
Regia di Michael Mann
Con Al Pacino, Russel Crowe, Christopher Plummer
USA 1999, Drammatico, 157 minuti
Il mondo di Lowell Bergman è quello veloce dell’informazione d’assalto: “60 minutes”, programma di punta della Cbs, famoso per le sue interviste di attualità. Quello di Jeffrey Wigand, invece, è un mondo privato, segnato dai ritmi quotidiani della famiglia, sconvolta dal suo improvviso licenziamento dalla multinazionale del tabacco per la quale è dirigente. Wigand è uno scienziato, la sua moralità non può tollerare più quello che vede. Bergman lo marca stretto e lo convince a denunciare. Ma neppure il suo mondo è a posto.
La pellicola è stata tratta da un articolo apparso su Vanity Fair intitolato “L’uomo che sapeva troppo”; l’articolo raccontava la vera storia di Jeffrey Wigand, l’uomo che aveva rifiutato l’amore per la famiglia per salvare il mondo intero dalla dipendenza delle sigarette.
Come in “Heat”, Michael Mann lavora ancora su due fisionomie diverse per farle, lentamente sovrapporre. Le intenzioni non corrispondono quasi mai ai risultati. Non basta avere appese in ufficio le foto di Allen Ginsberg e Martin Luther King per essere in pace con il proprio passato. Non basta aver studiato con Marcuse. E non basta neppure, semplicemente, andarsene in silenzio.
Tutti e due, in qualche maniera sottile e insinuante, hanno tradito quello che erano. E tutti e due lo ritrovano: “Che cosa è cambiato?”. “Vuoi dire da stamattina?”. “No, voglio dire da sempre. Al diavolo, andiamo in tribunale”. “The Insider” non è un pamphlet, non è il solito film sociale: è un raro esemplare di grande cinema morale, di scavo atroce su quello che eravamo e quello che siamo diventati. Non ci sono alibi: come dice la moglie di Al Pacino: “Devi sapere quello che vuoi fare prima di farlo”.


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