
Di Ferdinando Terlizzi
Il 20 Giugno 1954, i carabinieri segnalarono che alle ore 15.00 ad Arienzo il capraio Stefano Sabatasso, 25 anni, aveva esploso tre colpi di pistola contro il proprio suocero Umberto Petrone, di anni 44, il quale, raggiunto da due proiettili, era deceduto per emorragia interna mentre l’autore dell’omicidio si era dato alla latitanza.
Il Pretore recatosi nel cimitero di San Felice a Cancello – con l’assistenza di un perito – constatò la presenza di due ferite d’arma da fuoco secondo la descrizione dei carabinieri. Disposta l’autopsia vennero accertate le ferite e le cause della morte. A 5 giorni dal delitto l’assassino si consegnò ai carabinieri. Questi ultimi accertarono che il Sabatasso, due anni prima, aveva rapito la figlia minore della sua vittima, Vincenza Petrone (che poi aveva sposato e dalla quale aveva avuto un bambino); che l’unione non era stata felice per il carattere violento e rissoso del giovane capraio, poco incline al lavoro e dedito al gioco e alla frequentazione di prostitute di campagna. Tra l’altro il giovane pretendeva di vivere alle spalle del suocero, onesto lavoratore ma con scarse risorse economiche e con tre figli a carico.
Il 17 giugno, tre giorni prima del delitto, Vincenza Petrone, stanca del comportamento del violento marito, aveva improvvisamente abbandonato la sua casa affidando il figlioletto di pochi mesi ai familiari del Sabatasso. Questi, a sua volta – il giorno del delitto – aveva dato incarico alla sorella Antonietta Petrone di portare il bambino dai suoceri affinché fosse consegnato alla moglie che era andata a vivere presso la nonna materna in via Cave. Ma i coniugi Petrone (secondo le dichiarazioni della moglie della vittima e dell’Antonietta Sabatasso, sorella dell’imputato) non avevano voluto ricevere il nipotino, esprimendo la volontà che il figlio fosse consegnato alla madre direttamente dal Sabatasso. Quest’ultimo, appresa la risposta dei suoceri, si era diretto nella loro abitazione sorprendendo il suocero seduto su una scalinata del cortile insieme alla moglie Marta Ferrara, al figlio Mattia di 13 anni, e alla giovane Olimpia Piscitelli che si trovava per caso assieme ai Petrone.


Secondo le versioni dei tre testimoni, il Sabatasso si era recato nel cortile accompagnato dalla sorella, che recava in braccio il pargoletto. Il giovane – con fare arrogante – si era rivolto ai suoceri e aveva esclamato:
Prendete mio figlio e portatelo a Via Cave a mia moglie!
A tale frase il suocero aveva risposto:
E se non glielo porto?
A questo punto il giovane avrebbe estratto una pistola e con essa fatto fuoco contro il Petrone. Questi – secondo la deposizione della moglie Marta Ferrara – aveva cercato di ripararsi verso un gabinetto sito a fianco della scalinata, ma era caduto a terra colpito a morte, mentre il genero, dopo aver tentato di puntare l’arma contro la suocera che gli si era avventata contro con una sedia, aveva sparato ancora un terzo colpo verso il marito.
La giovane testimone Olimpia Piscitelli, affermò di aver sentito solo il primo colpo, non avendo notato per lo spavento se erano seguiti altri spari, ma confermò che il Petrone era caduto nei pressi del gabinetto ove era stato poi soccorso dai suoi familiari. Un altro teste, Carmine Lettieri, che abitava nello stesso cortile del Petrone, dichiarò di aver udito nell’occasione due colpi di arma da fuoco e di essere subito accorso in aiuto del Petrone da lui rinvenuto, fra gli spasimi della morte.
Quanto al Sabatasso, il medesimo ammise di avere esploso, nelle circostanze già indicate, due colpi di pistola contro il suocero. Egli affermò, tuttavia, che, dopo che la sorella lo aveva messo al corrente del rifiuto dei suoceri di ricevere il bambino, si era recato personalmente per convincere il Petrone a consegnare il figlioletto alla moglie. Ma costui aveva risposto che non voleva saperne nulla e quindi, afferrato un “ronciglio”, aveva fatto il gesto di aggredirlo onde egli – per difesa personale – aveva fatto fuoco contro di lui per due volte dandosi poi alla fuga.
Confermò la sua deposizione sia al Pretore che al Giudice Istruttore, ma contestò il fatto di aver fatto mancare al figlio e alla moglie i mezzi di sussistenza e chiarì di essersi recato dal suocero perché il figlio – a causa dell’allontanamento dalla casa della madre – si trovava da tre giorni senza latte. Ma il suocero gli aveva risposto in tono arrogante e quindi aveva fatto il gesto di aggredirlo. Precisò, inoltre, di non aver avuto l’intenzione di uccidere il suocero e che, volendo esplodere un solo colpo per intimidire il Petrone, dall’arma era partito inavvertitamente anche il secondo colpo.
Chiusa la fase istruttoria, con sentenza del 31 Agosto 1955, il Sabatasso venne rinviato al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere sotto la pesante accusa di omicidio volontario aggravato, di minaccia aggravata con arma e illegale possesso della stessa. Al fascicolo per il delitto del suocero era stato allegato anche l’incartamento relativo al sequestro della ragazza, per il quale l’uomo era stato accusato di ratto di minore, ma in seguito, con sentenza del 26 Settembre 1952 , avendo il giovane contratto regolare matrimonio – peraltro celebratosi all’interno del carcere mandamentale di Arienzo ove era detenuto – era stato prosciolto dall’accusa di ratto.
Nell’approfondimento di questo “sequestro di minore” gli inquirenti – in seguito a dettagliato rapporto dei carabinieri – lessero la germinazione del conseguente delitto. I due giovani tempo prima erano stati fidanzati, col pieno consenso dei loro genitori, ma che in seguito essi avevano troncato la relazione. É significativo a questo proposito che il Sabatasso – all’atto del suo arresto per il rapimento – asserì ai carabinieri che il fidanzamento si era rotto per aver egli avanzato delle pretese circa la dote della ragazza, che il Petrone non aveva voluto accettare. L’imputato in seguito precisò che si trattò, invece, di uno dei soliti banali litigi che sogliono verificarsi tra innamorati.
Diverse, invece, le dichiarazioni rese dalla Vincenza Petrone in quella circostanza, che sembrano avvalorare tale assunto per la precisazione fatta dalla giovane che aveva abbandonato il fidanzato giacché questi aveva criticato le sue condizioni “fisiche”. Non appare difficile desumere che in realtà il Sabatasso si determinò a tale riprovevole comportamento proprio per piegare la volontà del Petrone alle sue richieste, che avevano indotto l’altro a negare il suo consenso alle nozze.
La Vincenza Petrone in seguito ebbe a chiarire che queste erano le precise intenzioni del marito ed è abbastanza intuitivo rendersi contro della contrastante affermazione fatta dalla giovane all’epoca del suo rapimento, in vista del prossimo matrimonio “riparatore” con il Sabatasso.
L’arresto di quest’ultimo – scrissero i giudici nella sentenza di rinvio a giudizio – per la tempestiva querela proposta dalla madre della giovane, doveva necessariamente far naufragare la sua poca onesta speranza di imporre i termini dell’accordo matrimoniale. Egli si trovò, infatti, nella condizione di dover sposare la Petrone per eludere le conseguenze penali, non certo lievi, del suo comportamento; tant’è che sposò la ragazza in carcere, ma senza rinunziare alle sue antiche pretese economiche che il futuro suocero non aveva ritenuto di poter accettare.
Il Petrone, con apprezzabile comprensione per le esigenze della nuova famiglia e compatibilmente con le sue modestissime condizioni di manovale, non si era mostrato verso il genero gretto ed indifferente. Deve essere al riguardo tenuto presente – precisarono ancora i magistrati inquirenti – a parte quanto dichiarato dalla vedova e dagli altri familiari dell’ucciso, che l’imputato ha ammesso durante i suoi interrogatori che il suocero, dopo il matrimonio, lo aveva aiutato in vario modo dandogli venti o trentamila lire e che pagava per lui, quando egli non aveva denaro, il fitto di casa. In chiusura, il Sabatasso venne rinviato al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere per rispondere di omicidio volontario aggravato.
VICENDA GIUDIZIARIA
Stefano Sabatasso venne rinviato al giudizio della Corte di Assise del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, per rispondere all’accusa di omicidio volontario aggravato nei confronti di Umberto Petrone, suo suocero, e di manaccia aggravata contro la suocera Marta Ferrara.
Contro di lui si costituirono “parte civile” la moglie, la suocera e la mamma della vittima. In ordine alla qualificazione giuridica dell’episodio – scrissero i giudici della Corte nella loro sentenza di condanna – non è possibile certo dubitare della volontà omicida dell’imputato tenuto presente che, come risulta dalla perizia, egli attinse la vittima, da breve distanza, in pieno petto con un mezzo tipicamente omicidiario quale la pistola, reiterando i colpi.
Egli va condannato pertanto per il delitto di omicidio volontario aggravato in rapporto all’affinità della vittima. Dubbia appare, invece, la sua responsabilità per il delitto di minaccia grave in persona della suocera Marta Ferrara, giacché apparendo evidente dalle dichiarazioni di costui che egli fu animato dalla precisa intenzione di uccidere il suocero, ben potrebbe spiegarsi il rapido puntamento della pistola contro di lei dovuto esclusivamente al perseguimento della vittima, che in realtà aveva cercato di sottrarsi alla furia aggressiva del Sabatasso.
Considerando le modalità dell’avvenimento e l’assoluta immoralità del delitto in rapporto alla qualità della vittima, si stima fissare la pena per il delitto di omicidio in anni 26 di reclusione. Ma la Corte, composta dal presidente Giovanni Morfino; con giudice a latere, Renato Mastrocinque, e pubblico ministero, Nicola Damiani, fu clemente. E sentenziò:
Tenuto presente tuttavia la giovane età del colpevole – di appena 25 anni all’epoca del fatto – si ritiene concedergli le attenuanti generiche, diminuendosi pertanto la suddetta pena a quella di anni 22 di reclusione.
La condanna fu confermata, sia in sede di Appello (sentenza della Corte di Appello di Napoli del 18 Aprile 1958) che in Corte di Cassazione, con sentenza del 20 Gennaio del 1960. Nei tre gradi di giudizio furono impegnati gli avvocati: Alfonso Raffone, Alfonso Martucci, Lorenzo Ferillo, Vittorio Botti, Giuseppe Marrocco e Alfredo De Marsico.


Fonte: Archivio di Stato di Caserta




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