Adolescenti e Autolesionismo, quando le ferite sono un gesto estremo contro la propria sofferenza

Di Patrizia Oliverio

 

La parola autolesionismo deriva dal greco αὐτός, sé stesso, e dal latino ledere, ferire. Essa indica l’atto attraverso il quale un individuo si provoca intenzionalmente del male, sia in senso fisico che in senso morale. Dunque si tratta di un disturbo, non sporadico ma che crea dipendenza, in cui il soggetto colpito si procura ferite e lesioni per danneggiare se stesso.

Dal punto di vista medico viene indicato con il termine inglese Repetitive Self- Harm Syndrome, ovvero Sindrome da autolesionismo ripetuto, che non va identificata come una malattia mentale ma piuttosto come il sentore di un disturbo psicologico.

Le ferite sono sempre un gesto estremo contro la propria sofferenza, essendo atto oppositivo al dolore, dove la pelle è utilizzata come luogo per asserire la propria identità.

In Italia non si parla molto di questo fenomeno e non ci si rende conto del tasso di psicopatologia infantile e adolescenziale in netta crescita, soprattutto negli ultimi anni. Sono 2 adolescenti su 10 quelli che nella vita hanno attaccato il proprio corpo e circa il 14% lo fa in maniera sistematica e ripetitiva (Dati Osservatorio Nazionale Adolescenza su 8000 adolescenti italiani dagli 11 ai 19 anni).

A soffrire di autolesionismo sono in misura maggiore le donne. La ragione potrebbe essere legata a motivi socio culturali, in base ai quali le donne sarebbero educate alla repressione di ogni forma di sfogo fisico e gli uomini, invece, sarebbero più naturalmente propensi a dare sfogo ai propri istinti, anche violenti.

Secondo alcuni studi inglesi l’età in cui si manifestano con maggiore frequenza episodi di ritorsione fisica verso se stessi è quella tra i 12 e i 15 anni, età in cui le ragazze si trovano ad affrontare tutta una serie di cambiamenti anche fisici e sono quindi più sensibili e vulnerabili.

Normalmente esiste una classificazione delle varie forme di autolesionismo, fatta in relazione all'entità del danno che ci si provoca, pertanto è possibile fare una distinzione tra:

  •  autolesionismo leggero, si configura come la forma più frequente in cui il soggetto si provoca ripetutamente ferite di lieve entità più o meno visibili, dalle bruciature di sigarette ai tagli, dallo strapparsi i capelli a sbattere la testa o qualche altra parte del corpo, fino a indurre lividi e perfino la rottura delle ossa. I tagli così come le bruciature e i lividi si localizzano principalmente su braccia, gambe, polsi e caviglie, ma anche su zone meno visibili come il torace, la pianta dei piedi e il seno. Gli oggetti utilizzati per tagliarsi sono svariati: coltelli, pezzi di vetro, rasoi e cutter.
  • autolesionismo grave, è la forma meno diffusa in cui il soggetto arriva a procurarsi ferite permanenti come cicatrici molto profonde e addirittura amputazioni delle dita o degli arti. Vi sono poi tutta una serie di comportamenti che, seppur meno evidenti all'esterno, possono essere considerati autolesionistici in quanto concorrono direttamente a ledere la salute fisica del soggetto che li assume. Tra questi rientrano ad esempio alcuni tipi di disturbi alimentari come le abbuffate compulsive o le più note anoressia e bulimia. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, questi comportamenti non si legano alla possibilità della morte. La lesione volontaria della pelle avvicina alla morte, ma non ha l’obiettivo di mettere in pericolo la vita. Sono circuiti carichi di ambivalenza, dove si confondono inestricabilmente dolore, bisogni, desiderio, paura, passione, vitalità. Sfidando la vita, la persona che si fa del male, conferma paradossalmente la propria vita e il proprio valore personale. Nella ferita si prende contatto con la propria identità nel tentativo di eliminare il male.

L’ autolesionismo è un fenomeno sempre più diffuso in Italia.

Ma perché lo fanno?

Una spiegazione scientifica c’è: infatti, un dolore acuto stimola il cervello a produrre ormoni con effetti rilassanti, defaticanti, analgesici e con effetti anti-shock. Questo porta quindi ad uno stato di sollievo e benessere.

Oggi questo fenomeno è in aumento ed è probabilmente l’ennesimo sintomo della malattia della nostra società. In realtà non è possibile indicare con precisione le cause che portano un soggetto a procurarsi da solo danni e ferite fisiche. Nella maggior parte dei casi, infatti, all'origine dell’autolesionismo vi è un insieme di concause che, agendo a livello mentale e psicologico, inducono l’individuo che ne è colpito ad assumere atteggiamenti scorretti come per l’appunto quello di procurarsi tagli e ferite di varia natura.

L'autolesionista cerca di trasformare l’impalpabile dolore sentimentale in dolore fisico. Tutto il disagio interiore che non si è in grado di gestire, tramutato in sofferenza fisica, diventa più facilmente gestibile e più reale della sofferenza emozionale. L’autolesionista introverso proprio per questo non sopporta che la sofferenza possa derivargli o essergli imposta da qualcun altro. Egli deve infliggersela da sé secondo modalità e gradi che la sottraggono alla casualità esteriore.

L’ autolesionismo è stato elencato come disturbo nel DSM-5 sotto la categoria "Condizioni per ulteriori studi". Questa proposta di criteri diagnostici per una diagnosi futura non è una diagnosi ufficialmente approvata e non può essere utilizzata per uso clinico, ma è intesa solo a scopo di ricerca. I criteri per la sua identificazione comprendono cinque o più giorni in cui si sono verificati episodi di danno autoinflitto nel corso di un anno, senza intenti suicidari e il paziente deve essere stato motivato dalla ricerca di sollievo da uno stato negativo.

L’autolesionismo, nonostante cifre allarmanti e in crescita, non è un problema di cui si parla perché non "socialmente accettato" come il bullismo. Basta la lama di un temperino o un paio di forbici. Gli adolescenti si chiudono in bagno e si tagliano con tutto. A volte sono da soli, ma capita anche che i ragazzi pratichino questo macabro rito insieme agli amici.

Quello che gli adolescenti autolesionisti sperimentano con queste pratiche è un grandissimo senso di solitudine. Il loro è un dolore che passa dall'anima al corpo per farlo diventare meno forte. Desiderano annullare la sofferenza della mente diventata insopportabile, martoriando il corpo.

Sono ragazzi che non si sentono mai all'altezza, che provano disagio, vergogna, senso di colpa. Idealizzati come supereroi, sono adolescenti frustrati perché non risponderanno mai alle aspettative, spesso altissime, dei loro genitori e insegnanti. Così si sentono dei falliti, hanno una bassissima autostima.

La domanda che dobbiamo porci, da adulti e non solo da genitori, è:

Come possiamo aiutarli?

Ci sono dei segnali che rappresentano dei campanelli di allarme:

  • sfoghi di rabbia eccessivi,
  • improvvisi sbalzi di umore,
  • indumenti frequentemente sporchi di sangue,
  • l’abitudine di non mostrare mai il proprio corpo, o di chiudersi a chiave in
    bagno e in camera, dopo una lite o dopo la scuola.

È importante imparare ad ascoltare e osservare i ragazzi. Abiti sempre più larghi e lunghi, lividi e ferite inspiegabili, piccole tracce di sangue sui vestiti, devono destare sospetti. Ma per aiutare un adolescente che si ferisce, è fondamentale non colpevolizzarlo, né mortificarlo, ma fargli percepire sostegno e comprensione.

Non si devono incolpare per il fatto che non lo abbiano raccontato prima, ma capire le motivazioni che li hanno portati a farsi del male attraverso un ascolto empatico e un atteggiamento accogliente.

Il fenomeno diventa veramente allarmante, se pensiamo a quanto sia facile trovare tutorial e veri e propri gruppi in rete che danno suggerimenti su come, dove e in che modo tagliarsi senza farsi scoprire.

Nei casi di autolesionismo degli adolescenti, trattamenti come la terapia cognitivo comportamentale, l’intervento familiare, la terapia interpersonale e varie terapie psicodinamiche si sono dimostrate efficaci nel trattamento del comportamento autoaggressivo. Punti di ascolto presenti all'interno della scuola possono risultare fondamentali, così come numeri verdi attivi in ogni momento ai quali i ragazzi possono rivolgersi se hanno bisogno di aiuto.

Ci sono molti movimenti tra le comunità che si occupano di questo problema per sensibilizzare i professionisti e il pubblico in generale. Per esempio, ogni 1 di Marzo, si svolge la giornata globale "Self-injury Awareness Day" (SIAD) per rendere più consapevoli le persone riguardo l’autolesionismo. Molte persone indossano per l’occasione un fiocco arancione, simbolo di questa consapevolezza, per incoraggiare gli altri ad essere più aperti riguardo al proprio problema con le persone che li circondano e per aumentarne la conoscenza generale.

 

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