Militanti di Avanguardia Operaia ammazzano Sergio Ramelli a colpi di chiave inglese

Il 13  marzo 1975 in via Paladini, a Milano, un gruppo di militanti di Avanguardia Operaia picchiò selvaggiamente il diciannovenne Sergio Ramelli, attivista del Fronte della Gioventù.

L'aggressione era stata decisa quello stesso giorno in una riunione del servizio d'ordine di A.O., durante la quale il responsabile Roberto Grassi, detto "Riccio", aveva invitato i compagni a intimidire  il giovane fascista.

Ramelli, ex studente dell'Istituto Tecnico "Ettore Molinari", aveva appena parcheggiato il motorino vicino casa in via Paladini. All'altezza del civico 15, il gruppo di uomini armati lo aspettava con chiavi inglesi e spranghe. I colpi provocarono danni alla scatola cranica e alle meningi. Una volta caduto a terra, Sergio fu poi colpito ripetutamente dagli aggressori.

Rimase in coma per 47 giorni, morì il 9 aprile 1975.

Il processo  iniziò soltanto il 16 marzo 1987, grazie alle indagini dei magistrati Maurizio GrigoGuido Salvini che individuò il gruppo di ragazzi, ormai "insospettabili", che aveva massacrato Ramelli.

Tra preparatori, mandanti ed esecutori, vennero rinviate a giudizio 10 persone:

  • Claudio Colosio, Franco Castelli, Giuseppe Ferrari Bravo, Luigi Montinari, Walter Cavallari, Claudio Scazza, tutti studenti di medicina all'epoca dei fatti; ad essi si aggiunse Brunella Colombelli, unica donna tra gli accusati;
  • Giovanni Di Domenico, al momento dell'arresto consigliere di Democrazia Proletaria a Gorgonzola;
  • Antonio Belpiede, capogruppo del PCI a Cerignola;
  • Marco Costa, che con Ferrari Bravo gestiva l'archivio segreto.

Il gruppo era parte del Servizio d'Ordine di Avanguardia Operaia nella facoltà milanese di Medicina. Secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, i due aggressori sarebbero stati Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo, che avrebbero attaccato il giovane con delle chiavi inglesi. I due all'epoca appartenevano ad un ristretto gruppo noto come "Gli idraulici" proprio per via delle grosse chiavi inglesi usate per compiere le aggressioni.

Di Domenico sarebbe stato il mandante e il pianificatore dell'azione, mentre la Colombelli avrebbe avuto il ruolo di sorvegliante della vittima. Castelli, Colosio e Montinari avrebbero dovuto sorvegliare la zona e dare l'allarme in caso di pericolo. Gli altri avrebbero avuto ruoli variabili nella preparazione dell'azione.

Le accuse comprendevano: omicidio volontario, tentato omicidio, sequestro di persona, associazione sovversiva, danneggiamento.

Durante il processo, svoltosi regolarmente nonostante alcuni rinvii per questioni di salute del presidente della Corte d'Assise Antonino Cusmano e per disguidi tecnici, Democrazia Proletaria istituì un piccolo presidio a Piazza Fontana, raccogliendo circa cento persone, mentre i vertici del partito presenziarono al processo.

La testimonianza resa durante il processo da Marco Costa:

"Ramelli capisce, si protegge la testa con le mani. Ha il viso scoperto e posso colpirlo al viso. Ma temo di sfregiarlo, di spezzargli i denti. Gli tiro giù le mani e lo colpisco al capo con la chiave inglese. Lui non è stordito, si mette a correre. Si trova il motorino fra i piedi e inciampa. Io cado con lui. Lo colpisco un'altra volta. Non so dove: al corpo, alle gambe. Non so. Una signora urla: "Basta, lasciatelo stare! Così lo ammazzate!" Scappo, e dovevo essere l'ultimo a scappare."

La testimonianza di Giuseppe Ferrari Bravo:

"Aspettammo dieci minuti, e mi parve un'esistenza. Guardavo una vetrina, ma non dicevo nulla. Ricordo il ragazzo che arriva e parcheggia il motorino. Marco mi dice: "Eccolo", oppure mi dà solo una gomitata. Ricordo le grida. Ricordo, davanti a me, un uomo sbilanciato. Colpisco una volta, forse due. Ricordo una donna, a un balcone, che grida: "Basta!". Dura tutto pochissimo...Avevo la chiave inglese in mano e la nascosi sotto il cappotto. Fu così breve che ebbi la sensazione di non aver portato a termine il mio compito. Non mi resi affatto conto di ciò che era accaduto."

Roberto Grassi morì  suicida poco prima del processo. L'avvocato della famiglia Ramelli fu Ignazio La Russa, all'epoca segretario provinciale del Movimento Sociale Italiano.

Il processo ai dieci imputati terminò il 2 marzo 1989 con otto condanne.

La II Corte d'Assise di Milano assolse Di Domenico per insufficienza di prove e dichiarò Cavallari estraneo ai fatti. Tutti gli altri imputati furono ritenuti colpevoli di omicidio preterintenzionale poiché venne riconosciuta l'accettazione del rischio di uccidere insito nell'atto di violenza, ma non la volontarietà dell'atto.

Per aver materialmente colpito Sergio Ramelli, Marco Costa fu condannato a 15 anni e 6 mesi di reclusione; Giuseppe Ferrari Bravo a 15 anni. Claudio Colosio 15 anni; Antonio Belpiede 13 anni; Brunella Colombelli 12 anni per aver indicato al commando il luogo e l'ora in cui colpire; Franco Castelli, Claudio Scazza e Luigi Montinari 11 anni.

Il Pubblico Ministero contestò il rigetto del ben più grave omicidio volontario in favore dell'omicidio preterintenzionale, per questo fece ricorso.

Il 2 marzo 1989 la II sezione della Corte d'Assise d'Appello, presidente Renato Cavazzoni, accolse le richieste del pm e, nonostante l'accusa fosse mutata in omicidio volontario, venne riconosciuta l'attenuante del concorso anomalo, che ridusse sensibilmente le pene. Costa passò da 15 a 11 anni e 4 mesi; Ferrari Bravo da 15 a 10 anni e 10 mesi; 7 anni e 9 mesi a Colosio invece di 15; 7 anni invece di 13 a Belpiede; 6 anni e 3 mesi a Castelli, Colombelli, Montinari e Scazza invece degli 11 o 12 iniziali.

Insoddisfatta, la parte civile ricorse in Cassazione per ottenere il riconoscimento della premeditazione e quindi un aggravio delle pene. Il 22 gennaio 1990 la I sezione della Corte di Cassazione, presieduta da Corrado Carnevale, rigettò la richiesta e i ricorsi della difesa, confermando le sentenze di secondo grado.

Marco Costa e Giuseppe Ferrari Bravo tornarono in carcere, anche a causa delle condanne aggiuntive a quella per l'omicidio di Ramelli, mentre gli altri imputati poterono usufruire di un condono e di pene alternative per via della loro condizione sociale e della loro ridotta pericolosità.

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