L’importanza del gioco per i bambini, momento di crescita e socializzazione

Di Giulia Panico

 

Il gioco per i bambini rappresenta una fase fondamentale della loro crescita perché sviluppa la loro fantasia, la funzione cognitiva ed emotiva, e li aiuta a sdrammatizzare le loro piccole frustrazioni. Senza contare che il gioco è anche il modo per conoscere il mondo esteriore, l’ambiente sociale, non solo quello familiare, imparando le regole, del mondo dei grandi.

Il gioco può essere considerato un residuo evolutivo che garantisce all'essere umano, come negli animali, l’apprendimento delle abilità necessarie a sopravvivere nel proprio ambiente.

Secondo la psicanalisi (Freud, 1972; Winnicott, 1970), il gioco è una trasposizione simbolica dell’esperienza e dei contenuti emotivi del bambino, un modo per dominare mentalmente le cose, specie quelle problematiche, uno strumento fondamentale per superare l’angoscia. Inoltre, secondo Freud, il gioco simbolico è in funzione della capacità di rappresentare mediante simboli, immagini, nomi, pensieri, qualcosa che non è presente e che non si può percepire, che ha lo scopo di assicurare l’equilibrio emotivo della persona, come il sogno, svolge una serie di funzioni "psicoterapeutiche":

  • funzione identificatoria: fingendo di essere qualcuno, il bambino si prepara ad assumere l’identità ed i ruoli dell’adulto;
  • funzione riparatoria e anticipatoria: il bambino si prepara a qualcosa di problematico, o cerca di abbassare il livello ansioso dopo che l’evento problematico è accaduto;
  • funzione compensatoria: si ha quando il bambino compensa un sentimento angoscioso, o la percezione di una sottrazione affettiva, attraverso la gestualità ludica.

Winnicott (1972), parla di fenomeni transizionali o oggetti transizionali (copertina, capelli, filo di lana, ecc.), che servono a evocare simbolicamente il corpo materno e a tranquillizzare il bambino quando, all'età di due anni, comincia a distaccarsi dalla madre.

L’autore definisce le funzioni connesse al fenomeno transizionale, ossia:

  • funzione rappresentativo-espressiva: il bambino, soprattutto tra i due e i cinque anni, riesce a rappresentare la realtà soprattutto imitandola;
  • funzione di dominio e di controllo: il bambino, nel gioco, crea un mondo tutto suo che può costruire o distruggere a suo piacimento, per difendersi dalla realtà "vera" fatta di divieti e regole;
  • funzione manipolatrice: tutti i bambini sono attratti dalla manipolazione di materie primarie e plastiche, ricchi di significati simbolici (acqua, farina, sabbia). La manipolazione di tali elementi esprime il bisogno di scaricare tensioni, di difesa dal mondo delle regole e dei divieti (G. di Fabio)

Il bambino acquisisce la capacità di fingere e di apprendere ad usare i simboli. Un simbolo è un oggetto che rappresenta un altro oggetto. Un esempio è il gioco creativo, nel quale il bambino usa oggetti che rappresentano altri oggetti (ad esempio la scatola rappresenta un tavolo). Il suo ragionamento in questa fase è transduttivo o analogico, ossia, dal particolare al particolare.

Ancora, secondo la Teoria della Mente (Fonagy e Torget, 1996), quest’ultima è un sistema che costruisce e organizza rappresentazioni della realtà. Il bambino comprende che le persone agiscono in base alla rappresentazione che hanno della realtà esterna. Con la comparsa della funzione simbolica, dai 18 ai 24 mesi, ha inizio la rappresentazione mentale-imitazione del bambino: può cioè immaginare gli effetti di azioni che si appresta a compiere, senza doverle mettere in pratica concretamente per osservarne gli effetti.

Le forme del gioco simbolico si evolvono di pari passo con l’attività di simbolizzazione. Nei primi atti di finzione il bambino ha un ruolo attivo e i partner, reali o immaginari che siano, ne hanno uno passivo: a poco a poco anche la bambola viene fatta "recitare", parla, mangia da sola, cammina. In breve tempo aumentano le capacità di operare trasformazioni simboliche e diminuisce la necessità di oggetti realistici perché qualsiasi cosa può assumere diverse funzioni e può essere utilizzata in molti modi (G. di Fabio).

Dai tre anni in poi, invece, la scena del gioco cambia in modo evidente e si osservano nuove abilità, sia cognitive che sociali: i temi del gioco simbolico non dipendono più dall'esperienza diretta del bambino, ma diventano temi di fantasia e la partecipazione sociale, in particolare la condivisione con altri bambini, con ruoli ben definiti viene a costruire un aspetto peculiare del gioco. In questo periodo i cambiamenti più rilevanti si notano proprio nel gioco simbolico tra coetanei: le azioni del "far finta" si strutturano come se fosse un copione. Infatti, ogni partecipante ha un ruolo ben definito, i ruoli diventano complementari tra loro, le trame sono oggetto di negoziazione e i bambini sono in grado di sostenere sequenze di gioco lunghe e complesse. Il gioco di finzione si differenzia dal gioco di fantasia o sociodrammatico: nei contenuti (dalla routine alle situazioni di fantasia), nella partecipazione sociale, e nella presenza di regole.

Anche il gioco di fantasia è soggetto a regole e a correzioni, che tuttavia non costituiscono il fulcro del gioco e possono essere modificate in qualsiasi momento con il consenso dei partecipanti. Mentre i giochi con regole sono convenzionali e prestabiliti, le regole devono essere comunicate, accettate e condivise da tutti i partecipanti prima che il gioco abbia inizio. I ruoli sono definiti a priori così come le possibili mosse di ciascuno, ogni eventuale modifica della regola deve essere stabilita prima di iniziare a giocare, ed ogni violazione interrompe il gioco di gruppo. Una funzione importante dei giochi con regole è quella di mettere alla prova le proprie capacità e di verificare se si riesce a raggiungere un obiettivo prestabilito.

Secondo Piaget, storico pedagogista, il gioco con le regole rappresenta la forma più evoluta di gioco e deve soddisfare due criteri:

  • è necessario che vi siano almeno due partecipanti in competizione tra loro;
  • il comportamento dei giocatori è regolato da un codice solitamente prestabilito.

Il gioco e l’acquisizione del linguaggio sono due elementi fondamentali per lo sviluppo mentale del bambino; ha, inoltre, una funzione sociale, di interazione e condivisione. Per Piaget, dunque, il gioco con regole è di natura competitiva e compare alla fine dell’età prescolare, prendendo il posto delle modalità di gioco precedenti.

Con il gioco, i bambini diventano grandi ed imparano le regole sociali, della convivenza e della comunicazione con gli altri e col mondo che li circonda. Il gioco simbolico, dunque, non è altro che la trasposizione della realtà che appartiene al mondo dei grandi riadattata col linguaggio semplice di un bambino che non può usare le cose dei grandi, ma con la fantasia immagina che ciò sia possibile. Il gioco diventa apprendimento delle regole degli adulti.

 

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