Maternità surrogata, la legge in Italia e nel mondo tra dubbi e paure

Di Patrizia Oliverio


La maternità surrogata è un metodo di riproduzione assistita in cui una donna provvede alla gestazione per conto di una o più persone, che saranno il genitore o i genitori del nascituro.

Ci sono due tipi di maternità surrogata.

  • Quella più comune è quella gestazionale, in cui la madre surrogata si limita a portare avanti la gravidanza dopo che le viene impiantato nell'utero un embrione realizzato in vitro, che può essere geneticamente imparentato con i genitori committenti o provenire da donatrici.
  • C'è poi quella tradizionale, in cui la madre surrogata rimane incinta attraverso l'inseminazione artificiale di un proprio ovulo, risultando così la madre biologica del bambino.

La maternità surrogata - altrimenti detta "utero in affitto" - coinvolge una donna che viene inseminata oppure che ha un embrione impiantato nel suo utero.

La comparazione tra i diversi sistemi giuridici mette in evidenza una gamma di soluzioni profondamente diverse tra loro. Ad esempio, nel mondo gli accordi di maternità surrogata sono ammessi e regolati mediante un’apposita disciplina in Russia, India e Gran Bretagna; in alcuni paesi degli Stati Uniti e dell’Australia sono state introdotte soltanto delle linee guida, mentre in Belgio, Finlandia e Grecia tali accordi sono ritenuti validi pur in assenza di una specifica normativa sul punto.

Per quanto concerne l’ambito comunitario, sono necessarie invece alcune precisazioni, perché pur tentando di incoraggiare la libera circolazione dei cittadini, l’Unione Europea è ancora lontana dal traguardo dell’armonizzazione delle regole del diritto di famiglia nei rispettivi ordinamenti giuridici. Infatti, sebbene in virtù dell’articolo 8 della Convenzione per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali del 4 novembre 1950, ogni coppia abbia il diritto di procreare un bambino e di ricorrere ai metodi della riproduzione artificiale, gli Stati possono autonomamente disciplinare la procreazione assistita e vietare determinati metodi riproduttivi.

Ogni Stato perciò ha legiferato sul punto liberamente, dettando discipline in molti casi anche antitetiche: in Austria e Germania vi è un esplicito divieto; in Norvegia non vi è una disciplina specifica, ma il divieto si cela dietro la prevista illiceità della cessione di ovociti alla donna che presta il proprio utero; in Svizzera è espressamente vietata ogni tipologia di donazioni di embrioni e di maternità sostitutiva, per tutelare la dignità della madre surrogata e del nascituro; la Francia, pur ammettendo la donazione di ovociti, esclude l’ affitto dell’ utero, prevedendo anche una sanzione penale a carico sia della madre surrogata, sia dei genitori committenti; in Spagna, infine, è nullo il contratto con il quale si convenga la gestazione, con o senza pagamento, a carico di una donna che rinuncia alla filiazione materna a beneficio di un contraente o di un terzo; in Inghilterra, invece, nel 1985 è stata redatta la prima legge organica in materia di surrogazione,ove si riconosce l’utilità di tale strumento al fine di risolvere il problema della sterilità ed infertilità umana.

Molti europei scelgono di andare in Ucraina, dove la maternità surrogata costa circa 50mila dollari (circa 44mila euro), rispetto agli oltre 100mila dollari degli Stati Uniti. Un mercato emergente è quello del Kenya, dove la maternità surrogata costa tra i 40mila e i 45mila dollari e non c'è nessuna regolamentazione.

In Italia la surrogazione assistita è espressamente vietata nell'ordinamento giuridico, come sancito dal legislatore ai sensi dell’articolo 12, co.6 della l. 40/2004 che assoggetta a sanzione penale “chiunque, in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità”.

Ai fini della corretta individuazione delle problematiche giuridiche connesse alla maternità surrogata occorre innanzitutto fornirne un’esatta definizione. E così, si può sostenere che la maternità surrogata è una particolare tecnica di procreazione medicalmente assistita a strumento della quale una donna, terza rispetto alla coppia (etero o omosessuale) committente che si impegna ad assumere la responsabilità genitoriale del nato, si obbliga, gratuitamente o verso corrispettivo, a mettere a disposizione il proprio utero (oltre, eventualmente, al proprio ovulo) al fine di condurre, per conto di altri, una gravidanza ed a consegnare, all'esito di questa, il nato.

All'interno dell’ampio genere della maternità surrogata si deve poi distinguere tra, maternità surrogata per concepimento e gestazione e maternità per sola gestazionespecies questa, in cui la gestante mette a disposizione dei committenti il solo utero.

Sempre più frequentemente i giudici si sono trovati a dover affrontare questioni eticamente sensibili, in stretto legame con leggi non sempre al passo con i tempi, nel campo bio-medico dove sempre i risultati tecnici sono ancora oggi molto più avanti della teoria. Se infatti - a fronte della rivoluzione sessuale degli anni ’70 - si è affermato il diritto a una sessualità senza riproduzione e al di fuori del legame coniugale, che ha portato al diffondersi di tecniche contraccettive e alla disciplina sull'interruzione volontaria di gravidanza, l’evolversi delle tecnologie biomediche ha permesso di dissociare in senso opposto il binomio: è diventato possibile, in altre parole, parlare di riproduzione senza sessualità. Oggi, quindi, l’evento nascita può prescindere dalla fase dell’accoppiamento. Questi continui avanzamenti nel campo della scienza medica e della biotecnologia riproduttiva hanno fortemente inciso sul concetto di famiglia a cui eravamo - e per certi versi ancora siamo- abituati, permettendo esperienze genitoriali completamente nuove rispetto al passato.

I critici della maternità surrogata sostengono che la pratica si presta allo sfruttamento della madre surrogata, alla mercificazione del bambino e può portare a problemi emotivi e legali quando si tratta di paternità e diritti di custodia.

Quasi tutti i sistemi hanno sempre ammesso la commercializzazione di alcuni prodotti del corpo, in particolare i capelli, la placenta, il latte e il sangue. La giustificazione consiste nel fatto che si tratta di entità riproducibili e, soprattutto, che non comportano menomazioni dell’integrità fisica e lesioni della dignità della persona. Considerando la specificità del potere di procreare, si è cercato di affermare la liceità del contratto di maternità di sostituzione in una prospettiva che vuole andare oltre le consuete argomentazioni di carattere generale, nelle quali si riflette o un’analisi strettamente limitata ai profili economici o l’affermazione di una generica pienezza del potere di disposizione per tutto quello che riguarda il corpo.

La domanda che dovremmo porci è: bisogna vietare oppure regolamentare la maternità?

Coloro che ammettono la liceità della maternità surrogata sono propensi a giustificarla come un atto di generosità di una donna feconda verso un’altra donna o verso una coppia con problemi di fertilità e quindi come autodisposizione libera e generosa del proprio corpo. Chi considera questa pratica accettabile in nome della solidarietà è ovviamente portato ad escludere che essa possa sottintendere una transazione di tipo commerciale. Il commercio del corpo contraddirebbe, infatti, la motivazione altruistica addotta per giustificare la surrogazione e aprirebbe, tra l’altro, la strada al rischio non remoto che sia sfruttata la condizione di indigenza di alcune donne, specie nei Paesi poveri o negli strati più bassi della popolazione.

Oggi il corpo si presenta come un oggetto giuridico nuovo. La questione essenziale rimane quella che riguarda la possibilità di ridurre il corpo ad un oggetto tra gli altri, e dunque di collocarlo nell'area delle relazioni di mercato. Le resistenze a questa prospettiva non derivano soltanto da considerazioni di ordine etico, ma pure dalla necessità di tenere conto di principi fondamentali, come quelli che riguardano l’uguaglianza e la dignità, e di diritti come quello alla salute, che sono ormai parte integrante di dichiarazioni e convenzioni internazionali, di costituzioni e leggi nazionali.

La maternità surrogata ci pone di fronte a svariate domande di natura etica. La prima di queste è se la maternità surrogata possa considerarsi prostituzione riproduttiva. In fondo entrambi vertono sulla vendita di una parte del corpo femminile. Entrambi perpetuano l’ideologia, secondo cui i corpi delle donne esistono per scopi altrui e la loro messa in vendita. Le donne sono trasformate in fabbriche: fare sesso per altri, avere figli per altri. Un’altra domanda che questo fenomeno ci pone è se la maternità surrogata possa essere definita come un commercio dei minori. Con la maternità surrogata di fatto il bambino è trasformato in un prodotto. Alcune migliaia di dollari vengono pagati alla madre quando consegna il neonato. Questo costituisce il commercio dei bambini.

Tutto il dibattito ancora aperto pone in rilievo il bisogno di una legislazione sobria, che risponda ai problemi reali, e non alle paure, ai pregiudizi; di una legislazione leggera, che consenta la prosecuzione del confronto tra posizioni diverse; di una legislazione elastica, che indichi principi capaci di adattarsi al continuo cambiamento scientifico e tecnologico.

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