Anna Politkovskaja: bisognava fermare con il piombo la sua sete di verità e giustizia

Di Nunzia Procida 

 

7 ottobre 2006

Squilla il telefono a casa di Alexander Politkovskij. È una giornalista della stazione radio "L’eco di Mosca" che, dopo essersi presentata, chiede all’uomo:

"Ha saputo quello che è successo a sua moglie? L’hanno ammazzata!"

La moglie di Alexander è Anna Politkovskaja, una tra le più famose giornaliste russe, assassinata a 48 anni con quattro colpi di pistola nell'ascensore del suo palazzo.

Anna Politkovskaja (nata Mazepa) - sempre in prima linea, con i suoi articoli e i libri - aveva sfidato la censura di Mosca raccontando al mondo le atrocità della guerra in Cecenia e le drammatiche violazioni dei diritti umani patite dalla popolazione civile, ma anche la collusione e la corruzione della classe politica, la crisi economica, il disagio sociale nella Russia post-sovietica.

Il suo desiderio di raccontare la verità su quanto avesse visto e su quanto accadesse intorno a lei era stato più volte minato con numerose minacce di morte. Nel 2005, alla conferenza di “Report senza frontiere” sulla libertà di stampa aveva raccontato i pericoli a cui andava incontro chi, come lei, voleva raccontare una verità scomoda a molti:

"Certe volte, le persone pagano con la vita il fatto di dire ad alta voce ciò che pensano. Infatti, una persona può perfino essere uccisa semplicemente per avermi dato un’informazione. Non sono la sola ad essere in pericolo e ho esempi che lo possono provare".

Divenuta un'icona della libertà di stampa, soprattutto dopo la sua morte, Anna Politkovskaja raccontava così il suo lavoro:

"Mi sono limitata a riferire i fatti di cui sono stata testimone. Ho scritto e, più raramente, ho parlato. Pubblico pochi commenti, perché mi ricordano le opinioni imposte nella mia infanzia sovietica. Penso che i lettori sappiano interpretare da soli quello che leggono. Per questo scrivo soprattutto reportage, anche se a volte, lo ammetto, aggiungo qualche parere personale. Non sono un magistrato inquirente, sono solo una persona che descrive quello che succede a chi non può vederlo. I servizi trasmessi in tv e gli articoli pubblicati sulla maggior parte dei giornali sono quasi tutti di stampo ideologico. I cittadini sanno poco o niente di quello che accade in altre zone del paese e a volte perfino nella loro regione".

Una voglia di indipendenza, di verità, che la conducevano, troppo spesso, a incontrare – come prevedibile – il dissenso del Potere:

"Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all'estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me. Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all'aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie. Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci".

"Ogni riga che scriveva" – racconta in un’intervista Lidija Jusupova (associazione Memorial Caucaso) – "era frutto di mille peripezie ma mai una volta che mi avesse detto di non farcela più: non mollava mai ed era sempre disponibile ad ascoltare i racconti della gente, anche se si trattava quasi sempre di storie terribili che ti strappavano le lacrime, ti lasciavano svuotata, inerme".

A catturare l’interesse della Politkovskaja sono le condizioni di vita dei profughi ceceni che la portano in prima linea a verificare di persona l’entità della guerra e a scriverne in oltre 2000 articoli:

"Durante tutta la guerra sono stata tra due fuochi. Quando qualcuno minaccia di ucciderti i suoi nemici ti proteggono. Ma domani la minaccia verrà da qualcun altro. Perché mi dilungo su questa storia? Solo per spiegare che in Cecenia le persone sono preoccupate per me, e questo fatto mi commuove profondamente. Temono per la mia vita più di me" [1] .

Per l’omicidio di Anna Politkovskaja nel 2012 è stato condannato in via definitiva il poliziotto che aveva organizzato il pedinamento, nel 2014 sono stati condannati gli esecutori materiali, ma, come spiega Sergheij Kovalov (leader del movimento per i diritti civili):

"I mandanti mai e poi mai per il semplice motivo che qui in Russia non è mai successo nulla di simile".

[1] Da Internazionale, numero 665, 26 ottobre 2006.

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