Omicidio Mastropietro, il supertestimone: “Pamela era viva quando Oseghale tentò di farla a pezzi”

Innocent Oseghale  «mi disse che la ragazza arrivò a Macerata, ai giardini Diaz, e gli chiese un po' di eroina». Le rispose che aveva «solo erba», ma che avrebbe potuto «farla arrivare». Per questo chiamò un suo connazionale, Desmond Lucky, e «in attesa della droga la ragazza pagò il nigeriano con una collanina che le aveva regalato la madre».

Questo il resoconto di Vincenzo Marino, che ha raccontato di aver raccolto le confidenze di Oseghale, quando sono stati compagni di cella ad Ascoli.

Continua la testimonianza in aula: «Sono andati a comprare una siringa e sono andati a casa, Oseghale, Desmond Lucky e la ragazza per consumare un rapporto a tre» perché «Desmond Lucky e Oseghale volevano stare con la ragazza». Oseghale «mi raccontò che la ragazza si era fatta di roba, Desmond si avvicinò per approcciarla e lei lo respinse, Desmond Lucky gli diede uno schiaffo e cadde a terra e svenne. Poi Desmond Lucky se ne andò».

«Desmond Lucky se ne andò, Oseghale tentò di rianimarla con acqua sulla faccia per farla riprendere, lei si riprese. Oseghale l'ha spogliata, era sveglia ma aveva gli occhi girati all'insù» e «hanno avuto un rapporto sessuale completo». Poi «la ragazza voleva andare via, a casa, a Roma perché aveva il treno, disse che sennò l'avrebbe denunciato. I due ebbero una colluttazione, si sono spinti, poi Oseghale le diede una coltellata all'altezza del fegato e Pamela cadde a terra».

Dopo averla accoltellata, pensando che la ragazza fosse morta, Oseghale mi raccontò di essersi recato ai giardini Diaz per chiedere, invano, l'aiuto a un connazionale. In seguito «tornò a casa, convinto che la ragazza fosse morta, e la squartò iniziando dal piede. La ragazza iniziò a muoversi e lamentarsi e allora le diede una seconda coltellata».

Quando gli è stato chiesto se Oseghale avesse fatto tutto da solo, il supertestimone ha così risposto:

"Il nigeriano non mi fece il nome di nessuno"

«Mi raccontò che, dopo averla fatta a pezzi,  l'aveva lavata con la varechina perché così non si sarebbe saputo se era morta di overdose o assassinata»«disse che aveva un sacco in frigo dove mettere i pezzi, ma che non ci andavano e che l'ha dovuta tagliare e l'ha messa in due valigie». Poi chiamò un taxi, ma mentre era in auto «la moglie lo chiamava ed è andato nel panico».

Vincenzo Marino ha spiegato che lui e Oseghale erano detenuti a circa quattro metri di distanza:

"L'otto luglio uscii dalla mia cella e vidi Oseghale di fronte alla sua cella. Gli dissi - racconta il pentito - Cornuto, pezzo di m…., che facesti?"

In carcere «lo chiamavano macellaio, gli ho lanciato una bottiglia». Poi fummo divisi e, secondo la sua ricostruzione, per loro due fu stabilito il divieto di incontro.

Nonostante ciò, continuarono a incontrarsi. Un altro detenuto, giorni dopo, «venne a dirmi che Oseghale voleva chiarirsi, che si voleva riappacificare», ha continuato il teste spiegando che il nigeriano «parlava italiano». «Mi chiamava zio», spiegando che in carcere «zio è una persona che merita rispetto nei confronti di altri detenuti».

Un racconto ritenuto «inattendibile» dall'avvocato Simone Matraxia, uno dei legali di Oseghale, ma «fondamentale» dal legale della famiglia e zio di Pamela, Marco Valerio Verni.

Un resoconto smentito da un altro dei testimoni sentiti dagli inquirenti, compagno di cella di Oseghale: «mi disse che aveva fatto a pezzi Pamela ma che non l'aveva uccisa».

L'ex compagno di cella di Oseghale, Stefano Giardini, ha anche lui deposto in aula:

«Inizialmente diede una versione che non considerammo molto veritiera, poi conoscendoci meglio si aprì e la modificò. Inizialmente disse che non aveva in nessun modo partecipato al delitto, attribuendo responsabilità ad altri nigeriani», mentre in seguito Oseghale «disse che voleva dirci la verità».

Anche secondo questa seconda versione, riportata dall'ex compagno di cella, l'incontro tra Pamela e Oseghale avvenne ai giardini Diaz: mentre aspettava un cliente per vendergli marijuana, Oseghale «è stato avvicinato da questa ragazza, che non conosceva e gli ha chiesto di accendere una sigaretta; poi gli ha chiesto se poteva procurarle una dose di eroina».

Quest'ultimo, secondo la ricostruzione del detenuto, vendeva solo marijuana, ma si propose di «aiutarla a trovare qualcuno» e in cambio di questo aiuto ci fu «un rapporto sessuale» con Pamela.

«Oseghale fece un paio di telefonate, chiamò un suo amico che gli disse che era fuori zona e di rivolgersi a Lucky che si rese disponibile, confermò di avere la dose e si diedero appuntamento a un campo di calcio. A quel punto Oseghale e la ragazza si appartarono sotto un ponte ed ebbero un rapporto sessuale»

Dopo l'incontro con Lucky e lo scambio di droga, ha riferito Giardini, Oseghale gli raccontò che fu Pamela a chiedergli di poter andare a casa sua in attesa dell'orario del treno per tornare a Roma e che si fermarono in un supermercato per poi andare a comprare una siringa.

In un secondo momento, nella casa di via Spalato, secondo quanto riportato dall'ex compagno di cella del nigeriano, Pamela si iniettò la dose di droga: «Oseghale disse che era abbastanza allegra all'inizio, poi sentì un tonfo: era caduta al suolo». La giovane «respirava ma stava in una specie di catalessi, sembrava svenuta. Nel frattempo il nigeriano raccontò di aver ricevuto la chiamata di un cliente» di essere uscito e di essere rientrato a casa nel giro di «tre ore» trovando Pamela «apparentemente morta». A quel punto l'uomo decise di «sezionare il corpo».

Dopo la morte di Pamela nella casa di via Spalato, il nigeriano «entrò nel panico perché l'indomani doveva tornare a casa della compagna, che era ospite di una comunità e non sapeva come cancellare le tracce di questo suo tradimento. Per lui il tradimento era il problema»«Io escluderei», ha precisato il Giardini, che abbia fatto confidenze al pentito Vincenzo Marino «e penso che se avesse dovuto fare una confidenza l'avrebbe fatta a me».

Le terrificanti confidenze al pentito di 'ndrangheta Vincenzo Marino, quelle del compagno di cella. In aula Alessandra Verni, madre di Pamela, dilaniata dal dolore ma sempre in prima linea, accanto al fratello Marco Valerio (che è anche il suo avvocato). A pochi metri Innocent Oseghale, che guarda altrove per evitare di incrociare lo sguardo della mamma della 18enne fatta a pezzi.

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