Rosemary’s Baby – Nastro Rosso a New York

Di Nunzia Procida

 

Nell'epoca vittoriana erano famose e molto diffuse le camicie da notte per le spose: cucite in tela ruvida e con un foro all'altezza del ventre portavano ricamata la dicitura “Non lo fo per piacer mio ma per dare un figlio a Dio”, a evocare che il corpo delle donne fosse lo strumento dal quale sarebbe nata la prole, dono di Dio per Dio.

Nel film di Polanski, Rosemary’s Baby – Nastro Rosso a New York (1968), Rosemary (Mia Farrow) è il mezzo, lo strumento, il corpo femminile mediante il quale il diavolo farà nascere il proprio figlio: Rosemary è, dunque, l’Antimadonna che, nel giugno del 1966 (06/66), darà alla luce l’Anticristo. A pervadere la pellicola è la manipolazione della giovane donna da parte di una setta segreta, guidata dai suoi anziani vicini di casa, i coniugi Castevet che sono, appunto, alla ricerca di una giovane “di sana e robusta costituzione fisica”, non vergine, che possa – e quindi debba - diventare la madre del figlio del diavolo. I Castevets reclutano Guy (John Cassavetes), attore alle prime armi, facendo leva sulla sua vanità e dando, a suon di malefici, una svolta fondamentale alla sua agonizzante carriera. Guy, privo di ogni scrupolo di coscienza, vende al diavolo non solo la propria anima ma anche il ventre dell’ignara e ingenua moglie Rosemary, una ragazza di campagna, cattolica, che vive col tormento di aver tradito la propria religione perché ha sposato un non-cattolico e perché fa uso di anticoncezionali.

Proprio negli anni Sessanta, quando l’America è pervasa dal fascino della magia nera e del satanismo, papa Paolo VI promulga l’enciclica Humanae Vitae (25 luglio 1968), con la quale ribadisce la connessione inscindibile tra il significato unitivo e quello procreativo dell’atto coniugale, dichiarando illeciti alcuni metodi per la regolazione della natalità (aborto, sterilizzazione, contraccezione). Rosemary smette di prendere la pillola per diventare madre: la consapevolezza della genitorialità, la (ri)scoperta del proprio corpo sessuale traducono il sentimento di critica e di contrasto all’oppressione di genere e di patriarcato.

Nel cinema, il ruolo della donna ha operato - come suggerisce Laura Mulvey - principalmente su due livelli:

"come oggetto erotico per il personaggio all'interno della storia sullo schermo, e come oggetto erotico per lo spettatore all'interno del pubblico, con una tensione mobile tra gli sguardi da entrambi i lati dello schermo."

La vicenda di Rosemary è quella di una donna che cerca di sfuggire al marito e ai suoi “complici” impegnati a controllare ogni aspetto della sua esistenza: il suo corpo, la sua sessualità, e il suo diritto a procreare e, nel caso, a determinare le modalità e i tempi (Rosemary deve restare incinta a settembre per poter far nascere suo figlio a giugno). La donna è quindi un utero a disposizione del marito, dei coniugi Castevets: la fecondazione non avviene mediante un rapporto d’amore, consensuale ma è frutto di una violenza carnale iniziata dal marito e perpetrata da un mostro antropomorfo (Satana).

Rimasta incinta, la gravidanza di Rosemary non sarà un momento privato da condividere con il marito – che con lo stupro ha esercitato il suo possesso – ma sarà monitorata costantemente dai  vicini che vieteranno alla donna di scegliere il proprio ginecologo, seguire i consigli delle amiche già madri e soprattutto decideranno, senza interpellare Rosemary, il nome del nascituro, Adrian.

Dopo il parto, alla neomamma viene detto che il bambino è nato morto ma Rosemary non ci crede: da una parete sente il pianto del neonato e le nenie che la setta gli canta per tranquillizzarlo.

Decisa a trovare il suo bambino, Rosemary entra nella stanza con un lungo coltello da cucina. Quando in una culletta nera, sovrastata da un crocifisso rovesciato, scorge gli occhi da rettile del figlio, non riesce a trattenere un urlo. Prontamente, Roman le dice:

"Satana è il padre, non Guy. Egli venne dalle profondità dell’inferno e generò un figlio da donna mortale. Satana è il padre e il suo nome è Adrian. Egli rovescerà i potenti e devasterà i loro templi. Egli riscatterà i disprezzati e vendicherà coloro che sono stati bruciati e torturati. Ave, Adrian! Ave, Satana! Dio è morto! Satana vive! L’anno è Uno, l’anno è Uno! Dio è morto!"

Rosemary è lì, il suo istinto materno la induce a rispondere ai pianti del bambino, a cullarlo: è lei la madre; quel bambino è suo figlio.

Rosemary’s baby è un film che provoca malessere nello spettatore; incute paura pur non mostrandola: il nemico non è messo sullo schermo; il nemico è l’uomo stesso, il nostro vicino di poltrona al cinema o di casa. L’identità delle persone che crediamo di conoscere bene è fluttuante, fluida; gli ambienti in cui si consumano le violenze sono familiari così come l’aspetto dei carnefici: la storia di Rosemary – che “non è un sogno, quest[a] è realtà” – spaventa perché il dramma si consuma fra le pareti domestiche e chi le fa del male è il marito, Guy, colui che, più di tutti, ha scelto e promesso di amarla per tutta la vita.

 

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