Parità di genere. A che punto siamo?

Di Nunzia Procida

"La maternità non può essere un'arma contro lo sviluppo lavorativo e civico delle donne, ma deve essere una scelta libera per cui dobbiamo farci tutti corresponsabili".

Con queste parole, Carmen Calvo (vice Primo Ministro di Spagna e Ministro della Presidenza, Relazioni con le "Cortes" e l'Uguaglianza) ha annunciato la scelta approvata dal Consiglio spagnolo di approvare, lo scorso marzo, un decreto legge per l'ampliamento del permesso di paternità, retribuito interamente, in maniera progressiva fino a 16 settimane (6 obbligatorie), per equipararlo a quello di maternità e favorire così la corresponsabilità genitoriale.

Una notizia, questa, che fa ben sperare riguardo a una sempre più anelata parità di genere. I dati emersi dall'ultima indagine svolta dalla Banca Mondiale, "Women, Business and the Law 2019", infatti, mostrano una situazione poco edificante: la parità di genere è garantita, nel mondo, solo in Belgio, Danimarca, Francia, Lettonia, Lussemburgo e Svezia. Solo questi 6 Stati hanno rispettato tutti i parametri fissati dalla Banca Mondiale, totalizzando il punteggio massimo, ovvero 100 punti.

Tra questi, la Francia è la nazione che ha fatto maggiori progressi in questo campo, grazie all'introduzione del congedo parentale pagato e una legge contro le violenze sessiste e sessuali che prevede la sanzione delle molestie in luoghi pubblici e sui mezzi di trasporto: chi seguirà una donna, la minaccerà o la insulterà con gesti o commenti a sfondo sessuale sarà punito con una multa fino a 750 euro.

Secondo le stime della Cnn, guardando anche al decennio precedente che non vedeva garantita la parità di genere in alcun Paese, non si arriverà al medesimo trattamento legale ed economico tra i sessi prima del 2073. Nel report viene sottolineato come per le donne sia più difficile trovare lavoro o avviare un'impresa. "Se le donne avessero pari opportunità rispetto agli uomini per raggiungere il loro pieno potenziale, il mondo sarebbe non solo un posto più giusto ma anche più prospero", ha detto Kristalina Georgieva (presidente facente funzione della Banca Mondiale). Sebbene molti Paesi stiano attuando numerose riforme in tal senso, restano ancora "2,7 miliardi di donne [che] non hanno le stesse possibilità degli uomini in termini di possibilità di lavoro".

Obiettivo dello studio era comprendere come e quanto le leggi dei singoli Paesi favoriscano l'occupazione e l'imprenditorialità femminili: non è stato preso in considerazione alcun fattore sociale o culturale né quanto le leggi a tutela delle donne siano state, di fatto, applicate e rispettate. La media a livello globale si attesta a 74,71. Il Paese con il punteggio peggiore è l’Arabia Saudita (25,63) seguito da Sudan, Emirati Arabi, Siria, Qatar e Iran tutti sotto la soglia del 35. Il Paese che ha registrato il maggior miglioramento è il Congo: dal 42,5 dello scorso decennio all'attuale 70: merito delle riforme che hanno permesso alle donne sposate di fare impresa, aprire conti bancari, firmare contratti e, non ultima, la soppressione della legge che obbligava le mogli a obbedire ai mariti.

L'Italia si colloca al 22° posto con un punteggio di 94,38. Nel nostro Paese, il dibattito sul gap esistente tra donne (mamme) e uomini non è certo una novità: già nel 2017 da un sondaggio condotto da "Fattore mamma" era emerso che il 75% delle mamme ritiene inconciliabile la vita lavorativa e quella familiare. Tra le carenze più importanti troviamo il rientro dalla maternità troppo precoce, la mancanza di incentivi affinché il lavoro sia considerato un'opportunità e non un problema nelle aziende e la flessibilità di orari. Ma non solo: anche gli orari della scuola dei bambini mal si conciliano, a differenza di molti altri Paesi europei, con quelli di lavoro.

Non si può non tenere conto che, negli ultimi vent'anni, le donne si sono affermate nell'attività imprenditoriale con lo scopo non solo di integrare il bilancio familiare, ma anche per raggiungere l'indipendenza finanziaria e riuscire, così, ad allontanarsi da situazioni di dipendenza economica o, come ancora troppo spesso accade, di violenza domestica, garantendo così un futuro migliore per sé stesse e per i propri figli. 

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