La Storia dell’Immigrazione: dai meteci dell’antica Grecia agli Arbëreshë albanesi d’Italia

Di Nunzia Procida


La grande attenzione mediatica oggi riservata all'emigrazione fa sì che una buona parte dell’opinione pubblica ritenga i processi migratori un fenomeno del tutto recente, tipico delle società più ricche e progredite.

In realtà, adottando una prospettiva storico-comparativa, ci accorgiamo non solo che le migrazioni sono antiche quanto l’umanità ma anche che interessano, seppur con modalità diverse, gran parte dei paesi del mondo.

Fino all'invenzione dell’agricoltura, circa 10.000 anni fa, gli esseri umani sono stati nomadi, aggregandosi in società di cacciatori-raccoglitori; anche con lo sviluppo dell’agricoltura e la costruzione delle città, uomini, donne, vecchi e bambini hanno continuato a spostarsi, lasciando luoghi familiari verso destinazioni sconosciute. In alcuni casi si sono mossi volontariamente, con l’intenzione di trovare condizioni di vita più favorevoli, mentre in altri sono stati costretti per fuggire nemici o situazioni ambientali divenute insopportabili.

La storia dell’umanità, fin dalla sua origine, è piena di piccoli e grandi esempi: nell’Antico Testamento, in particolare nell’Esodo, si racconta della fuga degli Ebrei dall'Egitto e del viaggio verso la Terra Promessa. Nelle città-stato dell’antica Grecia i meteci erano persone con uno status giuridico particolare: non erano cittadini ma neppure schiavi, e spesso ricoprivano un ruolo economico importante; si trattava di stranieri a cui era consentito, previo il pagamento di una tassa, la permanenza per un periodo di tempo determinato e l’esercizio di attività commerciali e artigianali (oltre a quelle che oggi sarebbero inquadrate come libere professioni). Anche Ippocrate e Aristotele non divennero mai cittadini di Atene, ma rimasero delegati nel rango di meteci: utili ma privi dei diritti che spettano solo al cittadino (proprio come accade ancora oggi a molti immigrati).

Le cosiddette invasioni barbariche (seconda metà del IV secolo), con l’acuirsi della crisi dell’Impero Romano, si trasformarono da semplici scorrerie a vere e proprie migrazioni di intere popolazioni che da nomadi divennero sedentarie, una volta conquistato un territorio imperiale.

Se molte guerre di conquista hanno finito per avere come epilogo i vincitori che si stabiliscono sul suolo dei vinti, anche le sconfitte hanno prodotto “migrazioni”. Uno degli esempi più interessanti nel nostro Paese è quello degli Arbëreshë, gli albanesi d’Italia. Alla morte di Giorgio Castriota Skanderbeg (1468), l’eroe nazionale albanese, e la successiva conquista dell’Albania da parte dei turchi ottomani, diverse migliaia di albanesi di origine cristiana si trasferirono nel Regno di Napoli, dove Ferdinando d’Aragona li accolse benevolmente, memore dei benefici ricevuti negli anni precedenti da parte dello stesso Skanderbeg.

Ancora oggi gli Arbëreshë sono presenti in sette regioni italiane (Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia) e costituiscono una delle minoranze più antiche nel nostro Paese. La presenza degli Arbëreshë mostra che gli albanesi sono presenti in Italia da oltre cinque secoli (contrariamente a quanto si pensa quando tornano alla memoria le immagini delle carrette del mare e dei gommoni che solcavano l’Adriatico negli anni ‘90). La presenza degli Arbëreshë, al pari di quella di molte altre esperienze analoghe, ci fa capire anche come nascono le minoranze (siano esse linguistiche, culturali o religiose): esse sono il risultato di antichi spostamenti di popolazioni che non si sono liquefatte nel gruppo maggioritario. È a queste vecchie minoranze che oggi si aggiungono quelle più recenti, come risultato dei processi migratori moderni.

Ancora oggi molti continuano a credere che gli esseri umani possano essere suddivisi in razze biologicamente differenti. Nella seconda metà del ‘900, la “scienza della razza” (fondata nell'Ottocento dal padre del razzismo, il conte Joseph Arthur de Gobineau) è stata completamente screditata ed è stato dimostrato che in termini biologici non esistono “razze”, ma solo una lunga catena di varietà tra gruppi umani le cui differenze fisiche dipendono dagli incroci tra le popolazioni.

Anche di fronte all'assenza di differenze biologiche tra gli individui, la tradizione incentrata sul (falso) mito della razza favorisce il risaldo di una serie di pregiudizi e stereotipi che condizionano e complicano notevolmente la coesione sociale all'interno delle società pluraliste e multiculturali.

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