Di Nunzia Procida
Osserva Enzo Ciconte:
[Se uno studente universitario] volesse preparare una tesi di laurea sul tema delle organizzazioni criminali di tipo mafioso e […] pensasse di allineare idealmente tutti i libri usciti sull’argomento sulla propria libreria […] farebbe una scoperta […] sorprendente […], se […] decidesse di ripartire su diversi scaffali i libri sulle singole realtà regionali: per la Sicilia avrebbe bisogno di diversi scaffali; per la Campania occorrerebbe meno spazio; per la Calabria basterebbe un solo scaffale [1] .
Una considerazione che trova maggior riscontro se proviamo a sostituire ai documenti cartacei quelli audiovisivi. Nell’ultimo anno, però, un forte interesse verso la ‘ndrangheta sembra aver smosso l’attenzione di alcuni registi: per la televisione Ricky Tognazzi ha proposto L’assalto (2014), un’opera che – seppur romanzando gli eventi – denuncia la presenza della ‘ndrangheta nell’economia pulita del Nord Italia e la forza intimidatoria che l’organizzazione esercita sul territorio; più recentemente ha fatto il suo esordio alla regia sul grande schermo Fernando Muraca con La terra dei santi (2015), raccontando la ‘ndrangheta attraverso gli occhi delle donne; e nelle sale, lo scorso settembre, è uscito Anime nere di Francesco Munzi.
Anime nere – liberamente ispirato all’omonimo romanzo di Gioacchino Criaco (Rubbettino, 2008) – è la storia di tre fratelli, legati alla ‘ndrangheta – che ha ucciso anche il loro padre – e ai codici della vendetta: Luigi (Marco Leonardi), il più giovane, è un narcotrafficante; Rocco (Peppino Mazzotta), milanese d’adozione, dall’aspetto borghese, è diventato uno stimato imprenditore grazie ai soldi procuratigli dal primo; Luciano (Fabrizio Ferracane), il primogenito, è un pastore affascinato dal culto dei morti, rimasto nel paese d’origine, Africo, per mantenere vive le tradizioni di famiglia.
Una sera, dopo una banale lite, Leo, il figlio ventenne di Luciano, decide con un amico di rivendicare l’accaduto compiendo un’azione intimidatoria contro un bar protetto da una famiglia rivale. Un gesto che, forse, altrove, potrebbe essere letto come una ragazzata per gli abitanti della Locride è l’occasione per riaprire vecchi conti in sospeso e per far riaffiorare la sete di vendetta di ciascuno. Nasce così una concatenazione di faide in famiglia e tra famiglie.
La ‘ndrangheta è una struttura fondata e affiliata soprattutto in famiglia consanguinea e Anime nere lo racconta magistralmente. Il film mostra il perdurare nel Sud Italia del banfieldiano “familismo amorale” che opera a svantaggio dell’interesse collettivo. Una socialità angusta, propria dei clan, che tendenzialmente accetta, con non poche difficoltà, di ampliarsi solo in occasioni di nuovi vincoli parentali. L’uso del dialetto nella pellicola di Munzi serve per rimarcare l’alterità rispetto al resto del mondo: è attraverso l’uso alternato nei dialoghi del dialetto e dell’italiano che si inserisce persino il rapporto fra Rocco e sua moglie, Valeria (Barbara Bobulova). Quando i coniugi raggiungono Africo per il funerale di Luigi l’estraneità di Valeria è palesata nello scambio di battute con la cognata, “Ma che succede?” “Che? Non ci parli con tuo marito?”: un’estraneità familiare che, per metonimia, ben interpreta la difficoltà di comprendere a pieno – da parte di chi non appartiene all’ambiente ‘ndranghetista – il fenomeno mafioso calabrese. Un fenomeno che, per molti anni e per diversi motivi, si è sottovalutato, credendolo – erroneamente – circoscritto al territorio della sola Calabria.
I luoghi in cui i personaggi di Anime nere si muovono sono gli stessi raggiunti dalla ‘ndrangheta: Amsterdam per il mercato del narcotraffico, l’economia imprenditoriale di Milano, gli aspri terrori dell’hinterland calabrese dove si prendono le decisioni più importanti, le costruzioni non-finite che cozzano con i ricchi interni e i contenuti delle casseforti di ciascuna famiglia. L’ambiente ecclesiastico, così come quello delle forze dell’ordine, compare esclusivamente per denunciare le morti violente delle quali nessuno sa nulla, nessuno può dire nulla perché nessuno ha visto nulla.
Le tragedie si consumano seguendo la forza motrice della vendetta e la fotografia – che vede un uso prevalente dei toni del blu – di Vladan Radovic esaspera le ombre per far sentire allo spettatore la freddezza, l’anonimia dei luoghi, comprimendo gli ambienti. Nel coraggioso finale si eleva prepotente l’ineluttabilità del male che si traduce in un doloroso pessimismo che traspone in immagini i moti d’animo delle discrete “Anime nere”.
[1] E. Ciconte, Storia criminale. La resistibile ascesa di mafia, ‘ndrangheta e camorra dall’Ottocento ai giorni nostri, Rubbettino, Soveria Mannelli 2007



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