San Marcellino, uccide la sorella sedicenne perché contrario al suo fidanzamento

Di Ferdinando Terlizzi

 

Un colpo di pistola alla mammella. La ragazza amoreggiava con il coetaneo Francesco OIiva, che però era già fidanzato con altra giovane.

La giovane continuava a vedersi con Francesco e coglieva ogni pretesto per uscire all'aperto, mettersi in mostra e fargli segnali, incurante della dura opposizione dei familiari. Per questo bisognava ucciderla!


San Marcellino, verso le ore 13.00 del 30 luglio del 1955, i carabinieri di Villa di Briano, avendo appreso che alla contrada “Cave” in agro di San Marcellino una donna era stata ferita da un colpo di pistola, si recarono in detta località e rinvennero, in un vano a pianterreno dell’unico fabbricato ivi esistente abitato dalla famiglia Diana, il cadavere di Anna Diana di anni 16.

Il corpo era stato composto su un letto e presentava una ferita da arma da fuoco alla mammella sinistra. La madre e la cognata della giovane vittima, Giovanna Iorio e Immacolata Villani, dichiararono di non sapere nulla in merito al decesso della giovane in quanto quella mattina si erano recate al mercato e al loro ritorno avevano trovato la loro congiunta già morta.

Una tesi per la verità poco credibile. Infatti un tale Paolo Di Domenico, un operaio che assieme ad altri lavorava per la sistemazione dei binari tranviari a circa trenta metri dalla casa dei Diana, riferì che una ventina di minuti prima, una donna, e precisamente la Villani, aveva invocato il suo aiuto dicendo che una giovane si era sparata. Gli aveva indicato poi un  valloncello – sito a circa 50 metri dalla abitazione – ove giaceva supina la Anna Diana che non dava segni di vita. In detto valloncello vennero appunto rinvenuti nell'erba due zoccoletti e una rivoltella. Alla luce di tali risultanze – in aderenza  anche alle dichiarazioni delle due donne  che apparivamo alquanto menzognere – i carabinieri procedettero al fermo delle stesse.

Venne fermato anche un fratello della vittima, Luigi Diana, il quale assunse che nella mattinata era stato anche lui ad Aversa al mercato con degli amici e che era rincasato solo verso le ore 12.30. Quando aveva appreso dello stato della sorella si era subito preoccupato di rintracciare un medico in Frignano ma, dopo aver saputo che la sorella era deceduta, aveva licenziato il medico.

Altra  bugia dalle gambe corte! Interrogata subito dopo il fermo dal Pretore di Trentola, la Iorio insisté nell'affermare che era stata ad Aversa con la nuora, ma precisò che esse e la Villani avevano rinvenuto la figlia ferita al petto e in fin di vita nel valloncello ove, al ritorno da Aversa (guarda caso! Sic!), si erano recate per soddisfare un bisogno corporale. Avevano invocato aiuto ed erano accorsi alcuni operai; indi due giovani di passaggio avevano trasportato la ragazza a casa. La Iorio aggiunse di non aver notato armi presso la figlia e ammise di aver detto alle persone accorse che la ragazza si era uccisa benché la stessa non avesse motivi per suicidarsi. Dichiarò, infine, che quella mattina il marito ed i figli Domenico e Fioravante (marito della Villani) erano altrove per ragioni di lavoro, mentre il figlio Luigi (l’assassino) era rimasto a casa.

Innanzi al Pretore, però, la donna dichiarò (in contrasto con la Iorio) di aver visto, dopo il ritorno da Aversa, Anna Diana recarsi nel valloncello - una quindicina di minuti prima che vi si recassero lei e la suocera - e che il Luigi Diana aveva fatto colazione a casa ma poi era andato a Frignano a dormire in casa di un suo amico.

Luigi Diana, invece, nelle dichiarazioni rese al Pretore si contraddisse. Raccontò che era stato ad Aversa presso il suo amico Mario Baldacchiello, rimanendo così lontano da casa dalle 9.00 alle 14.00 (un alibi fasullo, insomma!), ora in cui era stato informato che la sorella era stata investita da  “una siepe” (Sic!). Accorso a casa, aveva trovato che erano già intervenuti i carabinieri.

Gli inquirenti, che avevano intuito che si trattava di delitto e non di suicidio o di disgrazia così come volevano far apparire i prossimi parenti della vittima, nel corso delle indagini ascoltarono anche Raffaele e Lucino Sociale ed Ermenegildo, operai della Tranvia che resero dichiarazioni analoghe a quelle del loro compagno Di Domenico; nonché altri operai Cipriano Cerullo, Francesco Oliva, Giovanni Basco e Salvatore Barco, addetti allo scavo di pietre di tufo in una cava sita di fronte alla casa dei Diana e distante da questa circa cento metri. Questi ultimi riferirono che il 30 luglio, dopo aver smesso di lavorare per fare colazione, verso le 12.30 udirono un colpo di pistola provenire dalla casa dei Diana, ma al momento non vi attribuirono importanza ritenendo che potesse trattarsi dello scoppio di una gomma d’auto avvenuta nella vicina strada provinciale.

Dopo cinque o sei minuti, la Iorio e la Villani invocarono aiuto ed essi accorsero rinvenendo nel valloncello Anna Diana, che giaceva supina, priva di vita. Secondo il Cerullo, la Iorio chiuse gli occhi alla figlia e le disse.:

"Puttana, perché l’hai fatto?"

Poi prese una pistola, ovvero quella rinvenuta vicino al corpo dai carabinieri, che la figlia aveva nella mano destra e la nascose sotto l'erba e fece portare in casa il cadavere da alcuni operai e da Giovanni Basco.

Una bella e preparata “messinscena” per barattare un omicidio con un suicidio. Il teste Oliva precisò inoltre che, quando giunse sul posto, la Iorio aveva in mano la pistola e la gettò via, ma il Cerullo la obbligò a riporla vicina al cadavere.

Gli operai, inoltre, dichiararono che quella mattina verso le ore 7.30 il Luigi Diana si era presentato presso la cava ed aveva chiesto una pompa per gonfiare le ruote della sua bicicletta e che dopo poco, nel mentre restituiva detta pompa, si era presentato con due pistole ed aveva anche sparato un colpo verso un bicchiere.

Interrogato dai carabinieri, il Diana negò ogni addebito. Accompagnato, però, sul luogo del delitto  confessò di aver sparato quel giorno – verso le ore 12.00 – un colpo di pistola verso il luogo dove era stato rinvenuto il cadavere della sorella. Riaccompagnato in caserma e risentito, alla presenza di  Paolo Conte e Raffaele Stabile, rese una dettagliata confessione. Ammise innanzitutto l’episodio del prestito della pompa e degli spari, al riguardo precisò che le armi da lui portate nella cava erano un pistola automatica e una rivoltella a rotazione (quella rinvenuta vicino al cadavere) e che con la seconda era stato effettuato il tiro di prova, ma non da lui bensì da Francesco  Oliva. Raccontò poi che, riposte le armi in un comò, si recò ad Aversa in compagnia di Mario Baldacchiello e di tale non meglio  identificato Pasquale e verso le ore 12.00 fece ritorno a casa.

Ivi trovò la madre e la cognata e, presa la rivoltella, si recò nel valloncello per effettuare dei tiri. Fece partire dalla distanza di una trentina di metri un colpo verso il muro che è a ridosso di un fosso ove i suoi famigliari si recavano per i bisogni corporali, ma contemporaneamente si alzò da detto fosso la sorella che venne attinta al petto e stramazzò al suolo. Egli raggiunse la ragazza e, visto che perdeva sangue al lato sinistro del petto, gridò alla madre e alla cognata di accorrere e fuggì.

Gli inquirenti, però, obiettarono che il “giubetto” indossato dalla vittima, rinvenuto sotto il cadavere nel corso degli accertamenti medico-legali, presentava nella parte sinistra un foro con bruciature ed alone affumicato – segno che il colpo era stato sparato a breve distanza (il cosiddetto colpo a bruciapelo).

A seguito di precisa contestazione, il Diana modificò la prima confessione, riferendo finalmente che la sorella (giovanissima e avvenente, corteggiata da tutti i giovani) mesi prima aveva amoreggiato con Francesco Oliva (da lui accusato nei precedenti interrogatori di essere l’autore dello sparo nella cava), con il consenso di tutti i familiari che però in seguito era stato revocato essendosi appreso che il giovane era già fidanzato con altra ragazza.

Se non che la sorella continuava a vedersi con il giovane Francesco, anzi coglieva ogni pretesto per uscire all'aperto, mettersi in  mostra e fargli segnali incurante della opposizione  della famiglia e perfino delle percosse che per tale suo comportamento le venivano inflitte. Allora doveva essere uccisa!

Infatti, il 30 luglio il Luigi Diana rincasando non trovò la sorella e, intuendo che si era recata ancora una volta verso la cava, invaso dall'ira si armò della rivoltella e si mise alla sua ricerca. La sorprese mentre era nascosta nel valloncello (dove aveva evidentemente appuntamento con il suo amato) e raggiuntala le puntò la rivoltella sul petto – senza, però, l'intenzione di sparare.

La perizia necroscopica, affidata al Dr. Mario Pugliese da Santa Maria Capua Vetere, perito del Tribunale, accertò che la ragazza era deceduta per un colpo che aveva trafitto il cuore. Il giovane, però, dopo le sue confessioni si protestò innocente in ordine all'omicidio spiegando che nelle precedenti confessioni si era accusato del delitto per far liberare la madre e la cognata che erano state con lui fermate.

Alla chiusura dell’istruttoria formale, il Diana venne rinviato al giudizio della Corte di Assise per rispondere di omicidio volontario aggravato dai motivi futili.

VICENDA GIUDIZIARIA 

In apertura del dibattimento per il processo a carico di Luigi  Diana, accusato dell’omicidio della sorella, si verificò un fatto singolare. Innanzi la Corte di Assise (Presidente Eduardo Cilenti; giudice a latere, Guido Tavassi; pubblico ministero, Nicola Damiani) si levò dagli scranni l’avvocato Giuseppe Garofalo, difensore dell’imputato e chiese la parola:

"La morte dell’On. Avv. Giuseppe Fusco, Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati è un grave lutto che colpisce tutta la classe forense.  Avvocato gagliardo e valoroso, senatore della Repubblica, è stato eletto plebiscitariamente presidente dell’Ordine dal 1944 ad oggi. Ricordarlo in quest’aula, che lo vide per circa un cinquantennio profondere le sue energie, possa essere di esempio ai giovani che intraprendono la dura via di questo nobile e faticoso ministerio. Chiedo che in segno di lutto la Corte rinvii la causa ad altra udienza."

Il pubblico ministero – chiosò il cancelliere – rievocò con commozione la figura dell’Istinto e chiese alla Corte, in segno di lutto, il rinvio della causa. La Corte si associò all'omaggio reso dal difensore e dal pubblico ministero alla memoria dell’illustre istinto e, in segno di lutto, rinviò la causa  ad altra udienza.

In una udienza successiva la Corte sentenziò che:

"all'imputato in ordine all'omicidio possono concedersi le attenuanti generiche. Il Diana agì per impulso nella convinzione che la sorella tenesse una condotta per lui offensiva e tale circostanza, unitamente alla sua giovane età e ai suoi buoni precedenti penali, lo rendono meritevole di una diminuzione di pena in considerazione delle particolari modalità del delitto. Si stima di fissare la pena per l’omicidio ad anni 24 di reclusione ridotti ad anni 20"

Il primo a non essere soddisfatto naturalmente fu il pubblico ministero il quale, avendo chiesto 26 anni, si oppose alla eliminazione del motivo futile e alla concessione delle attenuanti.

Fece subito da contraltare il ricorso in appello dell’Avvocato Garofalo, il quale riteneva che il suo assistito dovesse essere assolto per "insufficienza di prove".

"Contro il Diana – spiegò l’avvocato Garofalo – non è emerso alcun serio elemento di responsabilità. Tutta la prova si sostanzia nella presunta confessione che egli rese ai carabinieri prima e al Pretore dopo. La presunta confessione del Diana non è che un adattamento alle circostanze di fatto che i carabinieri avevano già appreso dagli operai  della cava. In questo tentativo di adattamento si rinviene il segno dell’artificio. A tutte le deficienze dell’accusa, si oppone l’indicazione di un alibi preciso fin dal primo momento che i carabinieri si guardarono bene dal controllare. Si aggiunga la mancanza di una causale adeguata alla consumazione del delitto e si ha il quadro completo dell’assenza assoluta di prove a carico del Diana."

In appello, la condanna fu a 4 anni per omicidio colposo.

Fonte: Archivio di Stato di Caserta

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