“Cinema e Genitorialità. La psicologia e il grande schermo incontrano la famiglia” di Amalia Dodaro

Di Nunzia Procida

 

La parola “terapia” (dal greco “Therapeia”: cura, servizio, assistenza) ha acquisito negli anni un significato sempre più ricco e complesso, non più utilizzato solo al trattamento medico finalizzato alla cura e alla guarigione di una patologia.

Oggi, infatti, il termine “terapia” coinvolge anche discipline che si interessano principalmente all’“anima” del paziente. Nel caso della psicoterapia, il terapista conduce, accompagna il paziente lungo un viaggio nell'anima e dell’anima, la cui meta è una migliore qualità della vita di ogni giorno.

Con questa accezione, il termine “terapia” si ritrova anche come suffisso a diverse arti: la pittura, la fotografia, la danza, il teatro, la musica, il cinema. Ed è proprio attraverso il cinema che Amalia Dodaro, psicologa e psicoterapeuta, offre nel suo testo “Cinema e Genitorialità. La psicologia e il grande schermo incontrano la famiglia” (In.edit edizioni, 2018) un percorso a tappe nel complesso mondo familiare, dipanandone ruoli e relazioni interpersonali e sociali, soffermandosi su come la presenza o assenza della famiglia influenzi la crescita di un individuo.

Il tutto sostenuto da un’ampia e variegata selezione di pellicole conosciute al grande pubblico: “La rosa purpurea del Cairo” (W. Allen, 1985), “Tutto su mia madre” (P. Almodóvar, 1999), “Kramer contro Kramer” (R. Benton, 1979), “Le fate ignoranti” (F. Ozpetek, 2001), “La famiglia” (E. Scola, 1989), dimostrando così come “la commedia oggi metta in scena famiglie e personaggi della media borghesia alle prese con i temi dominanti della società attuale: la crisi generalizzata dei valori, l’incomunicabilità tra le generazioni, il crollo di una visione tradizionale di famiglia, le emergenze dell’immigrazione e del terrorismo” (pag. 25).

La cinematerapia – che fa il suo ingresso nel mondo scientifico nel 1995 grazie al lavoro dello psicoterapeuta Salomon, “The motion picture prescription. Watch this movie and call me in the mornig” –pone le sue radici in Italia nell'esperienza clinica dello psichiatra Max Beluffi sul finire degli anni ’60.

I contesti di visione da allora si sono modificati, ampliati anche grazie allo sviluppo tecnologico che ha cambiato e – in alcuni casi  - cancellato il cinema d’essai, lasciando però pressoché immutata la possibilità di esperire il film in maniera condivisa in quello spazio di socializzazione che è il “cineforum”. Osserva l’autrice:

“Come i riti collettivi delle società tribali avevano la funzione di esorcizzare angosce profonde, comunicare con i propri simili, dare un senso agli eventi della vita, allo stesso modo l’arte, in tutte le sue forme espressive, assolve la funzione di simbolizzazione dell’inesprimibile e dell’inenarrabile. L’arte […] getta un ponte tra ‘emozione’ e ‘pensiero’, tra ‘vissuto esperito’ e ‘parola condivisa’” (p. 64).

La visione di un film si scopre non più solo momento ludico ma di introspezione, di riflessione, di scoperta di Sé e dell’altro a noi più prossimo: un genitore e/o un figlio.

Amalia Dodaro propone nel suo libro quattro percorsi di visione, completi di proposte filmografiche e spunti di riflessione:

  • Maternità e solitudine
  • Padri e figli
  • Genitori e figli. Istruzioni per l’uso
  • La famiglia di fronte alla disabilità

Quattro momenti di incontro e confronto che suggeriscono ai genitori di porsi domande su come educare meglio i propri figli e su quale sia il modo più appropriato per comunicare e rapportarsi con loro, pur ricordandogli che ciascuno è genitore e figlio a suo modo.

 

© Riproduzione riservata
Condividi Share on Facebook
Facebook
0Tweet about this on Twitter
Twitter
Share on LinkedIn
Linkedin
Email this to someone
email

Nessun commento ancora

Lascia un commento

Inline
Inline