“La logica del burattinaio” di Daniele Cambiaso e Rino Casazza

Di Nunzia Procida

 

William Vizzardelli era un ragazzino che, dai 15 ai 17 anni, ha ammazzato cinque persone a Sarzana. Con armi da fuoco, che sapeva ben maneggiare, e anche con un’ascia. Ha rappresentato uno degli smacchi più imbarazzanti per la polizia fascista, visto che ha continuato a colpire indisturbato dal ‘37 al ‘39. Condannato all’ergastolo e non alla pena di morte per la minore età, è uscito di prigione in libertà condizionale alla fine degli anni Settanta. L’ha fatta finita subito dopo aver ricevuto la grazia, infilandosi una forbice in gola, questo me lo ricordo bene. Nonostante la confessione, unita a riscontri certi, i veri moventi dei suoi crimini fanno discutere ancora oggi. C’è chi lo considera “serial killer”, ma non lo è per niente: i suoi omicidi sono tutti diversi. Più persuasivi quelli che lo ritengono un “natural born killer”, un assassino per tendenza. Ma anche questa tesi è insoddisfacente...

Ricostruisce così l’Ispettore Mauro Romei al Sovraintendente Lucarelli la storia criminale di Giorgio William Vizzardelli (uno tra i più giovani pluriomicida della storia della Criminologia) ne La logica del burattinaio (Ed. Algama) di Rino Casazza e Daniele Cambiaso. I due poliziotti sono infatti sulle orme di un assassino, il ventenne Massimiliano Colasanti, che pare ripercorrere pedissequamente, a distanza di settant’anni, gli omicidi del Mostro di Sarzana: i luoghi, le date, il modus operandi e la scelta delle vittime sembrano seguire una logica ben precisa, quella di un “Burattinaio” che tesse, suggerisce e istiga Massimiliano a commettere i suoi delitti: un primo duplice omicidio presso l’ex Collegio delle Missioni di Sarzana e un secondo in mezzo al greto dell’Amola.

Dopo il primo duplice omicidio, l’Ispettore Romei inizia a ricostruire l’infanzia di Massimiliano Colasanti a partire dal suo ricovero in una struttura specializzata nella cura di gravi malattie infantili ovvero dai giorni successivi a quando il piccolo Massimiliano, a soli sei anni, uccise brutalmente con un’ascia suo padre e il suo fratellastro. A seguito di un miglioramento delle sue condizioni cliniche, Massimiliano venne trasferito a Villa dei Pini, una comunità di recupero per adolescenti, dove incontrò il dottor Amedeo Graziani, specialista in Psichiatria e Psicoanalisi. È lo stesso Graziani a illustrare a Romei la patologia del Colasanti e le modalità d’azione dei burattinai.

A Colasanti […] è stato diagnosticato un DDI, disturbo dissociativo dell’identità. Una brutta malattia, perché non ci sono terapie farmacologiche per curarla, a parte somministrare sedativi o antidepressivi per trattare i sintomi. […]Semplificando all’estremo, ha dentro di sé due persone. Una impaurita e remissiva, per quanto molto sensibile, l’altra ribelle e violenta. Secondo quanto ha detto nelle sedute di psicoterapia, a me e ai colleghi di Villa dei Pini, le percepisce come “voci” che guidano il suo comportamento di volta in volta. [...]L’unica cura possibile consiste nel colloquio col soggetto, da parte di psicoterapeuti esperti. Sempre semplificando, bisogna renderlo consapevole del suo stato, spesso dovuto a traumi infantili, e creare un “ponte” fra le sue due personalità. […] Massimiliano è sempre stato, da bambino, imprevedibile nei modi delle sue violenze, compiute sotto un raptus che ne moltiplicava le forze, ma i suoi bersagli erano “razionali”, sia pure dal suo punto di vista infantile. Aggrediva persone “cattive” perché ostili all’oggetto possessivo del proprio affetto: la madre. Il patrigno, per esempio, in quanto l’aveva umiliata davanti a lui.

Il Burattinaio è, a sua volta, un criminale con personalità fortemente distorta per cause genetiche, quindi trasmissibile in via ereditaria. Non è tecnicamente un serial killer, anche se si avvicina al tipo del “suggeritore”. La sua pulsione dominante è manovrare le persone, come, appunto, burattini di cui si conducono i fili, inducendole a compiere atti criminali, soprattutto omicidi. Il Burattinaio ne prova un doppio piacere: dal crimine in sé, e dall’aver condotto per mano un altro a commetterlo. È alla continua ricerca di individui dal carattere debole per manipolarli. […] I Burattinai percepiscono al volo la lacerazione interiore dei dissociati.

Avendo compreso che Massimiliano Colasanti è solo il braccio di questo disegno criminale, l’Ispettore Romei suggerisce alla sua squadra di indagare su chi possa essere la mente, su chi – fattivamente – stia muovendo i fili dell’azione.

Mentre il lettore segue l’iter investigativo, il flusso narrativo racconta storie di relazioni di fiducia verso se stessi e verso gli altri: l’Ispettore Romei conferma di trovarsi nel posto giusto e si riscopre uomo agli occhi del padre, l’ex maresciallo Bruno Romei; è la fiducia nella Scienza medica, nello studio, nelle proprie intuizioni ed emozioni a offrire la soluzione al più recente caso del Mostro di Sarzana; è la fiducia riposta da Massimiliano in sua madre e nella Voce che egli sente nella sua testa e che ama a condurre la storia verso un epilogo imprevisto.

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