Erba: fuoco, fiamme, sangue e morte

A cura di Gianfrancesco Coppo, Vittorio Mangiameli e Giuseppe Merola


Tutto accadeva esattamente 6 anni fa…

La sera dell'11 Dicembre 2006, verso le 20:30, i Vigili del Fuoco di Erba intervengono in una vecchia corte ristrutturata, in via Diaz n°25, dove è divampato un incendio.

I pompieri entrano per primi nell'abitazione, dove scoprono quattro corpi senza vita ed un sopravvissuto, Mario Frigerio, gravemente ferito, che viene trasportato d'urgenza all'Ospedale Sant'Anna di Como dove rimane in coma poco meno di un mese.

Raffaella Castagna, 30 anni, volontaria presso una comunità di assistenza a persone disabili, è stata tramortita con una spranga, colpita da dodici coltellate ed infine sgozzata. Con numerose coltellate sono state uccise anche Paola Galli, 60 anni, casalinga, madre di Raffaella, e la vicina di casa Valeria Cherubini, 55 anni, commessa, accorsa per prestare aiuto. Con un solo fendente alla gola è stato assassinato il piccolo Youssef, un bimbo di poco più di due anni, figlio di Raffaella. Mario Frigerio, 63 anni, marito della Cherubini, è stato percosso ed accoltellato alla gola ma, miracolosamente, è sopravvissuto grazie ad una malformazione congenita della carotide che gli ha impedito di dissanguarsi completamente.

Le indagini, condotte inizialmente dal procuratore di Como Alessandro Lodolini, si concentrano su Azouz Marzouk, nato il 28 aprile 1980 a Zaghouan in Tunisia, marito di Raffaella Castagna e padre di Youssef Marzouk. Azouz aveva precedenti penali per spaccio di droga ed era uscito dal carcere grazie all’indulto. Al momento della strage, si trovava in Tunisia, in visita ai genitori. Rientra precipitosamente in Italia, dove viene interrogato dai carabinieri che confermano il suo alibi ed iniziano a seguire la pista del regolamento di conti.

Il 9 Gennaio del 2007, il colpo di scena!

Dopo un lungo interrogatorio, i coniugi Olindo Romano, netturbino, e la moglie Rosa Bazzi, collaboratrice domestica, vicini di casa di Raffaella Castagna, vengono arrestati.

L'uomo è accusato di omicidio plurimo pluriaggravato, la donna di concorso.

I due ribadiscono la loro innocenza e dichiarano di aver trascorso la serata in un McDonald's di Como. A prova di ciò, hanno conservato lo scontrino, il cui orario però risulta due ore avanti rispetto alla strage.

LA VICENDA 

9 Gennaio 2007: i Romano vengono arrestati. Hanno ucciso Raffaella, sua madre ed il piccolo Youssef. Hanno ammazzato la testimone Cherubini e pensavano di aver fatto lo stesso con Frigerio. Poi, sono scesi per le scale, sono usciti dal portone, sono entrati nel loro appartamento, si sono cambiati e sono andati a Como per costruirsi un alibi. Gli investigatori dell’Arma hanno controllato i tempi trascorsi tra la commissione della strage e l’orario riportato sullo scontrino del McDonald's, c’è un buco di due ore e più. Vengono tradotti presso il Carcere di Bassone. Olindo e Rosa sono soli, ma intercettati. Lui le spiega che ha letto le accuse, la macchia di sangue nella Seat Arosa e che Frigerio l’ha riconosciuto. I due coniugi sono descritti come due persone molto chiuse e isolate, morbosamente attaccati l'uno all'altra. Durante le indagini, alcuni familiari di Rosa Bazzi affermano che la donna avrebbe subito violenza sessuale da parte di un conoscente, forse un parente all'età di dieci anni, per di più senza mai ricevere alcun genere di assistenza o sostegno. Inoltre, indagando nel passato di Olindo Romano, salta fuori una querela sporta contro di lui dal padre e dal fratello, all'inizio degli anni Ottanta, a seguito di una rissa per motivi familiari. Di fatto, all'epoca dell'arresto, i due avevano interrotto, ormai da anni, qualsiasi rapporto con le rispettive famiglie di origine. Risulta fondamentale, come detto in precedenza, la testimonianza di Frigerio, ripresosi dopo le gravi ferite subite, per chiarire che anche Rosa ha partecipato attivamente alla strage, escludendo così il solo concorso. A pesare come un macigno è una querela sporta dalla Castagna contro i coniugi Romano, per ingiurie e lesioni dopo un diverbio scoppiato la sera di Capodanno 2005. La stessa è poi sfociata in una causa civile fra le parti che avrebbe dovuto svolgersi due giorni dopo la strage, poiché i due assassini avevano rifiutato la possibilità della remissione della querela in cambio di un risarcimento in denaro.

10/11 Gennaio 2007: dopo che Olindo ha negato continuamente ed ha chiesto di vedere sua moglie, il nuovo pm Massimo Astori, che ha preso in mano l’inchiesta, è secco:

"Basta, sua moglie viene trasferita di carcere da un’altra parte e lei non la vede più"

Il netturbino dice a Rosa che confesserà. È convinto che prenderà le attenuanti. Davanti ai magistrati Alessandro Lodolini, Simone Pizzotti, Mariano Fadda, Antonio Nalesso e Massimo Astori, i Romano ammettono di essere gli esecutori della strage, descrivendone con minuzia i singoli atti, uno dei quali, il fendente alla coscia di una delle vittime, inferto con una lama piccola, dal basso verso l'alto, coincide perfettamente con le risultanze dell'autopsia.

10 Ottobre 2007: di fronte al Gup, Rosa e Olindo dichiarano di essere innocenti e, prontamente, ritrattano le loro confessioni. I parenti delle vittime insorgono, Azouz Marzouk chiede la pena di morte per i due imputati, costringendo il giudice a sospendere la seduta.

12 Ottobre 2007: Olindo Romano e Rosa Bazzi vengono rinviati a giudizio.

29 Gennaio 2008: si tiene la prima udienza, la folla gremisce l’entrata del tribunale, ma vengono ammesse solo 60 persone. Sono presenti solo le telecamere della trasmissione di Rai 3 “Un giorno in pretura” che potrà mandare in onda le immagini del processo, solo dopo la sentenza. Nel corso delle udienze, i coniugi Romano passano il tempo scambiandosi effusioni e ridacchiando tra loro, persino durante la proiezione in aula delle fotografie del cadavere del piccolo Youssef.

18 Febbraio 2008: Olindo accusa i carabinieri, che l'hanno interrogato, di avergli fatto il “lavaggio del cervello” e di averlo convinto a confessare, promettendogli in cambio pochi anni di carcere e l'immediata liberazione della moglie Rosa. La difesa tenta di sostenere che lo stesso giorno della strage un estraneo era presente nella casa di Raffaella Castagna. A pesare però ci sono le molteplici testimonianze dei vicini di casa e degli inquilini dello stabile di via Diaz n° 25. Un clima prevedibilmente pesante si delinea: insulti, violenze verbali, minacce sono all’ordine del giorno. C’è chi rivela al giudice di essersi trasferito per paura ed esasperazione, i coniugi Romano sono ingestibili!

26 Febbraio 2008: depone l'unico testimone oculare, Mario Frigerio, che conferma che a compiere la strage sono stati Olindo Romano ed una "seconda persona, una donna, quasi sicuramente Rosa Bazzi". Nell'aula, c’è tensione fra accusa e difesa. In particolare, durante il controinterrogatorio di Frigerio da parte degli avvocati dei Romano, dopo alcune insistenti domande dei difensori che tentano di metterne in dubbio la credibilità e dipingerlo come un teste falso, Frigerio si rivolge a loro esclamando: "Vergognatevi!". Poi, apostrofa come "Assassino" Olindo Romano, che ride di fronte a lui. Il pubblico ministero interviene in difesa del teste ed il giudice sospende l'udienza.

31 Marzo 2008: la difesa, invocando il cd. "legittimo sospetto", chiede di spostare il processo lontano da Como perché i media locali avrebbero un atteggiamento ostile nei confronti degli imputati. L'istanza, come prevedibile, viene respinta.

17 Novembre 2008: la Corte di Cassazione respinge la ricusazione dei giudici. Il processo riprende con la requisitoria del pubblico ministero, Massimo Astori, che chiede il massimo della pena per i due coniugi ovvero ergastolo senza attenuanti con isolamento diurno per tre anni. Per il pm, la strage di Erba è stato uno dei crimini più atroci della storia d'Italia.

24 Novembre 2008: la difesa chiede l'assoluzione o, in subordine, una perizia psichiatrica. In quella stessa udienza, Marzouk, invia un fax dal carcere di Vigevano, dove è rinchiuso per spaccio di droga, raccontando una storia assai improbabile. Quest’ultima viene bollata dal PM come un marchingegno per ritardare l’espulsione che arriverà implacabile nel Gennaio 2009. La sua dichiarazione non introduce nessun nuovo quadro probatorio.

26 Novembre 2008: la Corte d'Assise pronuncia la sentenza di primo grado: i coniugi Romano sono condannati all'ergastolo con isolamento diurno per tre anni. La Corte, inoltre, stabilisce come risarcimento una quota di 500.000 € per i Frigerio, 60.000 € a Marzouk, 20.000 € per i suoi genitori residenti in Tunisia.

20 Aprile 2010: la Corte d'Assise d'Appello di Milano conferma l'ergastolo ai coniugi Rosa Bazzi e Olindo Romano, con la misura afflittiva supplementare dell'isolamento diurno per tre anni, il massimo consentito dalla legge.

3 Maggio 2011: la Corte di Cassazione, a seguito del ricorso presentato dalla difesa dei condannati, riconosce definitivamente i coniugi Romano come colpevoli della strage. Rosa Bazzi sta scontando la pena nel carcere di Bollate, mentre Olindo Romano in quello di Opera.

20 Gennaio 2011: la loro casa è stata venduta, dopo due aste andate deserte, per la modica somma di 69.000 €.

CONCLUSIONI

Quali possono essere le motivazioni che hanno indotto Olindo Romano e Rosa Bazzi, due persone apparentemente normali, a dare luogo a un massacro come quello di Erba?

Come può nascere, in una coppia, la volontà di premeditare una simile strage, caratterizzata da una fredda pianificazione, una brutale determinazione e un tentativo di depistaggio finale?

Per tentare di rispondere ad un tale interrogativo bisogna partire da un assunto fondamentale: non si può scindere Olindo da Rosa, non si può considerare il marito senza la moglie.

I protagonisti della vicenda sono le due facce di una stessa medaglia criminale.

In questo caso, senza il microcosmo sociale della coppia, probabilmente, il delitto non avrebbe avuto modo di esistere. Rosa Bazzi, presumibilmente, durante l’infanzia ha subito abusi fisici da parte di un parente. Questo non è mai stato accertato ma, qualora fosse vero, potrebbe aver determinato nella donna un atteggiamento di rifiuto nei confronti della realtà. In particolare, il mondo esterno sarebbe diventato in questo modo un nemico da combattere con tutte le proprie forze o, quanto meno, da tenere a debita distanza. Tale atteggiamento di contrasto nei confronti del contesto sociale è stato reso possibile dalla mancata rielaborazione guidata dell’abuso. Soltanto Olindo avrebbe potuto far riacquisire alla moglie un minimo di fiducia nei confronti della realtà, mostrandole il modo corretto di interpretare il mondo sociale che può essere costellato di tanti eventi positivi quanto negativi. Questo non è mai avvenuto poiché anche la “visione” di Olindo Romano risultava abbastanza offuscata da rapporti estremamente complicati a livello familiare. Ricordiamo come lo stesso Olindo avesse ricevuto una querela negli anni ‘80 dal padre e dal fratello, in seguito ad una rissa per motivi familiari.

Intorno alla futura coppia di assassini, c’era solo un comune passato assillante. Il “vicinato” sociale, costituito dai parenti prossimi, anziché essere fonte di sostegno per i propri cari, aveva sempre causato gravi e pesanti problematiche.

Olindo e Rosa potevano trovare forza solo l’uno nell’altra, rifiutando tutto ciò che li circondava. Ne è conseguita una forma di isolamento sociale della coppia che vedeva se stessa come l’unica forma di aggregato sociale che avrebbe potuto assicurare al singolo, benessere e amore. Tutto quello che era intorno e soprattutto vicino diventava inaccettabile, rifiutato e maligno, incarnazione del rapporto distruttivo con la propria famiglia di origine. In quest'ottica, possono essere letti i continui litigi con i vicini di casa, sfociati infine in tragedia. In questa direzione, può trovare spiegazione lo stato di costante paranoia della coppia e la fredda e raccapricciante esecuzione omicidiaria.

Con la morte dei vicini moriva l’intero parentado che li aveva segnati nel passato.

Olindo e Rosa, ancora oggi, in carcere, non aspettano altro che il momento del loro incontro. Il momento in cui il mondo, attraverso il loro riavvicinamento, riacquista senso.

© Riproduzione riservata


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