
Di Michela Donvito
Certo, questa è storia di truci delitti; ma le donzelle della mia terra la leggeranno: – trapasserà le anime gentili a guisa di spada, ma la leggeranno. Quando si accosterà loro il giovane che amano, si affretteranno, arrossendo, a nasconderla; ma la leggeranno, e ti offriranno il premio che unico può darsi ai traditi – il pianto.
(Guerrazzi)
Il 9 settembre 1598, il corpo di Francesco Cenci fu trovato in un orto ai piedi della Rocca di Petrella Salto. La storia di Beatrice Cenci, della sua famiglia, del parricidio, delle perversioni crudeli e incestuose di cui fu vittima negli anni ha ispirato storici e artisti ed ha suscitato un enorme interesse, oltre che per i suoi aspetti criminali e morbosi, anche perché tutte le ricchezze dei Cenci furono confiscate, andando a rimpinguare le casse del Papato e dello Stato della Chiesa.
Quel che sappiamo da un mix di storia e ipotesi è che la giovane Beatrice, esasperata dai violenti abusi paterni, fu rea dell’omicidio del padre con la complicità della matrigna Lucrezia, dei fratelli Giacomo e Bernardo, del castellano Olimpio Calvetti e del maniscalco Marzio il Catalano. La famiglia Cenci era una delle più ricche e influenti della Roma papalina. La maggior parte dei componenti di questa morì di morte violenta.
Il personaggio più terrificante del casato fu indubbiamente il Conte Francesco Cenci, uomo sadico e lussurioso, che godeva delle sofferenze altrui, specie di quelle dei propri familiari. Francesco si era sposato con Ersilia Santacroce dalla quale ebbe diversi figli: Antonia, Beatrice, Giacomo, Cristoforo, Rocco, Bernardo e Paolo, che trattava molto severamente facendoli vivere in uno stato di indigenza. Alla morte della moglie Ersilia, spedì le sue due figlie in convento presso il monastero di Santa Croce in Montecitorio. Nel 1598 fu arrestato in seguito ad un’accusa di abusi sessuali e costretto a pagare una ammenda salata, per essere scarcerato e scagionato dalla terribile ed infamante imputazione.
I figli maschi più grandi, stanchi di questa situazione, si rivolsero a Papa Clemente VIII per cercare una soluzione al problema. Il Pontefice, allora, concesse loro alcune terre del padre e diede ad Antonia il permesso di sposarsi, così da sottrarla alla nefasta influenza del Conte. Una volta risposatosi con Lucrezia Petroni, il Conte affidò i due figli più piccoli, Bernardo e Paolo, ai preti e partì per Petrella Salto, feudo dei Colonna, con Lucrezia e Beatrice, che fece vivere al secondo piano della lugubre rocca come recluse.
Lì Beatrice visse un orrore continuo fatto oggetto nei dettagli anche di una lettera inviata al Papa, mai giunta a destinazione. Questo documento, unica prova della sua legittima difesa, sparì misteriosamente senza mai giungere nelle mani del destinatario. Nonostante i subdoli tentativi del padre di tenerla fuori dal mondo, la povera Beatrice riuscì a scrivere delle lettere a suo fratello Giacomo e ad alcuni parenti, nelle quali denunciava le violenze e le sevizie a cui dovevano sottostare lei e la matrigna. Quando Francesco scoprì questa corrispondenza epistolare, picchiò la figlia fino quasi ad ucciderla.
Dalle parole della ragazza, si intuisce l’orrore che visse e che la portò a compiere il disperato gesto:
… Quando ero bambina, ogni notte facevo lo stesso sogno. Sono nuda in una stanza immensa e una bestia respira, respira, non smette di respirare. Mi accorgo che il mio corpo splende. Vorrei fuggire, ma devo nascondere il mio corpo nudo. Si apre allora una porta. E all’improvviso, scopro di non essere sola. No! Insieme con la bestia che mi respira a fianco, sembra che altre cose respirino; e d’un tratto vedo brulicare ai miei piedi un ammasso di cose immonde. E anch’esse sono affamate. Comincio a correre senza fermarmi per cercare di ritrovare la luce. La bestia, che incalza, mi insegue di grotta in grotta, me la sento addosso, ha fame, tanta fame…

Esasperate dalle durissime condizioni di vita, le due donne svilupparono presto nei confronti dell’uomo un senso di risentimento così forte da condurle a ordire un complotto, fomentandosi a vicenda in segretissime conversazioni con gli unici due uomini ammessi a frequentare l’angusto alloggio della Rocca (Olimpio Calvetti e Marzio Catalano). Su istigazione delle due donne, i complici tentarono prima di commissionare l’omicidio ad alcuni banditi della zona, poi passarono all’azione stordendo Francesco Cenci con l’oppio e trucidandolo nel suo letto. Con la tipica ingenuità dei delinquenti improvvisati, tentarono debolmente di inquinare la scena del delitto, simulando un incidente, ma ottennero solo l’aggravamento della loro già compromessa posizione.
La mattina di quel fatale 9 Settembre 1598, il nobile Cenci fu rinvenuto nell’orto con il cranio fracassato, esattamente sotto il balcone della rocca, con il corpo apparentemente trafitto da una canna di sambuco. Voci e sospetti, alimentati dalla fama sinistra del Conte e dagli odi che aveva suscitato nei suoi congiunti, indussero le autorità ad indagare sul reale svolgimento dei fatti, con l’inchiesta voluta dal Duca Marzio Colonna, feudatario di Petrella, e dal viceré del Regno di Napoli Don Enrico di Gusman, conte di Olivares, e quella del pontefice Clemente VIII. Quest’ultimo, fatta riesumare la salma, esclusa la caduta come possibile causa delle lesioni ed interrogata la lavandaia che aveva ricevuto le lenzuola intrise di sangue del padre da Beatrice, imprigionò, torturò ed uccise tutti i congiurati.
Il parricidio Cenci aveva un chiaro movente ed il fatto che tutti odiassero il patriarca della famiglia non faceva altro che corroborare le accuse. Il tentativo di trasformare il parricidio in un delitto d’onore fallì miseramente: tentando di dimostrare il clima di violenza, ristrettezze economiche e pressioni psicologiche a cui le due donne Cenci erano sottoposte dalla vittima, si ottenne solo la conclamazione dell’accusa. Beatrice, dopo aver negato ostinatamente ogni coinvolgimento, ammise il delitto in seguito al supplizio della tortura della corda.
Così la stessa, rispose all’interrogatorio del giudice:
[…] Quando io mi rifiutavo, lui mi riempiva di colpi. Mi diceva che quando un padre conosce… carnalmente la propria figlia, i bambini che nascono sono dei santi, e che tutti i santi più grandi sono nati in questo modo, cioè che il loro nonno è stato loro padre.
[…] A volte mi conduceva nel letto di mia madre, perché lei vedesse alla luce della lampada quello che mi faceva.
Nonostante le richieste di clemenza inoltrate da cardinali e difensori, Clemente VIII condannò alla decapitazione Beatrice e Lucrezia; Giacomo allo squartamento, dopo essere stato seviziato durante il tragitto con tenaglie roventi e mazzolato; Bernardo, complice di non aver svelato il complotto, fu condannato ai remi perpetui sulle galere pontificie e obbligato ad assistere all’esecuzione dei congiunti legato a una sedia.
Beatrice Cenci fu giustiziata sulla piazza di Ponte Sant’Angelo, l’11 settembre 1599, tra le proteste del popolo di Roma che l’aveva già resa un’eroina, vittima della violenza paterna e della cupidigia del Papa. La salma della giovane, coperta di rose bianche e portata dal popolo in processione notturna sino alla chiesa di San Pietro in Montorio alle pendici del Gianicolo (seguendo le volontà lasciate da Beatrice prima di morire), venne sepolta in un loculo davanti all’altare maggiore della chiesa, con la testa posata su un piatto d’argento, sotto una lapide priva di nome, secondo le norme previste per i giustiziati a morte.
Meta di pellegrinaggi ancora oggi, per questa martire di un’epoca crudele con l’anima intrappolata nelle maglie della storia e delle suggestioni.
Questa mattina poi finalmente hanno fatto morire in Ponte quelle donne de’ Cenci; et la morte della giovane, ch’era assai bella et di bellissima vita ha commosso tutta Roma a compassione.
(Lettera dell’11 settembre 1599 con cui Baldassarre Paolucci, agente del duca d’Este, comunica al suo signore l’esecuzione di Beatrice Cenci)


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