Pedofilia femminile – Female Sexual Offender: categorizzazione e profiling

Di Cristina Casella

 

Per comprendere i motivi che ancora oggi frenano le argomentazioni in merito alla pedofilia femminile, bisogna analizzare il significato ed il valore culturale attribuito alla femminilità, in particolar modo quello legato alla sessualità. Storicamente, la sessualità femminile veniva considerata non necessaria, in quanto utile solo in relazione all'aspetto riproduttivo.

La donna doveva essere ingravidata per poi generare, non per godere: la sua sessualità, difatti, apparteneva all'uomo che - attraverso la potenza dell’orgasmo virile - garantiva la procreazione (Abbruzzese, 2007). La sessualità, dunque, viene imposta alle donne al subdolo scopo di premiarle per essersi rese disponibili agli uomini. Tutte le costruzioni culturali si sono erette su questa base, ovvero la realtà biologica della sessualità femminile orientata alla riproduzione e all'allevamento della prole. Attraverso il parto e la cura dei figli verrebbero appagati tutti i desideri sessuali femminili, di conseguenza non resterebbero altre fantasie da soddisfare.

Le categorie dicotomiche di «attività/passività» relative alla sfera sessuale confluiscono, così, anche all'ambito familiare, lavorativo e sociale, contribuendo alla formazione di tabù nella distinzione tra i due sessi. È facile intuire come questa polarità concettuale abbia potenziato numerose false credenze sugli effettivi ruoli maschili e femminili, anche per quanto concerne la pedofilia.

Se la sessualità femminile, rafforzata da una conformazione anatomica prevalentemente interna e nascosta,  è stata sempre intesa come «risposta passiva» al «richiamo del comportamento maschile», un’azione sessuale - o meglio - un’azione malata come quella compiuta nei confronti di un bambino, non può essere di matrice femminile. La passività della donna non le consente di essere riconosciuta come abusante nell'immaginario collettivo.

Persino nelle fiabe non esiste una madre che indossi  le vesti della «cattiva» (la parte oscura viene infatti esorcizzata con la creazione di un alter-ego, come ad esempio quello della matrigna). Eppure esistono donne criminali, donne violente, donne turiste sessuali. Donne che abusano. Non si può negare che la condizione femminile abbia subito una grande metamorfosi, avvenuta senza dubbio con l’assimilazione del modello maschile. Tale passaggio ha consentito alla donna di acquisire una posizione più attiva in vari campi, compreso quello sessuale. La donna, dunque, esce allo scoperto, fuori dall'opprimente nicchia che la società le ha sempre riservato. Vuole vivere liberamente assecondando le proprie fantasie, anche quelle più deformate e aberranti che prendono il nome di pedofilia (Petrone, Troiano, 2005).

Petrone e Troiano (2005), in base ad esperienze cliniche su donne abusanti e vittime di abuso femminile, hanno stilato un elenco che racchiude sei profili di donne pedofile:

  1. Abusante sessuale latente: è colei che sin dall'adolescenza nutre particolare interesse ed attrazione nei confronti dei bambini, ai quali riserva le sole fantasie sessuali. Ella, difatti, non concretizza mai l’agito, in quanto conscia della non accettabilità sociale delle proprie pulsioni. Nel vissuto di queste donne sono spesso presenti tracce di abusi fisici e psicologici.
  1. Abusante sessuale occasionale: è colei che, pur esente da importanti distorsioni patologiche, decide di trasgredire consumando esperienze carnali durante i soggiorni in paesi ad alto tasso di turismo sessuale. In tal modo differisce ed ignora le norme sociali del paese a cui appartiene. La pedofila occasionale ha generalmente un’età compresa tra i 40 e i 50 anni, vive in una condizione di benessere economico e presenta un livello culturale abbastanza elevato. Nel suo vissuto esperienziale non sono presenti storie di abusi subiti.
  1. Abusante sessuale dalla personalità immatura: questa categoria racchiude il profilo di quelle donne che non sono mai riuscite ad instaurare un rapporto interpersonale con i rispettivi coetanei. L’assenza di una sufficiente maturità nel campo emotivo-affettivo fa sì che le loro attenzioni sfocino in rituali di corteggiamento nei confronti di persone più giovani, lungi dal rappresentare una qualsiasi forma di minaccia. Le pedofile dalla personalità immatura raramente attuano comportamenti aggressivi, la loro arma è la seduttività. Non si riconoscono e né si rispecchiano come abusanti. Nei loro vissuti esperenziali sono quasi sempre presenti storie di abuso sessuale nel periodo infantile ad opera di caregivers.
  1. Abusante regressiva: è quella donna che, nonostante i soddisfacenti legami affettivi instaurati con i propri coetanei, vive una fase regressiva che la porta a rivolgere tutte le sue attenzioni sessuali verso i più giovani. Nel passato di tale abusante è presente una storia di molestie sessuali, di conseguenza la violazione dei minori rappresenta un modo per ammortizzare i propri stati ansiogeni.
  1. Abusante sadico-aggressiva: è colei dalla condotta antisociale. Particolarmente schiva, trae piacere arrecando dolore. In casi estremi, e per fortuna rari, giunge a provocare la morte delle sue piccole vittime. Il background di queste donne abusanti cela tratti di frustrazione, impotenza e forte risentimento verso sé e gli altri. Negli agiti sadici e perversi Ella ha la possibilità di celebrare il trionfo di sé. Abusando di un bambino non fa altro che aggredire la propria fragilità, esorcizzando - in tal modo - le proprie debolezze interiori. Mediante l’erotizzazione dell’odio vengono cancellati temporaneamente i trami subiti, trasformandoli in orgasmo sessuale e senso di vittoria.
  1. Abusante omosex: tale classificazione non riguarda l’omosessualità, ma rispecchia una relazione pedofila basata sulla distanza generazionale tra i partecipanti dello stesso sesso (donna/bambina - donna/adolescente femmina). L’abusante omosex trasferisce le sue morbose attenzioni sessuali su una bambina, al fine di realizzare quell'amore materno che non ha ricevuto durante la sua infanzia. Si identifica con la sua vittima rivedendoci sé stessa, amandola così come avrebbe voluto essere amata dalla propria madre. L’abuso, non sempre invasivo, diventa il mezzo attraverso il quale colmare le carenze affettive del passato. In questa categoria di abusanti rientrano donne violate sessualmente ed emotivamente dalle proprie madri.

 

Un’ulteriore categorizzazione, che tende a far luce sulla natura dell’abuso femminile, è quella operata da Sandler e Freeman (2007), i quali, in base ad una ricerca condotta nei Paesi Bassi su un campione di 111 donne abusanti e relativamente all'arco temporale compreso tra il 1994 e il 2005, hanno proposto quattro classificazioni di female sexual offender:

  1. Giovani abusanti
  2. Violentatrici
  3. Co-abusanti psicologicamente disturbate
  4. Madri passive

Le prime due categorie racchiudono quella tipologia di abusanti relativamente giovani e che reclutano le loro vittime al di fuori dell’ambiente familiare. Nelle altre due, invece, rientrano madri di famiglia che abusano dei loro stessi figli. In particolare la madre passiva molto spesso ha il ruolo di connivente con il partner, in quanto schiava di un modello estremo di dipendenza.

Infine, tra i modelli più recenti, troviamo quello di Lambert e Hammond (2009) che, in seguito ad uno studio condotto in Irlanda su un campione di 64 abusanti al femminile, ne hanno individuato otto tipologie:

  1. Madre molestatrice
  2. Sperimentatrice (in genere ragazze adolescenti che vittimizzano bambini al di sotto dei sei anni ai quali sono legate da un rapporto di babysitting. L’abuso viene perpetrato mediante toccamenti, praticando sesso orale e, talvolta, arrivando anche al tentativo di un rapporto sessuale)
  3. Insegnante-amante
  4. Costretta dal maschio
  5. Incline (generalmente tutte quelle donne che hanno subito abusi durante l’infanzia)
  6. Psicologicamente compromessa (rientrano in questa categorie tutte le abusanti affette da depressione e da disturbi della personalità)
  7. Sessualmente deviante
  8. Altre tipologie non specificate

È doveroso aggiungere che le abusanti sessuali possono essere persone comuni, insospettabili, educate ed intelligenti, così come l’esatto contrario. Possono agire in maniera del tutto autonoma o co-offendere, cercando le loro prede in ambienti esterni o vittimizzando entro i confini delle proprie mura domestiche.

Rispetto ai corrispettivi sexual offenders maschi, le donne abusanti presentano notevoli differenze: innanzitutto sono quasi sempre più giovani, dispongono di bassi redditi e, al momento del reato, risultano essere inoccupate o impiegate part-time. Nei loro vissuti sono spesso  presenti storie di abusi sessuali, così come di vittimizzazione psicologica. Inoltre, è molto più probabile che esse abusino in situazioni di caregiving o che co-offendano in coppia con un maschio.

 

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