Se non ami te stessa, rischi di entrare nella spirale della violenza

Di Lisa Sole

 

Esiste una connessione tra il non amarsi, il non volersi bene, e il rischio di entrare nel circuito della violenza?

A mio avviso sì, esiste.

La capacità di amarsi, di volersi bene, è fondamentale nella vita ed ha un ruolo significativo nelle scelte che facciamo.

Chi non si vuole bene, chi non ha stima di sé, ha una probabilità molto alta di fare scelte "sbagliate", che ben presto si riveleranno deleterie per la sua persona. E con ciò intendo anche scelte sentimentali, che non permettono di stare bene e nelle quali è possibile che si manifesti anche la violenza.

Ma quali sono le persone che non sanno volersi bene?

Sono quelle persone che, durante la loro età evolutiva (infanzia e adolescenza), hanno vissuto esperienze in cui hanno ricevuto feedback negativi rispetto al loro valore. E per questo si sono convinte di valere poco, di meritare poco, o di non meritare affatto la felicità.

La stima di sé – alta o bassa che sia – tende a generare profezie che si avverano grazie a se stesse.

Essere convinti di valere poco e di non meritare la felicità può portare ad accettare l’inaccettabile, a sopportare l’insopportabile. Questo convincimento costituisce lo zoccolo duro dell’autostima e, se non viene scardinato, impedisce alle persone di liberarsi di quelle relazioni mal-sane, non permettendo loro di acquisire la forza per dire "basta".

Quando mi capita di parlare di violenza ineluttabilmente il mio discorso acquisisce una connotazione di genere, si colora di rosa.

Spesso mi vengono mosse delle polemiche da parte di uomini che lamentano il fatto che – in ogni dove – si metta in evidenza soltanto la violenza ai danni delle donne e non quella ai danni del genere maschile.

Ovviamente, so bene che esiste anche la violenza perpetrata dalle donne sugli uomini.

Ma allora perché in tanti continuiamo a mettere l’accento e a richiamare l’attenzione sulla tematica della violenza contro le donne?

Perché parlo dei maltrattamenti ai danni delle donne e non di quelli ai danni degli uomini?

Perché sono una femminista sfegatata?

No.

Perché odio gli uomini?

Neppure.

Lo faccio perché è un dato di fatto, incontrovertibile, che siano soprattutto le donne a subire maltrattamenti da parte dell’altro sesso.

Pensiamo al più orribile dei delitti: l’omicidio, che costituisce l’eliminazione fisica della vittima. Nello specifico restiamo nell'ambito delle relazioni sentimentali e parliamo quindi di uxoricidio: nel 90% dei casi, è l’uomo che uccide la partner; nel restante 10%, è la donna che uccide il compagno.

Inoltre, nel 77% dei casi nei quali una donna viene uccisa, ciò avviene all'interno della coppia o della famiglia.

Questo che cosa vuol dire? Che nel 77% dei casi, nel nostro Paese, le donne non vengono uccise da un estraneo che tende loro una trappola nel buio parcheggio di una discoteca oppure da uno sconosciuto che irrompe improvvisamente in casa per una rapina.

Certo, accade anche questo.

Ma nel 77% dei casi le nostre donne, in Italia, vengono uccise da quegli uomini che avevano scelto come compagni, come padri dei loro figli. Vengono uccise da quegli uomini dei quali si fidavano.

La tematica della violenza sulle donne è oggi molto sentita, molto discussa. Eppure l’interesse per questa problematica sociale non è così recente.

Già nel 1994, infatti, una ricerca di Roth realizzata negli Stati Uniti metteva in luce come una donna avesse una probabilità di 4 volte maggiore, rispetto all'uomo, di essere uccisa dal proprio partner o ex partner.

Un’altra indagine più recente, realizzata nel 2005 dal Consiglio d’Europa, ci fornisce un dato altrettanto sconcertante: in tutto il mondo, la principale causa di morte e di invalidità permanente per le donne giovani (tra i 16 e i 44 anni) è la violenza dell’uomo. Quindi, anche nella nostra Italia le donne giovani muoiono prima di tutto, non a causa di malattie o incidenti stradali, bensì a causa della violenza dell’uomo.

Ecco perché sento il dovere di parlare di violenza sulle donne.

Naturalmente parlare di violenza non vuol dire parlare soltanto di omicidi o dei comportamenti maltrattanti più eclatanti.

Vi è, infatti, una serie di comportamenti maltrattanti che, pur non arrivando all'annientamento fisico, sconquassano una donna. La uccidono dentro.

Eppure, ancora oggi tanti uomini e tante donne pensano che la violenza corrisponda soltanto a calci, pugni, schiaffi. Ci sono donne che sono vittime di violenza da decine e decine di anni, ma non se ne rendono conto.

Non capiscono che essere derise, continuamente zittite, avere il divieto di utilizzare il bancomat, dover chiedere il permesso per comprare qualsiasi cosa, vuol dire subire violenza.

Ma quali sono le cause di questa violenza?

A tal proposito, credo sia poco produttivo rifugiarsi in semplificazioni che chiamano in causa la cultura patriarcale. E’ vero che essa non possa dirsi completamente superata, ma in moltissimi casi i comportamenti violenti sono agiti da uomini che hanno conquistato un livello culturale e di istruzione che ha permesso loro di riflettere e affrancarsi dalla cultura patriarcale, uomini che non considerano la donna un essere inferiore (condizio sine qua non della cultura patriarcale).

La violenza odierna colpisce la donna che palesa una decisione che l’uomo non accetta: la decisione di separarsi, di portare avanti una gravidanza non voluta dall'uomo, di voler stare con un altro compagno. E’ quello in cui la donna comunica una decisione di questo tipo il momento criminogeneticamente più critico.

Quindi, la violenza odierna colpisce la donna che apre un conflitto, che pone in discussione l’uomo.

Pertanto, la violenza odierna ha caratteristiche diverse rispetto a quella della cultura patriarcale.

Oggi la violenza ci comunica qualcosa: ci parla delle difficoltà relazionali tra i due sessi, ci parla della difficoltà di certi uomini ad accettare l’alterità della donna, a comprendere che la donna sia altro da loro. E, quando non sono in grado di accettare questa alterità, la cancellano nel senso fisico del termine. Si passa al piano fisico, a causa di un processo che non è riuscito sul piano psichico.

La violenza ci comunica anche un’altra informazione: ci dà contezza del crollo del rapporto con se stessi, come testimoniato dai numerosi casi di omicidio-suicidio.

Per concludere, credo che la violenza alla quale assistiamo da parte di certi uomini nei confronti delle donne sia ancora da capire e da cogliere nel suo significato relazionale più profondo.

 

© Riproduzione riservata

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