Il Mostro di Nerola, terrore e morte al km 47 della Salaria

Di Linda Corsaletti

 

Nell'immediato dopoguerra al km 47 della Salaria, a Nerola, una vecchia cascina abbandonata diventa teatro di macabri rituali ad opera di un contadino, Ernesto Picchioni.

Quella casa di campagna, occupata abusivamente dal Picchioni, ospita anche sua moglie ed i loro 4 figli, mentre i terreni retrostanti ad essa vengono utilizzati dall'uomo per occultare i cadaveri delle sue vittime.

Colui che diventerà noto alle cronache come il "Mostro di Nerola" colpisce in un arco temporale che va dal 1944 al 1947. Il numero effettivo di omicidi è a tutt'oggi imprecisato, sono infatti solo 8 le vittime accertate ed imputabili a lui, ma si pensa ad un numero pari ad almeno il doppio.

Un serial killer organizzato, stanziale che uccide per puro profitto. L’interesse è rivolto solo ai beni della vittima, è del tutto assente in questo soggetto qualsiasi intento di tipo feticista o attenzione al cadavere.

Il Picchioni preda le sue vittime attraverso un espediente definito la "tela del ragno", una tecnica che delinea il suo modus operandi. L'uomo prepara una trappola a coloro che passano di fronte alla sua abitazione in bicicletta: cosparge la strada di chiodi, aspetta che la vittima fori una gomma ed entra in azione, offrendo aiuto o ristoro .

Una volta attirato il malcapitato nella sua tela, ovvero la sua abitazione, mette in atto la sua furia omicida sotto gli occhi di moglie e figli. Ruba gli oggetti personali ed occulta i cadaveri scavando buche nel terreno.

In seguito alle misteriose sparizioni che si verificano nella zona, iniziano le indagini a cura del Maresciallo Evaristo Acquistucci. Una svolta ad esse è data dal fatto che il Picchioni viene visto scorrazzare in sella a una bicicletta elettrica modello "cucciolo", all'epoca non comune e proprio come quella di una delle persone scomparse.

Nei giorni immediatamente successivi il maresciallo decide di non fermare il sospettato, ma di recarsi in sua assenza presso l’abitazione dell’uomo e mettere alle strette la moglie, Angela Lucarelli, accusandola di aver ucciso uno degli scomparsi. La donna cede immediatamente raccontando tutto, anche di più di quello che il maresciallo si aspettava di sentire. Dichiara che il marito ha ucciso più volte ed ha minacciato di morte anche lei ed i figli per non farli parlare.

Picchioni, nonostante le confessioni dei familiari, nega ogni addebito anche di fronte al ritrovamento dei cadaveri nel terreno della casa in cui vive.

Il 18 marzo 1949 la Corte di Assise di Roma lo condanna a 2 ergastoli e 26 anni di carcere.

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