Santa Maria a Vico: Pietro Nuzzo e i suoi figli uccidono con 13 colpi di trincetto Alberto Beltino

Di Ferdinando Terlizzi 

 

A tarda sera del primo agosto del 1952,  ai carabinieri di Santa Maria a Vico perveniva il referto del dottor Giovanni Nuzzo che attestava  di aver rinvenuto cadavere,  in un vano di Vico Oliva,  Alberto Beltino. L'uomo presentava numerose ferite da taglio, non descrivibili singolarmente, stante la necessità di non spostare il cadavere prima dell’accesso delle autorità giudiziaria.

In questo primo atto si indicava, come autore dell’omicidio, il calzolaio Pietro Nuzzo che avrebbe agito in concorso con i suoi congiunti. Il comandante della Stazione, brigadiere Nicola Ramorino, si portava prontamente sul posto per le prime indagini. Procedeva al rilievo fotografico del vano nel quale il Beltino era stato rinvenuto morto e del cadavere stesso, dando atto che tutto il sangue effuso dalla vittima e nell’ambito della sua abitazione, a partire dalla soglia dell’ingresso, si presentava in larghe macchie colanti nell’interstizio dello sconnesso impiantito.

Si stabiliva così che il Beltino era stato attinto da 13 colpi di trincetto al torace e agli arti superiori, riportando perforazione del lobo superiore del polmone destro, della milza, del diaframma, decedendo non istantaneamente per emorragia, con conseguente anemia acutissima.

Il corpo senza vita della vittima

Dalle indagini dei carabinieri, risultava che nel pomeriggio di quel giorno il Beltino aveva pregato la guardia giurata Pasquale Nuzzo di interporre i suoi buoni uffici nei confronti della cognata del medesimo Palma Pascarella perché costei alla fine consentisse alla legittimazione di un di lei figliolo da parte di certi coniugi di Afragola cui il ragazzo era stato tempo addietro affidato. La Pascarella aveva nettamente respinto la richiesta, determinando l’ennesima reazione del Beltino che per questo fatto aveva in precedenza già numerose volte malmenato la cognata. La Palma, alle rinnovate escandescenze di quello riparò in casa del suo vicino, Vincenzo Nuzzo, la cui abitazione frequentava con assiduità, prestando la sua assistenza alla moglie di quest’ultimo, Michelina Carfora affetta da non  recente cecità.

Il Beltino tentò tutti i mezzi per costringere la Palma Pascarella ad uscire dalla casa dei suoi amici con petulanti schiamazzi e volgari contumelie, ma la Palma non si lasciò convincere, conscia del pericolo cui sarebbe andata incontro, esponendosi in difesa all’assurda intimidazione di quell’energumeno. Sopraggiunsero intanto, uno dopo l’altro, il Vincenzo Nuzzo, un fratello di costui, Biagio, ed il padre Pietro, ai quali, con villana arroganza, il Beltini ingiunse di estromettere dall’abitazione del Vincenzo, Palma, rivolgendo infine gravi ingiurie e minacce.

Né valse l’intervento della moglie propria, Filomena Pascale, per distogliere il Beltino dal suo insano programma di persecuzione ad oltranza della cognata; che anzi esasperò la sua eccitazione. Il Nuzzo, chiamato in veste di bonario compositore della vertenza, vide così fallire sia gli approcci con la Palma Pascarella che il tentativo di ridurre alla ragione il Beltino che voleva ad ogni costo aver partita vinta contro la ritrosia legittima della cognata.

A questo punto Pasquale Nuzzo decise di abbandonare il campo, lasciando il giovane al suo destino. Allontanandosi, la guardia predetta ebbe modo di raccogliere la stolta sfida del giovane agli avversari Nuzzo, disposti come a difesa dell’ingresso dell’abitazione del Vincenzo. Giratosi un istante, il Pasquale Nuzzo poté così sorprendere il Beltino nell’atto di avventarsi impugnando una sedia, contro il Vincenzo. Non ritenne il Pasquale Nuzzo di ritornare sui propri passi per impedire l’urto fra il Beltino ed i suoi avversari, per l’errato apprezzamento, forse della circostanza.

Poco dopo giunse, tuttavia, il grido di dolore della Filomena Pascarella che annunciava la soppressione del marito. Pietro Nuzzo, alcun tempo dopo, lo raggiunse per dirgli che aveva ucciso il Beltino il cui comportamento era andato progressivamente aggravandosi. Gli mostrò infine un trincetto insanguinato e manifestò il proposito di andare a costituirsi dai carabinieri.

La vedova dell’ucciso, Filomena Sgarella, interrogata dai militi dell’Arma, dichiarava che da tempo il marito era in attrito con la cognata Palma, essendosi costei rifiutata contrariamente ai patti, di lasciar legittimare il figliolo dei coniugi che lo stavano allevando, esponendo così il Beltino - che si era preoccupato di sistemare quel ragazzo - ad una infelice figura.

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In sostanza suo marito si era interessato di alleviare le condizioni della Palma, vedova e senza risorse, quel giorno per esplicita richiesta dei coniugi di Afragola. Il Beltino  aveva posto alla cognata una categorica alternativa: lasciare definitivamente il figliuolo presso i suoi benefattori oppure provvedere senza ulteriori indugi a riprenderlo. Egli avrebbe preferito palesemente la prima soluzione.

Perché il dissenso non provocasse ulteriore aggravamento della tensione, la Filomena, in compagnia di Pasquale, interpellò di nuovo la sorella Palma scongiurandola di sottoscrivere un atto col quale costei si sarebbe obbligata a lasciare il figliolo presso i coniugi suddetti. Ma la Palma fu irremovibile forte del suo buon diritto a decidere dell’avvenire del figlio.

Gli eventi così precipitarono. Dopo una serie di provocazioni, il Beltino fu  circondato spinto, barcollante, nella sua casa dai tre Nuzzo.

Impressionato dall'atteggiamento di costoro, Filomena Pascarella che aveva già percepito la frase sinistra del Vincenzo: “Posa la sedia che ti faccio fare il morto”, gridò loro : ”Cosa fate?”,  e li seguì. Poté così fissare nel suo ricordo la rapida sequenza della scena.

Carabinieri e curiosi sulla scena del crimine

Il Pietro ed il Biagio, dopo essersi introdotti col Vincenzo nell’abitazione del Beltino, ne uscirono mentre il Vincenzo, curvo su questi a terra inerte, continuava a colpirlo selvaggiamente con un trincetto. Alla  invocazione della donna, egli la minacciò con l’arma  ingiungendole di non avvicinarsi. Nel dirigersi verso il paese per chiedere soccorso, la Pascarella  si imbatté nel  Pietro Nuzzo in possesso di un  trincetto. La Pascale infine dichiarava che tutti e tre gli aggressori del marito, nell’atto di sospingerlo nella sua abitazione, lo colpirono con i con i tre trincetti di cui erano armati.

Il giorno successivo si costituiva nella caserma dei carabinieri Pietro Nuzzo, mentre i figli Biagio e  Vincenzo si erano resi irreperibili immediatamente dopo il delitto. Il Pietro Nuzzo dichiarava di aver agito egli solo in difesa del figlio Biagio aggredito dal Beltino,  il quale aveva brandito la sedia ed impugnava una pistola. Infine, Vincenzo era stato affatto presente, essendo forse ritirato nella sua  abitazione.

Il mandato di cattura

Riferiva inoltre il dichiarante di aver tentato di tutte le guisa di rabbonire il Beltino il quale era legato loro da comparatico. Il trincetto era stato da lui abbandonato nei pressi della galleria ferroviaria ove più tardi venne recuperato. Pascarella confermava, in ordine ai precedenti del delitto, la sussistenza di vivaci dissensi col cognato che aveva fatto ricorso alla violenza per indurla al suo volere. Prima che l’incidente giungesse al suo epilogo, il Vincenzo ed il Biagio,  che si erano trattenuti nell’interno della casa del primo, uscirono sullo spiazzale alle insistenti invocazioni del Beltino.

Poco dopo sentì la sorella gridare:

“Ohi Madonna hanno ucciso mio  marito!”

Nella fase istruttoria, Pietro Nuzzo ed il figlio Biagio (nel frattempo tratto in arresto), insistevano concordemente nella tesi della legittima difesa. Il solo Pietro aveva affrontato il Bertino, mentre Biagio si era allontanato per sottrarsi all’attacco di costui. Assente il Vincenzo.

Palma Pascarella modificava di quanto dichiarato ai carabinieri ed assumeva che il Biagio ed il Vincenzo erano restati  in casa per l’intera durata dell’episodio. Qualche testimone riferì di aver visto dopo il delitto il Vincenzo fuori dall’abitazione, tenendo fra le braccia la figlioletta. Filomena, infine, modificava la dichiarazione in ordine alla circostanza dell’aggressione armata da parte dei Nuzzo, precisando che ella poté vedere un solo trincetto  nelle mani del Vincenzo.  Altro oggetto vide poco dopo nelle le mani del Pietro nel quale si imbatté, dirigendosi verso il centro della frazione.

VICENDA GIUDIZIARIA

I tre Nuzzo furono rinviati al giudizio della Corte di Assise di Santa Maria Capua Vetere (Presidente, Giovanni Morfino; Giudice a latere, Victor Ugo De donato; Pubblico ministero, Nicola Damiani) e la  Corte ritenne che i  giudicabili erano stati  raggiunti da sufficienti prove di colpevolezza in ordine al delitto, dovendosi respingere la duplice tesi difensiva secondo la quale era stato soltanto Pietro Nuzzo ad agire e che la sua condotta fosse stata determinata dalla necessità di difendere il figliolo Biagio dall’attacco di Alberto Beltino.

Sul fondamento delle univoche dichiarazioni di Pasquale Nuzzo, si poté fissare, come dato di fatto irrefutabile, che all’inizio dell’azione i tre Nuzzo (Pietro, Biagio e Vincenzo) erano sul piazzale comune di fronte al Beltino  che in quel tardo pomeriggio era particolarmente eccitato. Artificiosa pertanto la ricostituzione istruttoria  e dibattimentale del  Pietro e del Biagio, secondo la quale il Vincenzo non sarebbe stato presente per trovarsi nella sua abitazione accanto alla moglie e al figliolo infermo.

La stessa Palma Pascarella, che nella sua dichiarazione ai carabinieri collocò il Vincenzo e il Biagio all’interno dell’abitazione, affermò senza possibilità di equivoco che entrambi i figlioli del Pietro uscirono nello spiazzale, non appena il Beltino intensificò i suoi attacchi sboccatamente verbali contro il gruppo avversario.

Pasquale Nuzzo fornì sufficienti ragguagli circa la posizione dei tre Nuzzo al momento in cui egli lasciò il campo, pochi istanti prima del tragico epilogo.

Il Pubblico Ministero chiese una condanna a 10 anni di reclusione ciascuno; gli avvocati degli imputati chiesero la legittima difesa, ma la Corte ritenne di condannare padre e figli a 9 anni di reclusione ciascuno.

In grado di appello, la sentenza venne modificata e venne riconosciuto l’eccesso colposo di legittima difesa, così modificato l’originario capo di imputazione di omicidio volontario con le circostanze generiche e la condanna fu a due anni ciascuno.

Nei giudizi furono impegnati gli avvocati: Vittorio Verzillo, Alberto Martucci, Francesco Lugnano e Giovanni Leone. 

 

© Riproduzione riservata

Fonte: Archivio di Stato di Caserta

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