Di Nunzia Procida
Tra il 1929 e il 1930, Bertold Brecht scrive Santa Giovanna dei Macelli, opera ambientata a Chicago durante la crisi economica di quegli anni. Uno dei protagonisti, Pierpont Mauler, ricco industriale e proprietario di alcuni macelli, colpito dalla crisi riesce a salvare se stesso – a danno dei concorrenti – grazie alle importanti, quanto segrete, informazioni che gli forniscono dei suoi amici di Wall Street.
Dieci anni dopo, Edwin Sutherland individua il fenomeno della criminalità dei colletti bianchi, demistificando così lo stereotipo del criminale povero, operaio, che delinque per bisogno o per malattia. La felice intuizione di Sutherland modifica nettamente il binomio vittima-carnefice, arrivando addirittura a ribaltare i ruoli che, fino a quel momento, si identificavano in una specifica classe sociale: operai-carnefici vs borghesi-vittime.
A commettere il reato può non essere un singolo individuo ma un ente, una realtà finanziaria o commerciale costituita come realtà giuridica (es. una società per azioni). Pertanto, anche l’identità e la percezione della vittima sono destinate a cambiare: poiché i crimini economici ledono la collettività, è la società la diretta vittima che deve essere risarcita del danno. Negli ultimi anni, in Italia, si sono registrati numerose circostanze che hanno visto vittima numerosi risparmiatori: il caso Cirio, la vicenda Antonveneta, il crac Parmalat.
Il gioiellino (Andrea Molaioli, 2011) ricostruisce proprio la vicenda Parmalat (qui chiamata Leda – Latte E Derivati Alimentari), il cui fallimento è costato l’azzeramento del patrimonio azionario ai piccoli azionisti, mentre i risparmiatori che avevano investito in bond hanno ricevuto solo un parziale risarcimento. Nel film, non circola una sola banconota: le enormi quantità di denaro in entrata e in uscita passano sullo schermo del computer del ragionier Botta (Toni Servillo), sui fogli bianchi sulle scrivanie; i flussi di denaro sono enormi e traspaiono dagli acquisti di lusso che si succedono a catena: automobili da quasi mezzo miliardo di lire, calciatori, regali a politici (un aereo a un senatore per aver varato ad personam il decreto sulla lunga conservazione) e a uomini di Chiesa.
La dematerializzazione della moneta suggerisce un rapporto di fiducia fra quanto in possesso dell’azienda ed il reale patrimonio della stessa: nessuno può verificare che i numeri scritti su un foglio corrispondano alle cifre depositate, ai profitti; dopotutto, “a nessuno conviene accorgersene”. Tra la situazione reale e quella di comodo il passo è breve: se nessuno vede, nessuno sa, “se i soldi non ci sono, inventiamoceli”. La carta filigranata che nessuno può toccare né contare si materializza magicamente per ridare forza, tempo e credito all’azienda in crisi.
I rapporti umani che si intessono sono tutti funzionali ad un clientelismo che si nasconde dietro falsi sorrisi e ipocriti incontri di gala in cui va in scena l’autoreferenzialità. L’entrata in borsa e l’espansione dell’azienda che, “a parte quei 14 miliardi di buco, è un gioiellino”, raggiunge una Russia in cui l’economia capitalista ha preso il posto di quella comunista, dove “la cultura è come quella italiana: ognuno vuole avere la sua fetta e il piatto resta vuoto”.
La Leda si propone sul mercato mondiale come un’azienda che “produce valori aggiunti”: termine, valori, che assume una valenza duplice, antitetica, azzarderei grottesca. Il valore economico del profitto per la società azionaria che si trincera dietro un concetto alto che si fa portavoce di un sentimento nazionalpopolare.
I colletti bianchi – bianco latte – intrecciano rapporti con le società offshore e con le banche oltreoceano fino ad arrivare alla contraffazione della situazione economica aziendale, azione che viene suggerita persino dalla segretaria, “tanto il falso in bilancio non è più un reato”, al direttore del marketing (Lino Guanciale), l’unico che sembra avvertire il peso della colpa di quanto sta accadendo. Un sentimento, la vergogna, che grava su di lui a tal punto da indurlo al suicidio.
La paura si avverte quando cadono le amicizie di comodo, quando non essendoci più denaro da prestare e/o regalare si diventa nessuno, quando lo Stato – che aveva aiutato ampiamente altre aziende – si rifiuta di apportare il proprio aiuto economico, quando l’azienda viene commissariata: in quel momento tutti i dipendenti provano a distruggere le prove cercando di salvare non più l’azienda – a patto che ci avessero mai provato – ma se stessi.
La Leda deve dichiarare fallimento, si cercano le prove e si fa incetta dei beni che la polizia rastrella nelle case dei responsabili. Quando Botta, ammanettato, al termine del film dichiara alla stampa “possiate morire di una morte lenta e dolorosa, voi e i vostri cari”, ruba la frase al Tonna che egli stesso interpreta, il salto dalla finzione alle cronache dei fatti è immediato.
Quegli uomini sono esistiti davvero, quella storia raccontata è tratta da eventi accaduti. Gli azionisti truffati sono personaggi che presenziano con la loro assenza: la stessa che nel film è destinata al denaro sonante.



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