatica ad affrontare serenamente la vita affettiva e sessuale e in alcuni casi può addirittura diventare carnefice, perpetrando quella catena di orrori che ha sconvolto la propria esistenza.
Luigi Chiatti nasce col nome di Antonio Rossi il 27 Febbraio 1968 a Narni (Terni) da Marisa Rossi, ragazza madre che lo mette al mondo all’età di 24 anni. La giovane donna, in ristrettezze economiche a causa del lavoro precario da cameriera, si vede costretta ad abbandonare il figlio in un orfanotrofio: all’inizio le visite sono frequenti, ma col passare del tempo cominciano a diventare sporadiche e l’atteggiamento nei confronti del figlio diventa sempre più distaccato e freddo.
Nel 1972 Marisa lascia definitivamente suo figlio. Antonio è un bambino introverso, con atteggiamenti aggressivi e attacchi d’ira incontrollabili, soprattutto nei confronti delle figure femminili. Alcuni anni più tardi si scopre che, oltre al trauma dell’abbandono, il piccolo è stato vittima di abusi da parte di un prete. Le violenze terminano solo nel 1974, quando Antonio viene affidato alla famiglia Chiatti con l’espressa richiesta di farlo vivere in un contesto affettivo sano.
Così finisce la vita di Antonio e comincia quella di Luigi, nome datogli all’età di 6 anni dai nuovi genitori. Il padre adottivo si chiama Ermanno Chiatti e di professione fa il medico, mentre la madre Giacoma Ponti è una ex insegnante. Ermanno, persona solare ed estroversa fuori casa, in famiglia è chiuso e introverso sfuggendo a qualsiasi contatto con quel figlio che non ha mai voluto; Giacoma, innamorata del bambino, cerca di compensare l’assenza del padre instaurando con lui un rapporto basato su dialogo e confidenze, che lascia presagire un futuro di riscatto per il piccolo.

Ben presto, però, Luigi comincia a chiudersi anche con lei, vivendo i rimproveri della madre e i silenzi del padre come qualcosa di insopportabile. Quel contesto familiare, che lui stesso definisce “senza vie d’uscita”, diventa ancor di più soffocante a seguito di un episodio: a scuola un’insegnante (nonché sua vicina di casa) rimprovera Luigi perché è venuta a sapere che in casa il ragazzino picchia sua nonna. Per lui quella confidenza fatta ad un’estranea è insopportabile: comincia a sentirsi etichettato come “il cattivo” e prova disgusto ogni volta che varca la soglia di casa.
A 10 anni viene mandato da una psicologa che lo segue per qualche tempo, ma con lei non riesce ad aprirsi completamente per paura che le sue confidenze vengano riferite ai genitori. La terapia, quindi, non sembra sortire alcun effetto e il bambino rimane chiuso in un mondo tutto suo. Del resto l’ambiente familiare non lo aiuta ad uscire da questa situazione: in casa Chiatti regnano la freddezza e il culto delle buone maniere. Luigi diventa metodico, preciso fino alla maniacalità: per tutte le scuole superiori entra in classe sempre e solo alle 8:02 esatte.
Chiatti diventa grande, restando infantile: un bambino in un corpo da adulto. La diagnosi fa riferimento a “marginalità e iposocializzazione” e ad “un Io debole e anaffettivo, con scarso controllo degli impulsi”. Tuttavia, poiché a quell’età le analisi risultano particolarmente dinamiche, ci si orienta verso un disturbo di personalità borderline. Riesce a prendere il diploma di geometra e a svolgere due anni di praticantato, ma nel 1989 parte per il servizio militare, durante il quale ha le sue prime esperienze omosessuali. Nel frattempo sviluppa fantasie sempre più frequenti, che hanno come oggetto i bambini: sogna di averne uno a sua completa disposizione, da poter accudire, educare e con cui intrattenere rapporti sessuali.

La ferita aperta di Luigi Chiatti resta quell’amore mancato durante l’infanzia, si sente privato di qualcosa nel profondo dell’anima, che contribuisce a creare una visione della vita decisamente pessimista in merito alla possibilità di recuperare l’affetto che gli è stato negato quando era piccolo. Oltre che pessimista, la sua è una visione contorta: nel momento in cui si accorge di avere istinti omosessuali, non cerca di instaurare un rapporto affettivo o erotico con un suo coetaneo, o una persona più matura, ma progetta di fuggire lontano con un bambino piccolissimo. Ma quel piccolo compagno di avventure deve rapirlo, nessuno si sognerebbe mai di affidare un bambino a un ragazzo strano e solitario, anche se all’apparenza inoffensivo.
Nel 1992 l’esistenza di Luigi volge al termine, prende vita il Mostro di Foligno. Il 4 ottobre di quell’anno Simone Allegretti, un bambino di 4 anni e mezzo originario di Casale (paese vicino Foligno), scompare nel nulla. La polizia comincia le indagini e, mentre i media cominciano a parlarne, un giovane milanese di nome Stefano Spilotros si costituisce dichiarandosi colpevole. Dopo lunghi interrogatori il ragazzo viene rilasciato, si tratta solo di un mitomane in cerca di popolarità. Qualche giorno dopo, dentro una cabina telefonica, viene rinvenuto un foglio con un messaggio:
Aiuto. Aiutatemi per favore. Il 4 ottobre ho commesso un omicidio. Sono pentito ora, anche se so che non mi fermerò qui. Il corpo di Simone si trova vicino la strada che collega Casale e Scopoli. È nudo e non ha l’orologio con il cinturino nero e il quadrante bianco. Ps. Non cercate le impronte sul foglio, non sono stupido fino a questo punto. Ho usato dei guanti. Saluti, al prossimo omicidio.
Il mostro
Nel posto indicato, nascosto tra i rifiuti, viene trovato il corpicino nudo del piccolo Simone. Non è presente nessun segno di violenza carnale: il bimbo presenta contusioni in tutto il corpo e una ferita da arma da taglio sul collo, ma è morto a causa di uno strangolamento. Qualche giorno dopo viene trovato un nuovo messaggio firmato “Il mostro”, questa volta viene presa di mira la polizia, definita poco intelligente e incapace di seguire le piste giuste, ancora concentrata sul mitomane Spilotros mentre il vero mostro è libero di agire indisturbato. Il testo recitava:
Aiuto! Non riesco a fermarmi. L’omicidio di Simone è stato un omicidio perfetto. Certo, è dura ammettere che sia così da parte delle forze dell’ordine, ma analizziamo i fatti. […] Vi consiglio di sbrigarvi, evitando altre figuracce. Non poltrite. Muovetevi. Credete che basti una divisa e una pistola per arrestarmi. Usate il cervello, se ne avete uno ancora buono e non atrofizzato dal mancato uso. NB. Perché ho detto di sbrigarvi? Perché ho deciso di colpire di nuovo la prossima settimana […] ora tocca a voi evitare che succeda.
Il mostro
Il fatto singolare, in questa vicenda, è il gran numero di mitomani che si dichiarano autori del reato e che inevitabilmente finiscono per rallentare le indagini. Si arriva così al 7 Agosto 1993, quando sparisce Lorenzo Paolucci, un ragazzino di 13 anni. In questa occasione vengono organizzate squadre di volontari che perlustrano le zone limitrofe e, tra di loro, c’è anche lui: Luigi, il mostro. Il corpo del bambino viene rinvenuto dal nonno sul ciglio di una strada, a seguito di un’indicazione fornita proprio da Chiatti.
Stavolta, però, il mostro ha commesso uno sbaglio: per troppa sicurezza o o forse per distrazione, ha lasciato evidenti tracce di trascinamento sul terreno che portano gli inquirenti proprio alla sua abitazione. Nella sua cucina vengono trovate tracce di sangue e, dopo un’accurata perlustrazione, tutto diventa più chiaro: il piccolo Lorenzo è stato prima ferito con un colpo di forchettone da cucina al torace e poi ucciso con una coltellata alla gola.
Quando la polizia porta Chiatti in centrale, il giovane non fa che ripetere in modo ossessivo la filastrocca “Non sono stato io, io sono un bravo boy-scout”, ma dopo un lungo interrogatorio crolla e confessa entrambi gli omicidi. La confessione per lui è una forma di espiazione e gli dà visibilità, la possibilità di uscire da una condizione di non-esistenza per entrare, con un gesto eclatante, in una condizione di esistenza. Diviene palese che, grazie ai due comunicati firmati “il mostro”, per la prima volta nella sua vita si è sentito al centro dell’attenzione, oltre che lusingato per la “popolarità” acquisita, tanto da innervosirsi profondamente quando una schiera di mitomani – addossandosi le colpe – gli toglie la scena.

Nell’interrogatorio Chiatti è un fiume in piena, parla della sua vita, caratterizzata esclusivamente da solitudine e carenza di rapporti affettivi. Con un atteggiamento privo di reticenza, con dovizia di particolari e apparente massima serenità, senza mai tradire imbarazzo, perplessità o manifestare sensi di colpa, racconta agli inquirenti anche i fatti antecedenti ai due omicidi. Il geometra dichiara che da tempo il suo progetto era quello di fuggire con uno o al massimo due bambini, che avrebbe rapito e tenuto con sé, vivendo non si sa dove, ma in ogni modo in un luogo isolato. Per i piccoli, aveva addirittura preparato provviste e indumenti che, secondo i suoi fantasiosi piani, sarebbero bastati per degli anni. Li avrebbe tenuti con sé fintanto che avessero raggiunto i sette, otto anni. Nel suo racconto non compare alcuna preoccupazione per la sofferenza dei bambini, strappati con violenza ai loro genitori.
Anche sui due messaggi inviati alle forze dell’ordine, Chiatti non lesina spiegazioni: il primo lo scrive per favorire il rinvenimento del cadavere e perché l’essere additato da tutti come “il mostro” lo avrebbe fatto sentire finalmente importante. Il secondo perché non voleva che “il merito” delle sue gesta andasse al mitomane che si era accusato del delitto, quindi solo per “mero protagonismo”. Alla luce di queste dichiarazioni, corroborate dagli elementi di prova raccolti dagli inquirenti, il 28 Giugno 1994 il Procuratore della Repubblica presso il tribunale di Perugia chiede il rinvio a giudizio per Luigi Chiatti. Per l’uomo, a cui viene riconosciuta la semi-infermità mentale, arriva la condanna a 30 anni di reclusione e il ricovero – per un minimo di 3 anni – in OPG.
Nel 2004 e nel 2006 chiede personalmente dei permessi premio che vengono respinti dal Tribunale di Firenze. Il 3 Settembre 2015 finisce di scontare la sua pena in carcere, per questo viene disposto il suo internamento per almeno altri 3 anni in una Rems (residenza per l’esecuzione delle misure di sicurezza) in Sardegna. Nel 2018, a seguito di valutazione del Tribunale di Sorveglianza di Cagliari, la permanenza di Chiatti presso la Rems viene prorogata di altri 2 anni.

NOTE
Claudio Cartaldo, Torna libero il mostro di Foligno. Uccise due bambini e disse: “Se esco, uccido ancora”, su il Giornale, 4 settembre 2015.
Mostro di Foligno, 25 anni fa l’ arresto di Chiatti, il Messaggero, 7 agosto 2018.
Mostro di Foligno, i giudici: “Luigi Chiatti resta socialmente pericoloso”, su Secolo d’Italia, 3 ottobre 2018.


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