Camera d’Albergo: videosorveglianza e Privacy

Di Nunzia Procida


Il Provvedimento in materia di videosorveglianza del Garante della Privacy è datato 8 aprile 2010 [1] .

Nel documento, vengono fissate le regole che i titolari del trattamento dei dati personali devono rispettare per installare dispositivi di videosorveglianza nel rispetto della normativa in materia di Privacy [2] .

Gli obblighi sono molteplici: “3.3.1 - I dati raccolti mediante sistemi di videosorveglianza devono essere protetti con idonee e preventive misure di sicurezza, riducendo al minimo i rischi di distruzione, di perdita, anche accidentale, di accesso non autorizzato, di trattamento non consentito o non conforme alle finalità della raccolta, anche in relazione alla trasmissione delle immagini”.

I soggetti che potrebbero essere ripresi, quindi, hanno il diritto di essere informati sul fatto che stiano accedendo in una zona videosorvegliata. Già la Cassazione con Sentenza 3014/2004 aveva ritenuto che la presunzione di consenso presupponesse un comportamento inequivocabile da parte del soggetto ritratto. Pertanto, non può riconoscersi un “consenso presunto” per il solo fatto di circolare per una pubblica via, di frequentare un pubblico esercizio o di sdraiarsi sulla riva del mare, soprattutto quando l’immagine risulti carpita con l’uso di teleobiettivi o di candid camera.

Ispirato al format della candid camera, Camera d’albergo (Mario Monicelli, 1981) è un film che parla del tentativo da parte del collettivo “La Svolta”, formato da tre giovani registi, Guido Bollati, Tonino Accrocca ed Emma Crocetti, di rinnovare il cinema, l’idea “più vecchia del mondo”. La loro proposta si fonda su una nuova idea di neorealismo: il cinema verità.

Per realizzare il loro progetto, nascondono all’interno di una camera dell’albergo Luna – il cui ignaro proprietario è il padre di Emma – delle cineprese così da poter riprendere gli inconsapevoli attori in tutta la loro spontaneità. I momenti di vita sottratti ai clienti vengono messi al vaglio di Achille Mengaroni (Vittorio Gassman), detto “il Menga”, lo spiantato produttore cinematografico e proprietario della “Ursus Cinematografica”; uno di quei personaggi, questo, “che non sai mai se definire geniali o idioti, mecenati o speculatori, lungimiranti o speculatori (forse sono semplicemente degli ignoranti che hanno capito tutto)” [3] . La captatio benevolentiae non tarda ad arrivare: il guadagno, promette il produttore, ci sarà: tutti gli attori avranno “una percentuale sugli utili”.

Secondo il Provvedimento in materia di Videosorveglianza, i soggetti che potranno/dovranno accedere alle immagini catturate, questi dovranno essere adeguatamente individuati e formati:

“Il titolare o il responsabile devono designare per iscritto tutte le persone fisiche, incaricate del trattamento, autorizzate sia ad accedere ai locali dove sono situate le postazioni di controllo, sia ad utilizzare gli impianti e, nei casi in cui sia indispensabile per gli scopi perseguiti, a visionare le immagini (art. 30 del Codice). Deve trattarsi di un numero delimitato di soggetti, specie quando il titolare si avvale di collaboratori esterni. Occorre altresì individuare diversi livelli di accesso in corrispondenza delle specifiche mansioni attribuite ad ogni singolo operatore, distinguendo coloro che sono unicamente abilitati a visionare le immagini dai soggetti che possono effettuare, a determinate condizioni, ulteriori operazioni (es. registrare, copiare, cancellare, spostare l’angolo visuale, modificare lo zoom, ecc.) (v. punto 3.3.1)”.

Quando in Camera d’albergo, tre ragazze straniere si accorgono di essere riprese a loro insaputa “fu” -  come ci racconta Emma – “la fine delle nostre riprese e la fine dei miei rapporti con mio padre. L’albergo evitò una denuncia ospitando le tre polacche gratis per un mese”.

Il materiale a disposizione del collettivo dovrebbe, secondo Il Menga, essere rimanipolato, montato e integrato con ulteriori scene ricostruite in studio [4] . Le critiche dei ragazzi non tardano, però, ad arrivare: il cinema-verità - “una verità che noi abbiamo captato senza artifizi lei vorrebbe manipolarla ad uso del pubblico” – dovrebbe prendere vita senza l’apporto di una sceneggiatura. Ma il cinema è arte, è finzione. Il Menga propone, quindi, ai tre giovani di contattare gli ospiti/attori per firmare la liberatoria e girare con il loro assenso nuove scene che facciano da collante a quelle già in loro possesso.

Tra gli obblighi previsti nel Provvedimento in materia di Videosorveglianza vengono stabilite anche adeguate misure di sicurezza a protezione delle immagini conservate e i precisi periodi di conservazione: “3.4 Nei casi in cui sia stato scelto un sistema che preveda la conservazione delle immagini, in applicazione del principio di proporzionalità (v. art. 11, comma 1, lett. e) del Codice), anche l’eventuale conservazione temporanea dei dati deve essere commisurata al tempo necessario - e predeterminato - a raggiungere la finalità perseguita. La conservazione deve essere limitata a poche ore o, al massimo, alle ventiquattro ore successive alla rilevazione, fatte salve speciali esigenze di ulteriore conservazione in relazione a festività o chiusura di uffici o esercizi, nonché nel caso in cui si deve aderire ad una specifica richiesta investigativa dell’autorità giudiziaria o di polizia giudiziaria. Solo in alcuni casi, per peculiari esigenze tecniche (mezzi di trasporto) o per la particolare rischiosità dell’attività svolta dal titolare del trattamento (ad esempio, per alcuni luoghi come le banche può risultare giustificata l’esigenza di identificare gli autori di un sopralluogo nei giorni precedenti una rapina), può ritenersi ammesso un tempo più ampio di conservazione dei dati che, sulla scorta anche del tempo massimo legislativamente posto per altri trattamenti, si ritiene non debba comunque superare la settimana”.

Le prime persone ad essere contattate per “lavorare” alla sceneggiatura del film del Menga e della Svolta sono Fausto Talponi (Enrico Montesano), studente fuori corso che lavora anche come operatore ecologico, innamorato di Flaminia (Monica Vitti) che lo ha lasciato per Cesare (Néstor Garay). Quando Fausto, Flaminia e Cesare si ritrovano davanti alle scene che hanno registrato il loro (vero) passato avranno l’occasione di comprendere i veri sentimenti che ciascuno nutre per l’altro: la realtà viene messa a nudo, inconsapevole delle conseguenze. Quando Cesare – essendosi accorto che Flaminia è ancora innamorata di Fausto – si reca nello studio della “Ursus Cinematografica” colpevolizza gli artisti di avergli rovinato la vita: “questa vostra iniziativa non è giusta né tantomeno umana […]. Non è confacente mettere su tappeto le vicende private di autentici esseri umani per realizzare dei filmati da dare in pasto a cani e porci! […] Trovo molto spietato creare delle turbative tra persone che si amano e che si stimano e provocare la distruzione di una famiglia. […] questo non è il trionfo della verità: questo è il trionfo della finzione [la cui] messa in scena batte la realtà della vita 5 a 0”. A rispondere a questa osservazione è Tonino: “Scusi, Cesare, noi si è dispiaciuti di quello che gli è successo […] ma se si vuole parlare di verità, la verità qual è? La verità è che Flaminia ama Fausto più di quanto amasse Lei. Mi scusi, Cesare, ma è il suo rapporto tra lei e Flaminia che è una messa in scena”. La realtà è più falsa della finzione che è tautologicamente tale.

Non è la realtà della cose, dunque, ma la reiterazione del dolore stesso a colpire lo spettatore/attore: il loop visivo propone in maniera continua e, addirittura, a comando l’esperienza del tradimento vissuto. Avendo capito questo, il Menga convince, in precedenza, l’altro che la pellicola che vedeva protagonisti Flaminia e Fausto è “andata distrutta, tutta al macero: era sovraesposta, non si vedeva proprio niente… eh! ‘Sti operatori!”

Se nel cinema è sempre possibile cancellare, modificare, spostare le scene meno riuscite, lo stesso non può farsi nel flusso temporale della realtà. Il medesimo approccio è rintracciabile negli antitetici brevi scambi di battute fra Fausto e Flaminia prima e fra Cesare e il Menga poi. Fausto, vittima di un equivoco, aggredisce Cesare pensando che questi abbia picchiato Flavia che, in realtà, ha sbattuto contro un palo a seguito di uno scippo: “Poteva anda’ peggio!” e Flavia risponde un consapevole “No”. Diversamente, il Menga, che ammicca al mondo del cinema, esorta Cesare a sorridere “perché il miglior finale finisce sempre a tarallucci e vino”.


[1] L’intero testo è consultabile alla pagina: http://www.garanteprivacy.it/web/guest/home/docweb/-/docweb-display/docweb/1712680#3.4

[2] Codice in materia di protezione dei dati personali (d.lg. 30 giugno 2003, n. 196)

[3] E. Giocovelli, La Commedia all’italiana, Gremese Editore, 1995, p. 107.

[4] L’accuratissima ricostruzione degli ambienti alberghieri è stata ricreata dal pluripremiato scenografo Lorenzo Baraldi.

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