Pamela Mastropietro non era una tossica, aveva solo bisogno di essere protetta

Di Gianfrancesco Coppo

 

Quando ho appreso della morte di Pamela Mastropietro, 18enne romana allontanatasi il 29 gennaio 2018 dalla Comunità di recupero "Pars" di Corridonia (Macerata), ho pensato ai suoi occhi. Quegli occhi grandi, di un castano acceso, da cui si poteva facilmente intravedere l’incanto della giovane età ma anche tanta sofferenza.

Lo sguardo di Pamela non era assente, anzi! Lasciava passare l’anima senza che si disperdesse, sembrava voler chiedere aiuto senza mai perdere la dignità e la forza che caratterizzavano la giovane.

Chissà se quegli occhi hanno visto la morte che stava arrivando, cupa e feroce, per mano del "male" di cui la ragazza si era fidata. Perché, quando si è soli e confusi, è facile lasciarsi andare. A volte, per sempre.

Grazie a Linda Corsaletti, valida criminologa che ho la fortuna di conoscere, ho avuto la possibilità di contattare lo zio di Pamela, l’avvocato Marco Valerio Verni, che si sta battendo come un leone per chiarire cosa sia successo veramente a sua nipote e per difendere la memoria di Pamela, vittima innocente di una violenza senza pari.

 

Molti media hanno additato Pamela Mastropietro come "quella che se l'è andata a cercare", qual è la verità? E soprattutto in che condizioni era Pamela, prima di scappare dalla Comunità? 

"Sì, purtroppo è vero: alcuni media hanno descritto Pamela come la tossica, scappata dalla Comunità che, in cerca di droga, se la sia quasi andata a cercare, la fine che ha fatto e, ancor di più, a meritare.

Una ricostruzione non corrispondente alla verità che, peraltro, quand’anche vera, rischierebbe di legittimare chiunque ad uscire di casa, il giorno dopo, e a sentirsi autorizzato a dar fuoco al barbone che dorme alla stazione, alla prostituta che abita la strada, all'omosessuale che bacia uno del suo stesso genere o a qualsiasi altra persona che, non rispecchiando i nostri canoni, ci possa dare in qualche modo fastidio. Non credo che funzioni così in una società con delle regole.

In realtà, Pamela era ricoverata in quella Comunità per una "doppia diagnosi", ossia per una patologia psichiatrica di base molto importante che, tra gli effetti secondari, induceva all'uso di sostanze stupefacenti, vissute da lei, così come da qualsiasi altra persona nelle sue condizioni, come auto-medicamento. Di certo non come vizio o altro. 

Chi si ostina a confondere le questioni - con dolo o con negligenza, di certo non meno grave del primo - è solo, nella migliore delle ipotesi, un ignorante.

Sulle condizioni di Pamela prima di scappare dalla comunità, mi domando quale eventuale effetto possano aver avuto i farmaci, che lì gli somministravano, sulla sua lucidità. Anche a metà gennaio, ad esempio, quando ebbe a trascorrere qualche giorno con i genitori ed i nonni, era gonfia in viso e parlava a rilento.

Se io prendo un farmaco che potrebbe darmi sonnolenza, non mi metto alla guida. Per il mio bene e per quello degli altri. Ebbene, allo stesso modo, quelli che venivano somministrati a Pamela potevano avere importanti effetti collaterali, infatti vomitava spesso. Anche questo, forse, avrebbe dovuto suggerire una maggiore incisività nel non farla allontanare. Senza contare i possibili effetti di una loro improvvisa cessazione.

Lei, queste domande, dismessi i panni del professionista, non se le porrebbe a prescindere?

E non se le porrebbe a maggior ragione se si trattasse di una figlia, o di una nipote?"


Come poteva e doveva essere tutelata Pamela? 

"Mi domando come una ragazza, sottoposta ad un'importante terapia farmacologica, con un disturbo della personalità grave, e con un amministratore di sostegno che, in via esclusiva, poteva decidere su tutta una serie di questioni, tra cui quella di una sua eventuale dimissione da una qualsivoglia struttura sanitaria, si sia potuta allontanare, in pieno giorno, con tanto di trolley, ed essere avvistata - almeno stando ad alcune affermazioni apparse sulla stampa - solo quando già era a buon punto della lunga strada che dalla Comunità porta alla provinciale.

Sul perché la ragazza si sia allontanata, pure, credo che sia lecito - anzi doveroso - farsi delle domande.

Non è solo Pamela il problema, ma tutte le persone che possono trovarsi nella sua stessa condizione. La questione è decisamente culturale."


Qual è la situazione dal punto di vista processuale? Oltre a Lei, chi cura in aula gli interessi della ragazza?  

"Ci sono degli indagati, su cui vi sono gravi indizi di colpevolezza. Aver fatto quello scempio ha richiesto tempo ed una certa perizia. Improbabile che sia stato uno solo a fare tutto.

Si è tanto scritto di una famosa perizia del RIS dei Carabinieri, secondo la quale non vi sarebbero tracce, nella casa dove si sarebbe consumato il delitto, riconducibili agli altri due nigeriani accusati con Oseghale. Si è detto, in particolare, che, a seguito di ciò, questi ultimi risulterebbero addirittura scagionati.

Ebbene, premesso che chi Le parla, naturalmente, non può che rispettare il principio di presunzione di non colpevolezza, ed ancor di più stante la fase processuale in cui ci troviamo, e che nessuno vuole a tutti i costi posizionare delle persone in un luogo, è anche vero che:

  • l’assenza di tracce potrebbe di per sé essere una traccia, soprattutto in un caso come questo, dove c’è stata una attenta opera di pulizia, presumibilmente, con della candeggina;
  • tale perizia andrebbe incastonata in un quadro di indagine complessivo, dove sono anche altre le fonti di prova cui attingere;
  • c) o Oseghale, o chi per lui, ha agito da solo, e in questo caso avrebbe oggettivamente dimostrato tanta abilità ed abitudine non solo ad uccidere, ma anche a depezzare nel modo che ormai tutti sappiamo il corpo di Pamela; oppure si è avvalso di alcuni complici che, se non sono gli altri due attuali indagati, evidentemente sono ancora a piede libero. Con tutto quello che ne consegue, sia in termini specifici del processo in questione, sia in termini - più ampi - di sicurezza collettiva.

Potremmo poi parlare della storia della siringa (con i suoi numerosi interrogativi), della puntura sul braccio (e della fobia che Pamela aveva degli aghi), della probabile violenza sessuale (non solo consumata in quella casa), e di altro ancora, ma non credo sia il momento opportuno.

Come abbiamo sempre detto, però, vorremmo che il tema di indagine andasse a riguardare anche tutti i fatti antecedenti al tragico epilogo, tra cui l’allontanamento dalla Comunità: perché lo ha fatto? Cosa è successo? E’ stato davvero fatto tutto il possibile per evitarne l’allontanamento, anche alla luce della terapia farmacologica cui era sottoposta? Senza contare che solo l’amministratore di sostegno poteva decidere al suo posto, in via esclusiva, una sua eventuale dimissione da qualsiasi struttura sanitaria o terapeutica.

Credo che sia legittimo voler sapere tutto questo, senza per forza voler puntare il dito o addossare, in questa fase, delle responsabilità. Non è nel nostro costume, ma credo che quanto accaduto richieda uno sforzo di indagine ad ampio raggio, anche per diminuire - ove nulla di negativo si dovesse ravvedere - l’amarezza per una vicenda che, per come è andata a finire, ha dell’incredibile.

Vede, fare chiarezza è atto dovuto non solo nei confronti della famiglia di Pamela (ivi compreso il sottoscritto, che agisce come avvocato, ma che, di quella ragazza è anche zio), ma di tutti quei genitori, parenti e via dicendo che, tramite apposite procedure, vedono affidati i propri cari a strutture simili (che peraltro godono di importanti sovvenzioni pubbliche), il cui impegno nessuno vuole disconoscere, nella lotta alla droga o, come nel caso della comunità dove era ricoverata Pamela, anche nella cura delle patologie psichiatriche spesse volte sottese alla prima. Ma che, proprio per la delicatezza e l’importanza cui è chiamato a rispondere il loro agire, dovrebbero essere costantemente monitorate e verificate nel loro operato, soprattutto quando poi accadano fatti simili.

Quanto alla seconda parte della Sua domanda, al momento il collegio difensivo è formato da alcune figure specifiche tra cui Guido Maria De Mari, medico legale; Linda Corsaletti, consulente in materia criminologica; e Sara Cordella, grafologa forense e criminalista.

Ma non è escluso che presto possano essere coinvolte altre professionalità, stante la complessità del caso e la volontà di non lasciare nulla al benché minimo dubbio."


Di recente, la stampa ha pubblicato i testi di alcune intercettazioni di due dei presunti colpevoli. Spesso si parla di "fuga di notizie", che impedisce e compromette il corretto svolgimento delle indagini. Anche in questo caso c'è il rischio che ciò accada? 

"Quel che appare assurdo - e per certi versi anche sospetto - è l’impressionante fuga di notizie che contraddistingue questa vicenda, con il rischio che vengano inquinate le prove o che, altri eventuali responsabili, fuggano, qualora non l’abbiano già fatto.

Sulle intercettazioni, e basandomi su quel che ha riportato la stampa, ci sarebbe da interrogarsi sulla loro genuinità: siamo sicuri che i protagonisti non sapessero di essere intercettati e, di conseguenza, abbiano detto quelle cose (atroci e terribili) per addossare tutta la colpa ad Oseghale?

E’ una domanda, la mia, ma potrebbe essere smentita poi dai fatti.

La fuga di notizie è sempre pericolosa: il paradosso, nel nostro sistema, è che vengono poste in stato di custodia cautelare le persone indagate, affinché non ci sia inquinamento delle prove, e poi si leggono sui giornali o si apprendono dalla televisione fatti - anche di un certo rilievo di indagine - che sarebbero dovuti rimanere segreti.

Se, almeno, questi dati svelati servissero a fare del sano giornalismo di inchiesta, anche a indiretto supporto degli organi inquirenti a ciò deputati, sarebbe un conto. Ma, siccome molto spesso servono solo a fare gossip o a creare il titolo ad effetto, emerge in tutta la sua evidenza la negatività del fenomeno. Almeno per chi si trova in buona fede e vuole cercare la verità."


Quanto è forte la pressione politica e mediatica sul caso? Quanto, secondo lei, la morte di Pamela Mastropietro è diventata strumento utile a dire "altro"?

"Purtroppo, quello di Pamela è stato un atroce e barbaro omicidio commesso da gente abituata, evidentemente, a delinquere. Un fatto senza precedenti, per le modalità in cui esso è stato perpetrato.

Dietro a quanto accaduto, vi è tanto altro: dallo spaccio di droga a cielo aperto, alla presenza illegale sul nostro territorio di persone dedite ad attività criminali, alla immigrazione incontrollata che diventa solo un pericolo sia per chi accoglie sia per chi viene accolto.

E’ chiaro che, di conseguenza, la pressione politica e mediatica siano state (e siano tuttora) molto forte, e con spinte contrastanti.

Accoglienza ed integrazione sono due belle cose, ma andrebbero sapute o potute fare nei modi corretti, su giusti presupposti e nel rispetto delle regole. E, soprattutto, affinché la seconda possa trovare buoni risultati, ci vorrebbe la volontà tanto di chi accoglie (e mi sembra che il nostro popolo ne abbia dimostrata in gran quantità) quanto di chi viene accolto (e qui, purtroppo, sono tanti gli esempi negativi) a rispettare le leggi, la cultura e le tradizioni dello stato ospitante.

Ma la storia di Pamela - non mi stancherò mai di dirlo - deve servire anche a porsi delle domande sul sistema delle Comunità e su eventuali iniziative a livello normativo, oltre che a stimolare un cambiamento culturale: in esse, infatti, non vi sono solo e soltanto tossicodipendenti, come generalmente si è portati a credere, ma anche - almeno in alcune di esse, come nel caso specifico - persone con patologie psichiatriche con le loro peculiarità ed esigenze."


In sede processuale ci sarà qualche associazione, costituitasi parte civile, a sostenere la vostra battaglia?  

"Immagino di sì. In questi mesi, accanto ad alcune associazioni o persone che hanno tentato solo lo sciacallaggio, per avere un po’ di notorietà, ne abbiamo avute altre (pochissime, per la verità) davvero interessate a sostenerci.

Oltre che al mondo associativo, però, il nostro pensiero sul loro futuro "comportamento" processuale va anche al Comune di Macerata e - perché no - alla stessa comunità nigeriana, nel caso dovesse essere confermato l’attuale quadro probatorio."

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